In copertina: Eduardo Barrón, Nerón y Séneca, gesso parzialmente policromo (1904), Museo del Prado. Foto di Outisnn.
O, Caro Lucilio – sul Pensare bene
Ti hanno mai scrocchiato per bene la schiena? Sei mai stato dal chiropratico? Arrivi tutto anchilosato, irrigidito, ti senti costretto nei movimenti. Il chiropratico, con il suo camice bianco che farà particolarmente arrabbiare chi lo considera un ciarlatano, ti esamina, al massimo emettendo qualche mugugno e qualche domanda strana.
Poi ti fa sdraiare: respiro profondo e TRACK. Con un colpo secco ha fatto scrocchiare più vertebre di quante sapessi di averne, e mentre ti rialzi dal lettino, chiedendoti nel retro della mente se è la volta buona che ti ritrovi paralizzato, ti scopri più libero, più solido sui piedi.
È così soddisfacente che iniziano a girare sempre più spesso i video delle sedute dei chiropratici: solo a sentire quel suono e a guardare le persone rialzarsi ci sentiamo meno incriccati.
Io mio cognato vorrei tanto farlo sdraiare su un lettino, e track, scrocchiargli il sistema ideologico. È molto intelligente, ed è il motivo per cui mi ci scontro, ma, che dio lo benedica, al contrario di Socrate, solo sa di sapere. È rimasto immune al virus della post-verità.
Il punto in cui le vertebre cerebrali son così serrate da farlo muovere come Pinocchio, è proprio quello del ‘cosa sai, e perché pensi di saperlo’, fondamentale per esaminare la realtà senza cercare di falciarla come un soldatino di piombo, e lo saprà bene chiunque abbia mai tentato di mostrare le strutture patriarcali o razziste a chi si sente completamente immune al fenomeno: “ma io non sono maschilista/razzista!” quando il punto è semplicemente che lo siamo tutti: siamo nati e cresciuti in una società misogina e post-coloniale, i pensieri inconfessabili ci hanno infiltrato il cervello. Son riuscita a guarirmi di questo tic, ma in passato ogni volta che mi trovavo in uno spazio di sole donne mi lampeggiava in testa un “c’è puzza di figa”. Come pesci immersi nell’acqua, la prima sfida è notarla, quella sostanza in cui siamo nati e cresciuti. Noi quanto i delfini, d’altronde — come non ha mancato di ribadire la guida all’Acquario di Genova: Lapo, l’unico maschio, pare non sia sufficientemente virile per l’unica delfina con cui non è imparentato: Bettie, “non si concede a tutti, lei è una Marilyn Monroe, ha bisogno di un maschio forte.” Lapo, poverino, non è virile abbastanza neanche negli allenamenti. Con la coda dell’occhio osservavo un ragazzino di 6 anni in ascolto: cosa stava imparando dall’umiliazione pubblica di un delfino?
Torniamo a mio cognato: eravamo a pranzo, lui, mia sorella e io. Lei aveva già iniziato a roteare gli occhi e incrociare le braccia di fronte alla nostra discussione (finiamo sempre così). 
Dall’ultima volta però, avevo avuto un’illuminazione, il metodo definitivo, radicato nella fisiologia e nella scienza per dimostrargli che il problema è discutere come se le nostre convinzioni avessero fondamenta solide: “In che direzione osservi le cose con gli occhi?”.
“Da sinistra a destra, perché sono mancino e perché leggiamo da sinistra a destra” (ve l’ho detto che ha una bella testa) “ma: io le guardo anche da destra a sinistra, so leggere da destra a sinistra se serve. Ogni questione, la affronto da tutte le angolazioni.” Spesso vorrei giusto un pizzico di quella sicurezza che solo i giovani uomini cis bianchi sembrano possedere.
