Estate novecentesca

di Silvia Frigeni

Ci sono due tipi di spettatori che potrebbero apprezzare I villeggianti, il nuovo film di Valeria Bruni Tedeschi. Il primo, e più ovvio, è lo spettatore che vuole vedere quale variazione abbia scelto stavolta la regista per mettere in scena il tema che più l’appassiona, vale a dire sé stessa e la sua famiglia.

La protagonista è infatti l’ennesimo alter ego di Bruni Tedeschi: un’attrice/regista proveniente da una ricca e ingombrante famiglia italofrancese con un compagno molto più giovane di lei, un fratello morto di AIDS e una maternità finalmente realizzata. La ritroviamo a Parigi, stavolta col nome di Anna, mentre sta andando a chiedere al CNC un finanziamento per un film. Il progetto non convince, le dicono: è fragile, e ricorda troppo il film precedente.

E in effetti nei Villeggianti ritornano molti dei personaggi e delle dinamiche già incontrati nell’ultimo film di Bruni Tedeschi, Un castello in Italia (uscito nel 2013). In entrambi le situazioni e i dialoghi, così come gli attori, formano un continuo rimando metacinematografico alle vicende personali e professionali di Bruni Tedeschi. Come in Un castello in Italia, a fare la madre di Anna/Valeria è la sua vera madre, Marisa Borini: solo che ora c’è anche la figlia, interpretata dalla bambina adottata con l’ex compagno Louis Garrel, attuale marito di Laetitia Casta. Sempre seguendo i fili dell’intreccio troviamo Luca, il compagno di Anna, non più impersonato da Garrel come nel precedente film, ma da Riccardo Scamarcio. Alla rete familiare si aggiunge stavolta la sorella Elena, interpretata dalla ex compagna di Scamarcio, Valeria Golino (qui più splendida che mai). E se il gioco del «chi è chi» può sembrare futile e inutilmente complicato come un servizio da rotocalco, come giustamente è stato osservato, in realtà serve ad aggiungere un’altra lettura a beneficio dei fan di Valeria Bruni Tedeschi e della sua non comune parentela. Viene infatti da chiedersi se Sarkozy sia un corpo estraneo a questa famiglia anticonformista come Jean, il cinico imprenditore di destra marito di Elena/Carla Bruni. O se Garrel abbia davvero lasciato Valeria come Luca lascia Anna nel film, indicandole una modella (non troppo dissimile da Laetitia Casta) su di un cartellone pubblicitario per dirle che sta con lei.

I-VILLEGGIANTI_1

A film appena iniziato, subito prima che Anna vada a chiedere il finanziamento per il film, Luca le rivela a bruciapelo che non andrà con lei nella solita vacanza estiva con la sua famiglia, perché ama un’altra. Anna partirà da sola, dando inizio alla parte che interessa l’altro tipo di spettatore ideale: il nostalgico del Novecento. La vacanza è una villeggiatura nella casa di proprietà in Costa Azzurra, i protagonisti sono altoborghesi che si aggirano per le stanze della villa, opulenta ma in decadenza, assieme ai loro ospiti o ai loro dipendenti (le due cose a volte si sovrappongono), immersi nelle loro personalissime ossessioni, e ignorando se non deridendo quelle altrui. A tavola, la madre di Anna liquida sbrigativamente una violenza subita dalla figlia quando era bambina da un loro dipendente, giudicata non abbastanza grave per licenziarlo, e rievoca a sua volta le molestie subite da piccola dal maestro di pianoforte. La discussione tra lei e la figlia ricorda agli spettatori il modo in cui una certa generazione vedeva lo stupro: ma in questa visione hanno un ruolo anche i rapporti di fedeltà tra padroni e servitù, a volte protratti per decenni, con dinamiche non molto diverse da quelle ritratte da Downton Abbey. Persino la politica è rappresentata da uno scambio di battute sulla differenza tra destra e sinistra, senza nemmeno una concessione a Macron o ai nascenti populismi.

Le vicende della villeggiatura si svolgono in un tono da tragicommedia che a volte vira nel farsesco: si tratti di lutti da portare, di amori passionali (grande motore narrativo novecentesco) o di un fantasma che compare all’improvviso, le reazioni oscillano sempre tra il ridicolo e il drammatico. L’affollarsi di personaggi, ritratti senza omettere nulla (come rinfaccia la madre ad Anna in una delle tante scene metacinematografiche del film) ma allo stesso tempo con compassione partecipe, fa sì che Anna sia ridotta a poco più di un cameo di sé stessa, nella parte dell’innamorata che lascia messaggi sempre più isterici alla segreteria telefonica dell’ex. Se alcune scene del film hanno fatto pensare a un non troppo riuscito omaggio a Fellini, soprattutto in Italia, l’atmosfera ricorda piuttosto Rohmer per la freddezza di un racconto estivo che non sembra quasi tale, tanto è immerso nei turbamenti dei protagonisti (il titolo in francese Les estivants accentua meglio il contrasto). Niente che riguardi questo secolo, in ogni caso: e forse è questo il suo fascino.  

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