In copertina: Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, 1897, Museum of Fine Arts, Boston.
Blumenberg e Ipnocrazia: pensiero ibrido tra umano e artificiale
Andrea Colamedici, fondatore insieme a Maura Gancitano del progetto filosofico Tlon, ha scritto un libro, Ipnocrazia, in collaborazione con l’AI— o meglio: ha co-creato con essa un autore virtuale, Jianwei Xun a nome del quale il libro è stato pubblicato a gennaio 2025. Xun è “filosofo e teorico dei media che lavora all’intersezione tra teoria critica, studi digitali e filosofia della mente”[1]; è dunque un’autorità emergente, una cristallizzazione di pensiero generata nel dialogo tra Colamedici e alcune intelligenze artificiali generative, prevalentemente ChatGPT di OpenAI e Claude di Anthropic. Xun esiste come evento di pensiero, come configurazione momentanea di un campo discorsivo[2].
A distanza di un anno dalla pubblicazione di Ipnocrazia, l’impianto metodologico dell’operazione è chiaro: un dispositivo che abita l’intercapedine tra pensiero umano e pensiero della macchina, un filosofo inesistente che genera un pensiero esistente. Il lavoro di Xun prosegue con Prompt Thinking. A Critique of Generative Reason, pubblicato nella collana Theory Redux di Polity Press, una prestigiosa casa editrice accademica internazionale, specializzata nella pubblicazione di libri e riviste nell’ambito delle scienze sociali e delle discipline umanistiche; il volume è presentato come “il primo libro di filosofia dell’intelligenza artificiale scritto in dialogo con le intelligenze artificiali di cui parla”[3].
A fronte delle molte interpretazioni che si polarizzano tra esaltatori e detrattori di questo fenomeno editoriale, è interessante esplorare le potenzialità del concetto di autorialità pensante, accostandolo ad un altro, quello di pensosità, elaborato dal filosofo tedesco Hans Blumenberg nel 1980. Blumenberg non si colloca in una sola scuola filosofica tradizionale: trae ispirazione dalla fenomenologia e dall’ermeneutica, ma sviluppa un proprio modo di pensare la storia, il linguaggio e la cultura, producendo opere complesse, stratificate e anti sistematiche[4]
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L’opera di Blumenberg, imponente e multiforme, è attraversata dalla ricerca antropologica. L’essere umano nel tentativo di affrontare la realtà sperimenta una condizione di carenza, quindi produce strategie per narrare e abitare quella distanza incolmabile tra sé e il mondo; la costruzione del logos appartiene a queste strategie.
La Pensosità[5] è una di queste metafore che attraversano la storia del pensiero umano. Non è una semplice inclinazione alla riflessione, ma una condizione antropologica: l’essere umano è colui che, a differenza degli altri animali, ha la possibilità di differire la risposta agli stimoli, di deviare rispetto al determinismo biologico, di indugiare nell’elaborazione di risposte. Questo atteggiamento esitante crea una pausa, cioè lo spazio in cui sorge il pensiero umano.
Ma ha ancora senso, oggi, parlare di presupposto antropologico quando si indaga sulle condizioni di possibilità del pensiero? Prendendo come riferimento il concetto di pensosità, ci domandiamo in che misura il pensiero ibrido creato da Colamedici sia diverso, dal punto di vista epistemologico, dal pensiero esclusivamente umano. Un tentativo di indagine in questa direzione risiede nel cercare quali elementi antropologici mantiene o simula una forma di pensiero ibrido, sviluppato nell’interazione tra intelligenza umana e artificiale.
È indispensabile, dunque, fare un ulteriore passo avanti, per entrare nel merito del lavoro compiuto da Andrea Colamedici attraverso Xun. La questione è infatti stratificata ed interessa, oltre che il metodo filosofico, anche il contenuto stesso di Ipnocrazia, che esplora come l’evoluzione delle forme di dominio nel campo della tecnologia abbia portato ad una revisione dei concetti di libertà e controllo di pensiero e azione.