A questo punto della discussione, origliando dal tavolo accanto, si è intromessa una vecchietta dall’aspetto interessante, gli occhi luccicanti di ironia e intelligenza che solo i grandi vecchi hanno, e ci ha spiegato il Trilemma di Münchhausen: un problema epistemologico, o sui metodi della conoscenza. Nella leggenda, il barone omonimo si sarebbe tirato fuori da una palude sollevandosi per i capelli: un’impresa impossibile per dimostrare che ogni volta che cerchi di giustificare razionalmente una credenza, prima o poi devi rispondere alla domanda “perché questa credenza è vera?”. Solo tre risposte sono possibili:
La prima prevede una regressione eterna: “perché A è vero? Perché B.” e di conseguenza: “perché B? Perché C” e cosí all’infinito fino ad essere cacciati dal ristorante in chiusura.
La seconda risposta ti permette di alzarti prima dal tavolo: punti i piedi su una fondazione dogmatica, e da lì non discuti piú. Dai classici “è evidente” agli urticanti “è la Natura” e “lo dice Dio”. Non hai dimostrato nulla, ma almeno sei convinto di averlo fatto.
Il terzo corno del trilemma è il circolo vizioso: giustifichi A con B, e B con A. “Il sistema è vero perché è coerente”, soltanto che si tratta di una giustificazione circolare.
Aggiustandosi attorno al collo un elegante foulard di seta che sapeva di viaggi lontani, la vecchietta ha chiarificato: non esiste una giustificazione ultima delle credenze. E così, anche quando ti sembra di essere completamente razionale in realtà sei influenzato dalle tue credenze precedenti.
Se non esiste una giustificazione ultima, per Pensare devi incaricarti del lavoro infinito dello sfogliare i petali delle tue credenze ancora e ancora, sapendo che non ne raggiungerai mai il cuore.
A quel punto è intervenuta mia sorella, che, con quella dinamica tipica degli sposini, porta ad esempio la fidanzata francese del fratello di lui, M.: “commentiamo sempre che tanti suoi comportamenti e idee li ha perché è francese”. Niente. Sorda ostinazione negli occhi, capacità di lettura leonardesche: ho deciso di risparmiare mia sorella, e ho gettato la spugna, invocando la scelta del dolce e del caffè.
Ma dato che queste conversazioni non finiscono mai, almeno nella nostra testa, e — lo confesso — con le lettere a Lucilio sul comodino, mi sono avventurata in questa lettera, per tutti noi che alle volte avremmo bisogno se non necessariamente dell’intervento del chiropratico, almeno di una bella seduta di stretching.

Caro E., mi Lucili:
La nostra conversazione sui soldi mi è rimasta a ronzare in testa, ma non per l’argomento.
Sì, siamo parte di quella piccola porzione di popolazione per cui Ragionare è una priorità, se non la priorità. Ma, essere parte di questo quintile non significa poter considerare stupido chi ha altre priorità ed è molto migliore in altri slanci esistenziali.
Prendi S., che stimo molto: non si sarà chiesta una singola volta in vita sua perché usiamo i soldi, se ci sono modi migliori per gestire le risorse materiali, se il sistema è giusto; però è bravissima a vivere. Il suo essere nel mondo si traduce in fertile intelligenza vitale, nello stare con le persone, nel godere delle persone, nel sostenerle, nel vivere. Tanti anni fa, ero a casa a studiare, lei e la tua dolce metà hanno aspettato ore che arrivasse una cazzo di pizza: a me rodeva il culo per loro, fossi stata io quella affamata, di quella pizza avrei assaporato solo il risentimento. E invece, non l’ho mai dimenticato, quando finalmente è arrivata: “che buona questa pizza, ma è veramente buonissima”, mi risuona ancora in testa con la voce di S. Quanto ammiro questa capacità piena di godere, di vivere, di esserci. Non ti credere migliore solo perché senti il bisogno di dedicare un po’ più di tempo al pensare rispetto alla media, non ci rende migliori.
Ci sono tante persone che vivono bene senza Pensare, ma tu non sei tra quelle. Se non alleni e indirizzi uno slancio così istintivo e tuo, si imputridirà e ti farà marcire dentro.
Permettimi di dirti però che è fondamentale che tu lo faccia per te stesso e non contro gli altri.
