In copertina: Una scena tratta da “Provaci ancora, Sam”
Provaci ancora, Sam (1972)
Provaci ancora, Sam nasce nel 1969 a Broadway, come pièce teatrale con ben 453 repliche. Approda al cinema nel 1972 – per la regia di Herbert Ross, con Allen sceneggiatore e interprete – ed è subito un film-ponte. Allen mette in standby la comicità slapstick – qui mero supporto alla caratterizzazione del protagonista: gag fisiche a enfatizzarne l’imbranataggine – e anticipa per tono, tematiche e ironia Io e Annie.
Sam è un critico cinematografico nevrotico e insicuro. Sua moglie Nancy lo ha lasciato, e il fantasma di Humphrey Bogart, che ammira per l’aura da uomo duro e fascinoso, lo sprona a rimettersi in carreggiata. Anche il suo migliore amico Dick – sposato con l’altrettanto nevrotica e insicura Linda – vorrebbe aiutarlo. La coppia prova a combinargli qualche uscita, ma l’esito è tragicomico. L’unica donna con cui Sam si trova a suo agio è proprio Linda, che lo capisce e lo apprezza; in più, lei vive il suo matrimonio da eterna seconda: per Dick – finanziere di successo – il lavoro è sempre al primo posto. Quando Dick parte per una trasferta a Cleveland, Sam e Linda finiscono a letto. Il giorno dopo, Dick torna a sorpresa, perché sa di aver trascurato Linda e teme di perderla per un altro. Tutto si risolve con Sam e Linda che scelgono di preservare lo status quo.
Il soggetto trae spunto dalla biografia di Allen. Ai tempi della rottura con Louise Lasser – sua seconda moglie – gli amici lo incastravano in uscite disastrose.
Scoprii che con le mogli dei miei amici, alle quali non avrei mai pensato in termini sentimentali – confesserà al giornalista Eric Lax – ero spontaneo, vero, e loro con me stavano molto meglio rispetto alle donne sulle quali volevo fare colpo a tutti i costi. […] Con una sconosciuta sei assillante, mentre ti senti totalmente a tuo agio con le amiche perché non hai quel genere di ansia. L’amica, tra l’altro, ti vede come una persona reale, mentre le altre ti vedono come un poveraccio pieno di tic, una grottesca anima in pena
Allen parte da questo aneddoto per ragionare sui rapporti uomo-donna da un punto di vista inedito. Per Sam ogni essere femminile è una specie aliena, a cui si approccia recitando la parte del maschio sicuro di sé. Come risultato: produce l’effetto opposto. A una mostra di Pollock, si avvicina a una ragazza che sta osservando un quadro. Le dà a parlare e le chiede cosa ne pensa. Lei inizia un discorso che sfocia nel pessimismo esistenziale.
Sam, impassibile, ascolta tutto e chiede:
Che fa sabato sera?
Occupata, devo suicidarmi
risponde lei.
E allora venerdì sera?
La ragazza lo guarda disgustata e si allontana.
Il problema di Sam è che vorrebbe essere Bogart, ma non può. Il fantasma del grande attore è un transfert, e l’unica volta che, anziché imitarlo, dà retta ai suoi consigli è quando ci prova con Linda. L’approccio funziona perché è naturale. Sam ha in realtà ascoltato la sua voce interiore – il Bogart-apparizione libero dalle paranoie – e ignorato lo spirito di emulazione verso il Bogart-attore.
Sul finale non ha più bisogno di lui: il blocco interiore si è risolto con la consapevolezza dei propri limiti. Non gli resta che rivivere Casablanca a modo suo. Corre in aeroporto per fermare Linda. Lei sta cercando di raggiungere Dick in partenza, per dirgli addio, almeno così pensa Sam. Invece Linda rivela di aver scelto Dick, perché non può vivere senza di lui.
Sam le dà ragione e ribadisce il già detto:
Il tuo posto è con Dick. Sei parte del suo lavoro, gli dai la forza di andare avanti. Se quell’aereo decolla e tu non sarai con lui, te ne pentirai. Magari non oggi, forse neanche domani, ma presto e per il resto della tua vita.
Oh, Sam. Che belle parole.
risponde Linda.
Sono di Casablanca. Ho aspettato tutta una vita l’occasione di usarle.
Il ribaltamento parodico del finale di Casablanca è per Sam l’evento catartico che lo svincola dal mito di Bogart. Ha capito che può farcela, che basta essere sé stessi. Deve solo “provarci ancora”.