L’ipnocrazia è il primo regime che opera direttamente sulla coscienza.
Non controlla i corpi. Non reprime i pensieri.
Induce, piuttosto, uno stato alterato di coscienza permanente.
Un sonno lucido. Un trance funzionale.
La veglia, infatti, è stata sostituita da un sonno guidato.
La realtà da una suggestione continua.
L’attenzione viene modulata come un’onda.
Gli stati emotivi vengono indotti e manipolati.
E così la suggestione si ripete, instancabile, e la realtà si dissolve in molteplici sogni guidati.
Il pensiero critico viene dolcemente addormentato e la percezione viene rimodellata, strato, dopo strato.
Nel frattempo, gli schermi brillano incessanti nella notte della ragione[6].
Infatti, con la pubblicazione di questo saggio è stata messa in scena una performance narrativa dalla doppia operatività filosofica: da una parte il contenuto del testo, che analizza il concetto di ipnocrazia e ne illustra gli effetti filosofici e sociali; dall’altra la creazione di una nuova forma di pensiero e scrittura.
Ipnocrazia si inserisce in una tradizione che, da Hegel con la dialettica servo-padrone — ripresa da Marx, Kojève, Sartre, Adorno e poi da Lacan —, arriva alle revisioni della seconda metà del Novecento del concetto hegeliano. A partire da Foucault, infatti, il potere viene descritto come entità fluida e pervasiva, capace di invadere l’intimità più protetta degli individui. Baudrillard, Byung-Chul Han e Zuboff hanno ulteriormente messo in discussione quella dialettica come unica chiave di lettura dei rapporti di potere. Ipnocrazia esaspera questo concetto, affermando che il potere si configuri con un nuovo modus operandi, agendo mediante l’alterazione permanente dello stato di coscienza collettivo. Si prospetta, in questo modo, un’esistenza totalmente colonizzata da tale forma di controllo e manipolazione:
L’algoritmo non è più solo uno strumento di manipolazione di massa, ma un confidente silenzioso che sussurra direttamente nell’orecchio di ciascuno, personalizzando la suggestione fino a renderla indistinguibile dai nostri desideri più profondi.[7]
Uno dei risvolti più inquietanti presentati dall’argomentazione di Colamedici-Xun è l’ammissione della totale inefficacia di ogni forma di resistenza al potere ipnocratico. Ogni azione, pensiero o parola viene assorbita dall’apparato ipnocratico e trasformata in alimento stesso del meccanismo di controllo. Secondo questa analisi, il potere si nutre dell’immensa quantità di dati che noi stessi forniamo costantemente e, grazie ad algoritmi e tecnologie estrattive, elabora forme personalizzate di manipolazione. Anche le nostre interazioni col sistema che crediamo essere di contestazione, vengono da esso inglobate e depotenziate.
Il sistema è fluido, impersonale, infiltrato in ogni aspetto privato e pubblico della vita, individuale e collettiva e dunque non mostra un volto a cui opporsi, un nome da condannare, un muro da abbattere a martellate in una fredda giornata di novembre. Più si cercano modi di resistere ad esso e più lo si alimenta, rafforzandolo.
Attraversando questa disamina politica, Ipnocrazia pone dunque una questione cruciale, ovvero se sia ancora possibile sottrarsi, senza fuggire in un isolamento monacale, a un mondo che ci assorbe nel flusso continuo della prestazione e dell’attenzione frammentata.
