Il mondo in sciopero

Di Alessio Giacometti

Il punto di ritrovo è Piazzale Stazione, a Padova. Da lì sta per partire il corteo che attraverserà il ventre storico della città sfilando oltre i palazzi del comune e dell’università, simboli rispettivamente del potere politico e del sapere scientifico. Ci arrivo seguendo l’eco dei cori commisti alle vibrazioni della musica, di cui l’aria è intrisa per centinaia di metri. In piazza trovo il nucleo della folla già agglutinato, e l’impressione è quella di assistere a un concerto trap: una ressa di adolescenti euforici si sta addensando nella direzione di quello che in lontananza mi pare essere un grosso globo di cartapesta, con le terre emerse dipinte di verde e le acque di blu. Leggo una scritta: «stop neocolonialism | burn borders, not coal». Attorno a me mascherine antigas, parka sgualciti, pantaloni mimetici, innumerevoli paia di Dr. Martens, felpe nere degli AC/DC e magliette bianche con il panda del WWF. «Ma cosa sta succedendo?», mi chiede una donna che esce trafelata dalla stazione. «È lo sciopero mondiale per il clima, signora».

Sono le 9 e 30 di venerdì 15 marzo 2019 e qui tutti sono pronti al Global Strike for Climate, organizzato dalla sezione locale del movimento internazionale Fridays For Future. Stando ai dati provvisori, lo sciopero della scuola si tiene parallelamente in oltre 2.083 città di 125 Paesi diversi, per quella che è la più grande mobilitazione ambientalista di sempre. Il primo pensiero è d’incredulità: sembra impossibile che nel giro di pochi mesi lo skolstrejk för klimatet condotto in solitudine dalla svedese Greta Thunberg si sia propagato viralmente nella memesfera e abbia orientato la condotta del milione e mezzo di studenti scesi oggi nelle piazze di tutto il mondo.

Da quella prima astensione solitaria del 20 agosto 2018, Greta è diventata il personaggio del momento. Dopo i discorsi tenuti alla COP24, al Forum del WEF e alla Commissione Europea, la nuova leader dell’ambientalismo internazionale è stata nominata “Donna dell’anno in Svezia”, è stata inclusa da RollingStone fra le Women Shaping the Future ed è stata candidata da degli eurodeputati norvegesi al Premio Nobel per la Pace. Greta aveva intuito la portata di ciò che sarebbe successo già al secondo giorno di sciopero, quando i primi coetanei si affiliarono alla sua battaglia ambientale. «Il passaggio da uno a due è il più difficile da fare in una protesta», ha dichiarato in un’intervista a RollingStone. «Una volta che l’hai fatto, non sei più troppo lontano da creare un intero movimento». Il suo modello di militanza è sempre stato Rosa Parks: fu lei a insegnarle come «una persona possa fare un’enorme differenza semplicemente rifiutandosi di fare qualcosa». Così ci ha provato anche Greta.

Mentre contemplo la vastità della folla che va occupando il piazzale, mi torna alla mente un antico, ma sempre in voga proverbio cinese: anche il più lungo dei viaggi comincia con un primo passo. Quante volte, in passato, avremmo voluto fare qualcosa per innescare la rivoluzione verde. La sincerità di quell’intenzione rimaneva però schiacciata dalla sperequazione tra le possibilità individuali e l’immensità del problema ecologico, che abbiamo cercato di offuscare ricorrendo a tutto quanto riducesse in noi la dissonanza cognitiva. Poi è arrivata Greta Thunberg ad aprire per tutti un possibile raggio d’azione, con lo sciopero per il clima. Come ha scritto Jonathan Watts sul Guardian, avevamo solo bisogno di «trovare un leader ambientalista capace di attivare le nostre ambizioni». Ci bastava una “spinta gentile”, e Greta ce l’ha data.

