Karma insostenibile

foto in copertina di Elia Buonora

Di Emanuele Zoppellari Perale

Immaginate di dover passare in rassegna la rubrica telefonica, i contatti email e gli amici su Facebook alla ricerca di quell’unica persona a cui, in virtù di un misterioso ed esclusivo legame karmico, capita l’esatto opposto di quel che accade a voi. Immaginate, inoltre, di doverla trovare prima che l’anomalia dei vostri destini incrociati si risolva in catastrofe. Aggiungete, poi, che non c’è alcuna reale garanzia che si tratti di qualcuno che già conoscete e non di uno qualsiasi degli otto milioni di abitanti della megalopoli in cui vivete, o dei sette miliardi di esseri umani sulla Terra. Un’impresa tale è la quest di Kurt O’Reilly, il protagonista di Benevolenza cosmica, romanzo d’esordio di Fabio Bacà e nuova aggiunta al canone Adelphi.

Non c’è nulla che attiri l’attenzione in Kurt: è un «trentenne occidentale prototipico, inflaccidito da benessere e mancanza di stimoli». Inglese nato a Leicester, marchigiano da parte di madre, va in palestra quattro volte alla settimana, ha una laurea in statistica e un noioso lavoro come dirigente medio per un istituto governativo con sede a Londra dove dedica ogni sforzo a «manipolare la realtà nel tentativo di ridurla a dati misurabili». Per il resto, fa «più o meno quello che fa un qualunque dirigente» –– incluse le avances carnali non sempre solo ironiche alla segretaria.

Nel suo stesso palazzo, a qualche piano sopra di lui, si trova l’appartamento della moglie, un’ereditiera con velleità letterarie che ha scritto un libro sui giri della prostituzione londinese d’alto bordo. Non convivono all’incirca dall’inizio del loro matrimonio per alleggerire il già considerevole carico di stress a cui è soggetta la loro classe cosmopolita e modaiola. Stereotipo dell’artista illogica e irrequieta l’una e del rigido e tedioso colletto bianco l’altro, si accompagnano a individui a loro affini con cui si dedicano a occupazioni prevedibili. Vivono a Richmond, bevono nei locali hipster di Clapham, mangiano coreano a Trinity Church e greco a Bloomsbury, hanno l’analista a Soho e i clienti nella City, vanno in palestre da £200 al mese, flirtano con le medicine alternative, stanno al passo con gli sviluppi della performance art, mettono online le recensioni dei ristoranti, a volte cambiano sesso.

A un occhio più attento, tuttavia, è evidente che qualcosa di anomalo sta prendendo piede nella vita di Kurt. La gente gli cede il posto in metropolitana. I suoi investimenti fruttano ben oltre ogni ragionevole aspettativa. L’interessato all’acquisto della sua auto raddoppia l’offerta. Non c’è donna che non gli mandi segnali d’apprezzamento. Riceve sconti e promozioni senza motivo. Un contrattempo tronca sul nascere un’imbarazzante seduta di terapia di coppia. Ha un cancro che è maligno nel 96% dei casi, non nel suo. Per un errore di polizia riceve un lauto risarcimento. Persino l’hooligan che lo insegue con fare minaccioso è solo un fan di sua moglie. «Ci sono cose per le quali non pretendere una spiegazione è impensabile»: da qualche mese la sua vita è una di queste.

Ma la sua, ci tiene a chiarirlo, non è fortuna. «Non trovo banconote sul marciapiede. Non vinco premi alla lotteria. Le cose che mi accadono sono mediamente improbabili, non miracolose: è come se, di fronte alla possibilità di andare male o bene, ogni fatto che mi riguarda scegliesse di andare bene». È una «sovversione permanente al buon senso», inaccettabile per uno che di mestiere fa quadrare medie e correlazioni e per cui il grosso dell’esistenza è un insieme di fatti prevedibili.