Colamedici, attraverso le parole di Xun, suggerisce una forma di agency, una resistenza invisibile che consiste nella consapevolezza di una presenza lucida e al contempo opaca:
Eppure, questa stessa totalità suggerisce la possibilità di una resistenza invisibile: forme di opposizione che il sistema non può rilevare, categorizzare o assorbire […]. La resistenza invisibile può essere pensata come la creazione di zone di invisibilità algoritmica […]; significa coltivare modi di essere che non abbiano bisogno di venire definiti, classificati o misurati.[8]
È qui che la pensosità di Blumenberg entra in dialogo diretto con il contesto ipnocratico inscenato da Xun. La pensosità è opacità, lentezza, deviazione dal tracciato lineare: può essere ciò che permette di non coincidere mai del tutto con le aspettative del sistema: Emerge come spazio irriducibile di sosta — non come rifiuto del digitale, ma come uso obliquo del pensiero, riscoperta di una postura che non cerca visibilità, efficienza, controllo. La pensosità diventa il “resto” che il potere non riesce ad assimilare: una pausa nel linguaggio, una decisione senza esito, una domanda senza risposta. Ma cosa ne è di questa risposta differita del pensiero, quando il pensiero non è più integralmente umano?
Grazie al contributo di Blumenberg, l’analisi socio-politica aperta da Ipnocrazia si intreccia a quella antropologica: come abbiamo già visto, il filosofo tedesco sostiene che la pensosità sia un proprium umano, una caratteristica che rende l’uomo poco funzionale dal punto di vista della sopravvivenza animale — perché è un sottrarsi alla dinamica della risposta reattiva — ma che permette l’apertura allo spazio del pensiero. Cosa succede a tale apertura, che rappresenta la condizione necessaria al sorgere del pensiero, quando viene meno l’elemento antropologico? Il caso editoriale di Ipnocrazia, è l’esempio che falsifica la posizione filosofica proposta da Blumenberg?
È lecito domandarsi se si dia pensosità, quindi esitazione, riflessione, distanziamento dagli input, nel momento in cui il pensiero viene elaborato attraverso l’interazione con intelligenze artificiali. Spingendo ancora più avanti questo ragionamento ci si domanda se si può parlare di pensiero quando si maneggia un prodotto di intelligenze artificiali.
Inoltre, c’è una conseguenza filosofica collaterale ma non trascurabile di questo ragionamento, la coscienza di un rischio sottile ma profondo: che l’atto di pensare, consegnato interamente alle macchine estrattive, perda la sua umanità; che l’essere umano venga depauperato di ciò che più lo contraddistingue dalle altre forme di vita.
Quale destino possiamo immaginare per il pensiero?
A questa domanda risponde Colamedici, in un’intervista rilasciata all’Espresso nell’aprile 2025, dove rivela la natura dell’operazione filosofica:
Mi interessava una performance narrativa con cui costruire la stessa realtà che il libro analizzava criticamente: realizzare un ecosistema narrativo che permettesse alle persone di mettere subito alla prova i concetti che leggevano[…]. Mi chiedevo: in che modo posso raccontare qualcosa per cui ancora non c’è il nome, e costruire da zero tutto? Oggi possiamo inventare nuovi modi di fare filosofia. Uno è far vivere un’esperienza; un altro è co-creare assieme all’intelligenza artificiale” e ancora “Noto di continuo che la maggior parte delle persone usa gli strumenti di IA delegando l’esercizio del pensiero. È orribile: perché se invece l’intelligenza artificiale è usata bene è un ottimo strumento per imparare a pensare.[9]
Le parole di Colamedici aprono una questione cruciale: se sia possibile vedere l’intelligenza artificiale non come un ente colonizzatore delle nostre facoltà cognitive, ma come qualcosa attraverso cui inventare nuove forme di pensiero.
Non è auspicabile, infatti, che la filosofia si rifugi in una forma monadica di rinuncia al tecnologico. Sarebbe un cammino illusorio, dal momento che essa vive là dove abita l’uomo. Un pensiero ritratto in un monastero analogico ha in sé i germi della propria morte.
Ed è proprio in questo spazio di frontiera — dove l’umano incontra il tecnologico — che la filosofia deve interrogarsi di nuovo sul proprio respiro.