A interrompere questo mio flusso di coscienza è il grido al microfono di uno degli organizzatori che sancisce puntualissimo l’inizio della parata: «Cominciamo! Noi, tutti assieme, siamo il futuro!». Segue il boato dei manifestanti. Mi guardo attorno e trovo tutti gli elementi immancabili in uno sciopero: i cartelloni alzati al cielo, le forze dell’ordine già schierate, la musica a eccitare la folla, le TV a immortalare il momento. Molte ragazzine hanno il volto dipinto e portano un paio di trecce sul modello di Greta Thunberg. Non appena la massa si mette in cammino, parte a tutto volume La grande opera di Caparezza: «una grande opera | di importanza storica | che questa nazione salverà». In testa al corteo un blindato della polizia e il carretto “ecologico” trainato dagli organizzatori, distinti dagli altri manifestanti per le tute da lavoro bianche che indossano. Sul carretto gravano un mixer e un’audiocassa alimentata da due pannelli solari. Subito dietro, il grosso globo di cartapesta, che ora capisco essere l’oggetto totemico che aprirà la strada alla processione. Segue la massa di scioperanti, con i più giovani davanti a spiegare uno striscione per tutta l’ampiezza della strada. «Cambiamo il sistema | Non il clima», si legge da lontano.

Gli slogan dello speaker sono fluidi, appassionati, sinceri, sofferti: «non abbiamo bisogno di un altro gasdotto, abbiamo bisogno di pannelli solari! Non vogliamo le macchine in città, vogliamo le ciclovie!». Grido collettivo di assenso. Io, intanto, vengo assorbito dalla folla e mi ritrovo a fianco di un gruppo di giovani nerd che discettano di plastica e petrolio. Provo a farmi largo per raggiungere la testa del corteo. I corpi degli scioperanti si sono fusi in una massa compatta, ordinata, flessuosa, effervescente. Alcuni sbattono dei barattoli di latta per aumentare i decibel della manifestazione. Riesco a sgusciare fuori dalla moltitudine e a risalirla fino in testa. Qui affianco una ragazza in carrozzina con una coperta di tartan sulle ginocchia e una bandiera nera in mano. La sventola energicamente in cielo per esibire un teschio verde fluo.

Dopo pochi passi, la parata costeggia l’unico McDonald’s della città. «Vaffanculo Mc! Vaffanculo KFC!» abbaia al microfono lo speaker, e la folla con lui. Da dentro il locale, stranita al suo tavolino, una donna osserva lo svolgersi della manifestazione. È chiaro sin dalle prime battute che i modelli di riferimento, le forme della protesta e il linguaggio del Fridays For Future sono quelli dell’attivismo di sinistra. «A-|Anti-|Anti-Capi-ta-li-sta!» canta ora lo speaker, scandendo bene il ritmo del coro che contagia subito la massa di manifestanti. Questa si è oramai dispiegata nella foggia di un lungo serpentone umano di cui non vedo più la coda. Alcuni scioperanti ardiscono a uscire dalla carreggiata e invadono i marciapiedi. Uno degli organizzatori – capelli ossigenati e vistosissimi dilatatori agli orecchi – si stacca dalla testa del corteo e li ricaccia indietro. «Il mondo è nostro, e ce lo riprenderemo oggi!», sbraita lo speaker in un impeto di entusiasmo. Come hanno scritto Francesco Massimo e Lorenzo Zamponi nell’ultimo numero di Jacobin, dedicato proprio al tema degli scioperi, le mobilitazioni collettive hanno la forza di «fare irrompere la materialità di bisogni e desideri» prima inesistenti sulla scena pubblica. Gli studenti sono scesi in piazza per chiedere il rispetto degli accordi di Parigi e la riduzione immediata delle emissioni di CO: Green, please ha titolato per l’occasione Il Manifesto. Il verbo della protesta è dunque petere, non quaerere.

Le tappe della manifestazione erano state annunciate nei giorni scorsi sui social network e vengono ora invase dai manifestanti una via l’altra. «Invitiamo tutti a bere dalle fontane e non dalle bottigliette», precisa lo speaker in un attimo di pausa dai cori. La raccomandazione fa parte di una lista fornita dalla stessa Greta Thunberg in un suo post del 3 marzo: durante lo sciopero generale per il clima «niente violenza, danneggiamenti, abbandono di rifiuti, attività commerciali e incitamento all’odio». A queste raccomandazioni si aggiunge l’invito a «minimizzare la propria impronta ambientale e a fare sempre riferimento alla scienza». Come ha scritto Ugo Bardi su Il Fatto Quotidiano, Greta sa bene che «il messaggero viene creduto [solo] quando il suo comportamento è consistente con il messaggio.[…]. Nessuno avrebbe dato retta a San Francesco se non fosse andato in giro a piedi nudi e vestendo un saio». E così fa pure Greta, che esorta tutti a scioperare ma anche a mutare la propria condotta in senso ecologico. «Cambiamo noi per non cambiare il clima», si legge in uno dei tanti cartelloni che gli scioperanti hanno portato oggi in piazza.