Vedo e capisco che nutri del risentimento: ti sei ribellato a un sistema che voleva che fossi un bravo scolaretto, ti laureassi e facessi un lavoro da colletto bianco, e invece hai seguito la tua strada, sei diventato un creativo e un artigiano. Le lauree-pezzo-di-carta non hanno nulla a che fare con l’essere intelligenti. Lo sei, ti appartiene, come una persona con il fisico da atleta: c’è nata. Però, può anche ammazzarsi di hamburger e diventare grassa e lenta; oppure allenarsi con gioia e disciplina, godere del corpo che Natura le ha regalato e portarlo al suo apice.
Mia madre si è sempre tinta i capelli di rosso, non perché le stesse bene il colore, ma aveva i capelli biondissimi di F., e crescendo le hanno inculcato che erano la sua unica bellezza. Per cui appena ha potuto, quando ha conosciuto papà, se li è tagliati cortissimi, e dopodiché li ha sempre tinti. Pensa che perdita per se stessa e per il mondo, non godere della bellezza di capelli come quelli di F.. E capisco profondamente il suo gesto e lo rispetto, ma la vera libertà sarebbe stata emanciparsi e basta, non solo ribellarsi, sprecando un dono suo e del mondo.
In te intuisco un processo analogo nel Pensare. E mentre per i capelli basta non tagliarli a zero come mia madre, il Pensare è un allenamento costante, anche se vuoi solo fare la maratona di quartiere e non le Olimpiadi.
E se sei soltanto bravo a correre un po’ più velocemente degli altri perché quando capita prendi i gradini due a due invece di farti trasportare dall’ascensore, sì, sarai un po’ più forte; ma non quanto se andassi in palestra tutti i giorni; usare i muscoli rassodati facendo le scale contro dei culetti lardosi non ti rende migliore di loro.
E come per l’allenarsi, appena ti iscrivi in palestra ti umilia scoprire che esistono tantissime persone più veloci, più forti e più flessibili di te. È una botta all’autostima, ma appena superata scopri che è fantastico: finalmente ti puoi confrontare con persone al tuo livello, correre al massimo senza guardarti indietro con disprezzo, ma gioendo della velocità e della sfida.
Che poi, quando si tratta di Pensare, le persone con cui confrontarti sono rarissime, ma ci sono mentori tra i grandi autori (e ultimamente anche nell’AI), e sfide solitarie.
La Dea si vendica se rinunci ai tuoi doni, e tu puoi aspirare a diventare un pensatore, ma devi trovare una pratica deliberata di allenamento.
Tu dici: “I soldi sono sbagliati, dovremmo vivere senza soldi, non dovrebbero esistere”. Va bene, ma allora vai fino in fondo: come si strutturerebbe una società senza soldi? Come funzionerebbe lo scambio di risorse? Cosa succederebbe quando una persona si ammala oppure invecchia, insomma quando non è più in grado di produrre? Come funziona quando ci si espande oltre a piccole tribù territoriali?
Chi lo ha già detto prima di te? Puoi andare a leggere il loro pensiero e scrivere su cosa sei d’accordo, cosa no, quali sono le loro fallacie? Loro, a chi si sono ispirati? Che critiche hanno ricevuto?
Il “dovremmo essere tutti buoni” è una affermazione utopica che non risponde a nulla, è solo una tautologia, il secondo corno del trilemma di Münchhausen: potete provare a replicare l’Eden nel vostro piccolo, ma non è una risposta filosofica. E infatti, per Pensare davvero, devi partire dal fatto che non ci sono certezze.
Al di là delle spiegazioni scientifiche, che sono un mondo a sé (e le teorie evoluzionistiche vaghe del “se fossimo nelle caverne” non lo sono), se basi un’idea solo sul tuo intuito, sul tuo senso di pancia, non dimostri nulla, stai solo cercando di tirarti su per i capelli. E con il tuo tipo di mente è divertente cercare le risposte, è tra le soddisfazioni più grandi che puoi conoscere.