Una tale urgenza nasce dalla natura stessa dell’intelligenza generativa: essa non è uno strumento neutro, ma un sistema progettato per implementare esponenzialmente le funzioni per cui viene sfruttato maggiormente – pianificare, riassumere, comparare dati, fornire risposte rapide.
Più usiamo l’AI in modo strumentale, più essa accresce la propria efficienza, con il conseguente indebolimento delle nostre facoltà cognitive. Questo uso meramente strumentale dell’AI risponde perfettamente alle istanze del sistema ipnocratico attraverso due direzioni. La prima è il progressivo impoverimento di alcune facoltà umane, la seconda è la perdita della possibilità di pensare attraverso l’AI, di vedere in essa uno spazio fertile.
Ciò che distingue il progetto Xun dall’uso strumentale dell’intelligenza artificiale è proprio il tipo di relazione instaurata con essa. Colamedici non l’ha usata come un motore di ricerca avanzato[10]: ha instaurato un dialogo filosofico con essa, ponendo domande che non attendono risposte predefinite. In questo modo ha istruito i sistemi perché lavorassero su problemi che non hanno soluzione algoritmica immediata. In Ipnocrazia l’AI è stata usata contro la sua funzione ottimizzante, per esplorare connessioni laterali, per generare quella libertà del divagare che Blumenberg identifica come contenuto essenziale della pensosità.
Quando un Large Language Model (LLM) genera testo, non sceglie sempre la parola più probabile. Esiste un parametro chiamato temperatura che determina quanto il sistema può deviare dalla risposta ottimale a un determinato quesito. A temperatura zero, l’output è completamente deterministico: dato lo stesso input, il sistema produrrà sempre la stessa risposta, fornendo invariabilmente l’informazione con la probabilità più alta, seguendo uno schema stimolo-risposta. Quando si alza la temperatura, succede qualcosa di interessante: il modello inizia a considerare anche opzioni meno probabili. A temperatura 0.7 o 0.8, può scegliere la seconda o terza parola più probabile. A temperature ancora più alte, l’output diventa sempre più imprevedibile, creativo, talvolta anche incoerente.
Questo scarto di previdibilità nell’output può dirsi esitazione nel pensiero?
Non nel senso in cui lo intende Blumenberg: non c’è esperienza, esitazione, pausa consapevole tra stimolo e risposta: l’AI non vive interiormente il dubbio tra diverse possibilità. Tuttavia essa produce un effetto di esitazione: rallenta il percorso dalla domanda alla risposta più ovvia, introduce variazione, genera l’inatteso.
Pertanto l’intelligenza artificiale non può essere pensosa nel senso più esistenziale del termine, ma può generare degli effetti di pensosità: la pausa, l’articolazione di un discorso complesso, un linguaggio dubitante, persino l’autocritica. Tuttavia, essa non esperisce il retroterra profondo del mondo-della-vita (lebenswelt fenomenologica), ovvero non ha il bacino dell’esperienza da cui l’essere pensosi nasce e si alimenta: non ha corpo, non conosce l’attesa, l’angoscia della scelta; il suo pensiero non è situato, incarnato. Essa non può realmente indugiare perchè non possiede una coscienza dentro un flusso temporale. Inoltre l’AI non ha una zona di separazione, un’opacità tra il processo di elaborazione di risposte e un centro unificatore; non è dotata di un io in grado di compiere discernimento e metariflessione rispetto alle proprie risposte.
Dunque, nella consapevolezza che il proprium antropologico non viene soppiantato dalla simulazione dell’esperienza umana fornita dall’intelligenza artificiale adeguatamente istruita, è necessario prendere in considerazione dal punto di vista epistemologico come cambia lo statuto del pensiero nell’interazione tra intelligenza umana e artificiale.