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Dalla coda del corteo si alza intanto un coro che lo speaker fa subito suo: «più pin-gui-ni, me-no Sal-vi-ni!». Alcuni residenti si affacciano alla finestra incuriositi, gli astanti filmano con lo smartphone la fiumana di gente che sta inondando la città. In pieno centro storico l’urlo dei cori rimbomba tra i palazzi, le vetrine dei negozi tremano all’urto delle vibrazioni sonore. Una vecchia in pelliccia si tappa le orecchie con le mani. Altri giovani accorrono e si aggiungono alla protesta che continua a gonfiarsi. «Non c’è un pianeta B | Noi vogliamo questo qui!» ritma nel frattempo lo speaker, con una voce che va via via ingracilendosi. D’improvviso, il corteo si stoppa nello spiazzo che divide la sede del comune da quella dell’università. Alcuni manifestanti approfittano dello stallo per salire sulle spalle dei compagni, altri per dismettere i giubbotti: il tepore primaverile, proprio a causa del riscaldamento climatico, è nell’aria ormai da settimane. Lo speaker, raccoglie la voce e le idee: «invitiamo il sindaco e il rettore a scendere dai loro palazzi dorati e a unirsi a chi chiede un cambiamento radicale». Da dietro parte un coro: «scendi giù|scendi giù|manifesta pure tu!».

L’acme della protesta è raggiunto quando la fiumana sfocia finalmente nell’ovale di Prato della Valle, la terza piazza più grande d’Europa. Qui il corteo si sfilaccia in molteplici fiotti, come in un estuario. I poliziotti provano a orientare la folla dimodoché faccia ordinatamente il giro completo della piazza. Io accosto gli organizzatori del corteo per chiedere una battuta. «Ci aspettavamo cinquemila persone», mi dice gasatissimo Cristian, barba ispida e occhialoni scuri. «Invece siamo più di ventimila!». L’evento è stato organizzato da lui e dagli altri che si ritrovano nelle sedi storiche del movimento studentesco, come la Tana dello Studente e i circoli ESU. È questo manipolo di universitari a gestire gli account sui social network della sezione padovana del Fridays for Future, mi spiega lo stesso Cristian. A un tratto la sua attenzione è però catturata da un evento inaspettato: ruotando attorno al centro della piazza, la testa del corteo si è ora congiunta con la coda. «È successo davvero», commenta sbigottito.

Raramente ho visto Prato della Valle così gremito di gente. Nessun comizio popolare, nessuna Festa dell’Unità l’avrebbe saturato a tal punto di studenti. In un attimo Cristian mi scappa via e lo vedo dare indicazioni al sit-in che si sta raccogliendo su un lato della piazza. I tassisti suonano il clacson per farsi largo nella marea di manifestanti, un vigile fa segno all’autista del tram di rallentare la velocità di marcia. A due passi da me, due ragazze si scambiano un bacio tenendo in mano un cartellone con una frase di Gandhi, mai così azzeccata: «sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». Più in là, altre ragazze si mettono in posa per una foto sotto allo striscione: «save the bees | plant the trees | clean the seas».

Noto solo ora che le manifestanti sono sensibilmente di più degli omologhi maschi. «Più cose imparo sulla crisi climatica, più mi accorgo di quanto sia cruciale il femminismo», ha scritto Greta Thunberg in un suo post dell’8 marzo. «Ci sono molti studi che mostrano come gli uomini emettono in media più [CO] delle donne, e come sono proprio queste a essere maggiormente colpite dalle crisi ambientali». Il cambiamento climatico, infatti, grava in misura superiore sul lavoro e sulla vita delle donne, specie nelle aree povere del mondo. Non è allora un caso che, al di là di Greta, la leadership internazionale del movimento sia retta per lo più da ragazze: i nomi già notori sono quelli di Anna Taylor e Holly Gillibrand in Regno Unito, Luisa Neubauer in Germania, Alexandria Villasenor negli Stati Uniti, Kyra Gantois, Anuna De Wever e Adélaïde Charlier in Belgio.