Cosa sai, e perché pensi di saperlo? È la domanda fondamentale della razionalità.[1]
Cartesio, nel chiedersi cosa c’è di certo è arrivato fino al “cogito ergo sum”: tutto potrebbe essere un sogno o un’illusione; non posso escludere che non lo sia. Però, se sto sognando, ci sono io a nutrire un’illusione, ci sono io, c’è un soggetto. Quindi l’unica certezza che ho è che penso, e dunque esisto. Se anche l’illusione fosse provocata da un demone ingannatore, ci sarei comunque io, soggetto da ingannare. Cartesio poi finisce per tirare in mezzo Dio, che essendo Giusto non permetterebbe a un demone di ingannarmi, ma vabbè. Tra l’altro, fantastico spiegare ciò che pensi di aver capito all’AI, farti correggere e ripetere (è così che ho finalmente capito la famosa frasetta che conosciamo tutti).
Le tue idee: mettile in discussione, scrivile per renderle chiare, discutile con altri, falle criticare dall’AI, portale alle estreme conseguenze, trattale come una filosofia per far funzionare il mondo: cosa succederebbe? E se credi che le leggi esistano solo per gli stupidi, chiediti chi altro lo ha già detto: Bakunin, Proudhon…? Quali sono i pensatori anarchici che hanno idee simili alle tue? Quali critiche gli sono state rivolte? Con quali ideologie ti identifichi?

Le idee da sole non servono a niente. Ho trovato un libro con 100 idee di potenziali business scritto negli anni ’80 da un imprenditore cocainomane, e alcune trovate erano anche brillanti, ma le idee di per sè non valgono nulla. Niente. Zero. Aggrapparsi alle idee come se fossero oggetti preziosi mentre senza esecuzione sono solo polvere, è l’ennesima distorsione di una società fondata sulla proprietà e sul consumo.
Un libro che ti cambia la prospettiva in questo e altri modi è Essere o Avere di Erich Fromm (1976) – al liceo lo citavo così spesso che M. per prendermi per il culo lo chiamava “zio Fromm” – di formazione freudiana, ma critico verso il Padre della psicoanalisi e marxiano (quindi radicato in Marx come filosofo, non nel marxismo come ideologia politica), si definiva un umanista radicale: voleva capire perché in una società come la nostra, in cui dovremmo essere sazi di bisogni, siamo invece nevrotici e insoddisfatti. Sareste andati decisamente d’accordo (con Henry David Thoreau del Walden, Vita nei Boschi invece sareste proprio diventati BFF, ma divago).
Zio Fromm denuncia il tradimento della grande promessa di infinita felicità, libertà, abbondanza e dominazione della natura che ci aveva fatto l’industrializzazione, e crede che una società sana dovrebbe favorire creatività, cooperazione, sviluppo umano – per molti versi un’applicazione del tuo “non dovremmo avere bisogno di soldi”. È il capitalismo che ha modellato le nostre abitudini psicologiche, improntandoci a una ricerca costante del possesso, alienandoci dalle creazioni delle nostre mani e da noi stessi.
La differenza tra le modalità dell’avere e dell’essere si esplica in tanti modi, ma appunto, anche nel modo in cui un’opinione diventa un possesso, per cui cambiare idea significherebbe perdere qualcosa, impoverirci. Ragionare secondo questi termini rende impossibile Pensare, e “la conversazione cessa di essere uno scambio di beni (informazioni, nozioni, condizione sociale) e diviene un dialogo in cui più non importa chi abbia ragione e chi torto.”I.[2]
Quando invece tratti le idee come esperimenti, da creare e lanciare nel mondo per vedere se reggono, allora stai Pensando davvero. Idee come mobili in legno, con cui trafficare finché non si reggono su dritte. Vi ho visti lavorare insieme, tu e mia sorella, controllare le simmetrie, la solidità, le imperfezioni, la grazia tecnica del creare qualcosa affinché sia utile nel mondo. Toccarli con mano ferma per valutarne la solidità.
Come Nietzsche, usa il martello per toccare le tue idee come un diapason, per capire quali hanno le viscere enfiate, e suonano vuote[3]; ma anche per imparare a impugnare un martello. E sarebbe fantastico vedertelo fare, perché hai un bel cervello, ma da solo non basta.