Tuttavia, in questa complessa questione, resta una tensione irrisolta: affidandoci all’intelligenza artificiale per pensare, rischiamo di perdere qualcosa di essenziale — la fatica del pensiero che è parte costitutiva del pensare stesso. Ci siamo evoluti attraverso quella fatica, attraverso l’esitazione che costa energia, attraverso il sostare che richiede tempo. Quando l’AI ci fornisce formulazioni già elaborate, connessioni già esplicitate, strutture già ordinate, ci sottrae forse proprio quel dispendio che Blumenberg descrive come il prezzo dell’esitazione umana.
Eppure non possiamo semplicemente negare ciò che sta accadendo alla produzione culturale:
Siamo soliti concepire l’autore come un individuo che, attraverso la propria originalità e intenzionalità, produce opere che recano l’impronta della sua soggettività. Questa visione, (che Roland Barthes già contestava negli anni ‘60), è ora messa radicalmente in discussione dall’emergere di forme di intelligenza e creatività distribuite, in cui umano e non-umano si intrecciano in modi inestricabili. […] L’esperimento Xun suggerisce che stiamo transitando anche verso forme di autorialità distribuita, in cui il testo non è più il prodotto di una mente singola ma di un ecosistema cognitivo complesso. Non si tratta semplicemente di collaborazione tra individui – modello già ben noto – ma di co-evoluzione tra diverse forme di intelligenza che generano pensiero attraverso la loro interazione.[11]
Di fronte al rischio di lasciarsi inglobare dal funzionamento ricorsivo delle tecnologie estrattive — quelle che evolvono verso un’ottimizzazione totale che elimina ogni pausa riflessiva — la filosofia potrebbe rivendicare la propria purezza, dichiarare l’incompatibilità radicale tra pensiero autentico e mediazione algoritmica, rifugiarsi in una nostalgia per il pensiero pre-digitale.
Ma questa fuga sarebbe davvero una forma di resistenza o sarebbe piuttosto una resa?
La relazione tra intelligenze — umana e artificiale — può ampliare lo spazio di pensosità, renderla più complessa, più ramificata. Il pensiero può evolvere, crescere e fiorire in direzioni impreviste proprio nell’intercapedine tra umano e digitale, in quello spazio ibrido che non appartiene interamente né all’uno né all’altro. È in questo spazio di frontiera — dove l’umano incontra il tecnologico — che la filosofia deve interrogarsi di nuovo sul proprio respiro.
[1] Xun, Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Edizioni Tlon, Roma 2025, terza di copertina.
[2]Gilles Gressani, intervista a Jianwei Xun, in Il Grand Continent, 4 aprile 2025.
[3]Tlonletter del 19/02/2026, Il nuovo libro di Jianwei Xun, per Polity Press, Tlon.
[4]Ricordiamo tra le principali Paradigmi per una metaforologia (1960), Raffaello Cortina, Milano, 2009; Elaborazione del Mito (1979) Il Mulino, Bologna 1991; Pensosità (1980), Elitropia, Reggio Emilia 1981; Uscite dalla caverna (1989), a cura di G. Leghissa, Edizioni Medusa, Milano 2009; Teoria dell’inconcettualità (2007), :duepunti edizioni, Palermo 2010.
[5]H. Blumenberg, Pensosità, Elitropia, Reggio Emilia 1981.
[6]J. Xun, Ipnocrazia,. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Edizioni Tlon, Roma 2024, p. 11.
[7]J. Xun, Ivi, p. 51.
[8]J. Xun, Ivi, pp. 95-96.
[9]L’Espresso, n.14, 4 aprile 2025, Intervista a cura di Sabina Minardi.
[10]Per approfondire si veda l’intervista a Colamedici in L’Espresso, n.14, 4 aprile 2025 e l’intervista a Xun, in Il Grand Continent, 4 aprile 2025. Chi è Jianwei Xun?
[11]Gilles Gressani, intervista a Jianwei Xun, in Il Grand Continent, 4 aprile 2025.