Dopo qualche difficoltà, il sit-in riesce finalmente a costituirsi e lo speaker invita ora i manifestanti ad avvicendarsi al microfono per dire qual è la ragione che li ha spinti a scioperare. Il primo a prendere la parola è Leonardo, studente universitario: «non vogliamo più plastica nelle mense!», e giù un urlo plenario di condivisione. Erika ha un pensiero più raffinato, prospettico, fiducioso: «se il mondo si salverà sarà grazie a voi!». Il clamore che si alza dalla piazza è incontenibile. Mi si para davanti un ragazzino con in mano un cartellone che non avevo ancora visto: «respect existance or aspect resistance». Parte un lungo applauso generale quando il sindaco compare in piazza, per solidarizzare con gli scioperanti. Al microfono segue Enrico, studente di scuola media: «oggi siamo molti di più di quelli che prendono decisioni al posto nostro», dice. Poi lancia un coro che altrove sarebbe risultato sciatto, ma qui, in questo momento, non lo è affatto: «noi vo-glia-mo un mon-do mi-glio-re!». I manifestanti echeggiano per tre volte, uniti in una sola voce. Il microfono torna nelle mani dello speaker, ormai sfranto. Attinge dal diaframma la scorta residua di energia con cui far vibrare le corde vocali per l’ultima volta: «i singoli hanno tanto potere», dice con una frase “alla Elias Canetti”, «ma ancora più potere ce l’ha la massa!». E subito si fa di lato, come un pugile spompato che si accascia all’angolo del ring. È il momento di Cristian, che chiude la manifestazione ricordando i prossimi appuntamenti: «vi aspettiamo tutti a Roma venerdì prossimo, per lo sciopero nazionale contro le grandi opere inutili». Ultimo ululato della folla, prima che i manifestanti comincino lentamente a disperdersi, così come lentamente si erano aggregati.

Nell’ultimo numero di Jacobin, Gaia Benzi ha fatto notare che scioperare vuol dire sottrarsi all’impegno produttivo, dunque c’è sempre il rischio di essere etichettati come scansafatiche, sfaccendati, parassiti del sistema. È accaduto anche agli studenti che hanno scioperato per il clima. «Pensate che faremmo meglio ad andare a scuola?», chiede Greta Thunberg sul Guardian a manifestazione conclusa. «Lo sciopero della scuola di oggi è la più grande lezione di tutte». Con il Global Strike for Climate, infatti, gli studenti di tutto il mondo hanno voluto dare in prima persona, più che ricevere dagli adulti, una lezione: perché continuare a studiare la stessa porcheria che ci sta portando a tutta velocità verso il disastro ambientale? Perché impegnarsi per un futuro che rischia di frangersi sotto i nostri piedi? Chi è sceso in piazza oggi ha imparato come nello sciopero la massa diventi corpo collettivo, soggetto storico in grado di produrre forme di convivenza alternative persino alle strutture sociali più calcificate. Ha imparato anche che solo attraverso lo sforzo dialettico, il nuovo mondo può nascere da quello vecchio.

Come tutti gli altri movimenti di protesta che abbiamo visto in passato, è probabile che anche il Fridays for Future finirà per istituzionalizzarsi e verrà riassorbito dalle narrazioni dominanti. Oppure diventerà incontenibile, quando magari anche gli studenti universitari e i lavoratori adulti si uniranno in blocco alla protesta. Se ciò dovesse accadere, forse un giorno vedremo monumenti in onore di Greta Thunberg in ciascuna delle oltre duemila città del mondo in cui si è tenuto oggi il primo sciopero globale per il clima. Quel che è certo, per il momento, è che d’ora innanzi nessuna forza politica potrà più ignorare quanto è successo e quanto ancora accadrà, perché gli studenti non sembrano affatto pronti a detendere la protesta. Il secondo sciopero mondiale per il clima è già stato fissato per venerdì 24 maggio.

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