Come le tue mani capaci: non servono a niente se non le usi, se non impari a creare mettendole alla prova. E lo so, Pensare attivamente è estremamente difficile, non c’è il riscontro diretto che ti dà un oggetto appena costruito, che o regge o si rompe, o è dritto o è storto. Le idee iniziano quasi sempre di cartapesta, e ti ingannano nel sembrare solide finché non le metti davvero alla prova. Se sei tra le persone per cui Ragionare è innato e prioritario, devi farlo. Richiede tanto allenamento e disciplina, ma non c’è nulla che ti può dare altrettanta soddisfazione. Sai Pensare, se non lo alleni, questo arto si rivolterà contro di te, si atrofizzerà e poi andrà in cancrena, avvelenandoti.
Sai Pensare, se non la usi questa capacità si rivolterà contro di te, si atrofizzerà e poi andrà in cancrena, avvelenandoti.
Potrei a questo punto chiudere la lettera, se non ti avessi abituato male. Non si possono salutare i re Parti senza un dono: così io non posso dirti addio senza un tributo. Che ti darò questa volta? [4] Seneca chiudeva le sue lettere con una massima di Epicuro; io chiederò invece in prestito a Erasmo da Rotterdam questa massima dall’Elogio della follia:
Se il senno si fonda sull’esperienza, a chi meglio conviene fregiarsi dell’appellativo di saggio? Al sapiente che, un po’ per pudore, un po’ per timidezza, nulla intraprende; o al folle che non si astiene da niente, sia perché è privo di pudore, sia perché non teme il pericolo? Il saggio si rifugia nei libri degli antichi e ne trae solo arguti discorsi. Il folle affronta da vicino le situazioni coi relativi rischi e così acquista, se non erro, la vera saggezza. Verità, questa, che sembra avere visto, benché cieco, Omero, quando dice: ‘Lo stolto impara dai fatti’. Sono due infatti i principali ostacoli alla conoscenza della realtà: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dall’azione. La follia libera da tutto questo. Non vergognarsi mai e osare tutto.
Stammi bene,
E.

[1]Harry Potter and the Methods of Rationality Eliezer Yudkowsky, pubblicata su Fanfiction.net O, “che cosa pensi di sapere, e perché pensi di saperlo?” è la domanda fondamentale della razionalità. Se hai letto Harry Potter, devi assolutamente leggere la fanfiction Harry Potter e i Metodi della Razionalità, è molto meglio degli originali, che sviluppa, fa spesso ridere e ti insegna tantissimo sul Pensare. Trovi la versione originale qui, è talmente figa che è stata anche tradotta gratuitamente dai fan in italiano e in altre 14 lingue, ucraino e cinese incluse – in inglese è stato creato persino l’audiolibro. Quando è stato pubblicato l’ultimo capitolo sono state organizzate feste celebrative nelle università piú fighette. È stata scritta da un ingegnere di AI, ma tra i più critici riguardo ai rischi dell’AI per la sopravvivenza stessa dell’umanità.
«Mio padre mi vuole davvero bene,» disse Draco con fermezza.
«Non farebbe mai una cosa del genere.» “Ehm…” disse Harry. Si ricordò la figura elegante, dai capelli bianchi, nero-vestita, che aveva fatto irruzione da Madama McClan con quel letale e bellissimo bastone dal manico d’argento. Non era facile immaginarlo come un padre affettuoso.
«Non prenderla male, ma come fai a saperlo?»
«Eh?» Era chiaro che Draco non era abituato a porsi una domanda del genere.
«Sto facendo la domanda fondamentale della razionalità: perché credi a quello che credi? Che cosa pensi di sapere, e come pensi di saperlo? Cosa ti fa pensare che Lucius non sacrificherebbe te esattamente come sacrificherebbe qualsiasi altra cosa per il potere?»
Draco lanciò a Harry un’altra occhiata strana. «E tu cosa ne sai, esattamente, di mio padre?»
[2]Avere o Essere, “II – Avere ed essere nell’esperienza quotidiana”, “Conversazione”
[3]“Porre qui una buona volta domande con il martello e forse udire per tutta risposta quel famoso suono cavo che parla dai visceri enfiati – quale delizia per uno che ha altri orecchi dietro gli orecchi, – per me vecchio psicologo e acchiappatopi, per il quale proprio quel che vorrebbe starsene in silenzio deve gridar forte . . .”
Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1983.
[4]Lucius Annaeus Seneca, Lettere a Lucilio, I, 17.