Oppresso e perseguitato dalla sua sfacciata buona sorte, si imbarca in un’odissea metropolitana alla ricerca di un senso, che rinviene nella teoria (o nell’articolo di fede) secondo cui «a un periodo così lungo e ininterrotto di prosperità» deve per forza «corrispondere un periodo speculare di sfortuna a carico di uno specifico essere umano, legato karmicamente a lui» per via di oscure metafisiche. Sembra una rilettura in salsa new age della parabola del mandarino cinese nel Papà Goriot di Balzac: si immagini che a un aumento vertiginoso di ricchezze, fortuna e prestigio personali corrisponda la rovina assoluta di uno sconosciuto dall’altra parte del globo, senza alcun legame con noialtri all’infuori del mefistofelico contrappasso. Chi sarebbe disposto ad accettare il peso morale della propria ascesa al successo? Come spiega brillantemente Henning Ritter nel saggio Sventura lontana, quello di Balzac è un esperimento del pensiero che affonda le radici negli albori economici e filosofici della globalizzazione: l’espansione europea, Rousseau, Adam Smith, la Rivoluzione industriale e quella francese. Benevolenza cosmica riprende il filo del discorso, quando questo ormai sembra giunto alle sue estreme conseguenze storiche e culturali, e lo intreccia a una serie di nitidi squarci londinesi raccontati con compiaciuta intelligenza.

Restano numerosi, tuttavia, i punti di cedimento o di incertezza a livello formale e narrativo, da una serie di frangenti dal ritmo innaturale e forzato all’uso smodato di un lessico clinico o accademico sino all’ultraspecialismo, marca della pedanteria di Kurt & co. ma più ostacolo all’umorismo che espediente ben riuscito. Alle volte i personaggi dicono cose genuinamente intollerabili: se ci rivolgessimo a qualcuno mossi da autentica disperazione e questi ci rispondesse «Ricordati di Seneca, Epitteto, Marco Aurelio», ogni violenza su di lui sarebbe dovuta.

In certi momenti si è tentati di dire che il libro, come l’improbabile piscina di meditazione incastonata in un grattacielo della City in cui s’imbatte il protagonista, sia «solo una tronfia ostentazione di opulenza tecnica, un gioco privo di sottotesti esoterici» –– ma non è affatto così.

Alle spalle delle singole vicende, infatti, si scorge, minaccioso, il volto dell’èra del capitalismo, più pervasivo e allucinato che mai nella città che è il suo più longevo centro globale. Le persone, in questo romanzo, rischiano di morire per «overdose di reperibilità». Ogni cosa che intraprendono per riempire le loro vite non è che l’ennesimo sintomo dello «smarrimento di una creatura selvaggia piegata all’insensatezza della vita urbana». Sono perseguitate dalla perenne interconnessione cui sono vincolate dai telefoni, oggetti feticizzati con la «sacralità di cui un viaggiatore medioevale investiva il crocifisso di legno al collo». In questo luogo fatiscente e ipermoderno, tempo e denaro determinano ogni cosa e sono beni di scambio eternamente riconvertibili, i lavoratori vengono sostituiti da «versioni più performanti», gli individui se ne stanno rinchiusi in «gabbie di vetro in cui si ha la tentazione di infilarsi» per rendersi più facile la vita. È il mondo di una società ipocrita «che si fa vanto di una limpida moralità solo per occultare il marcio necrotico che cova dentro di sé», ed è anche il nostro.

Maelstrom multietnico e multiculturale, ragnatela fatta col labile filo dei nervi in fiamme, la Londra che Bacà racconta con precisione eidetica è minata da una serie di attacchi terroristici non meglio spiegati, costanti e spesso debilitanti, forse «la prova generale per un attentato di livello globale». Come se non bastasse, il pianeta è minacciato dal cambiamento climatico e dai suoi «cavalieri dell’Apocalisse schierati […] come araldi dell’estinzione». A livello simbolico, sono tutti semi dell’irrazionale, l’imprevedibile che s’infiltra «tra i gangli sani della società», che inerme subisce l’assedio e si condanna all’implosione.

Osservato in quest’ottica, ecco che Benevolenza cosmica acquista la sua luminosità, «ascendendo da macchia di esemplare insensatezza», per rubare parole che il libro rivolge a tutt’altro, a «sintesi di tre secoli di capitalismo –– supremo officiante di un culto che prima o poi […] avrebbe preteso il sacrificio di tutti i suoi devoti». È un romanzo che sembra scritto alla vigilia della fine del mondo, «questi tempi effimeri» di decadenza da tardo impero in cui gli uomini vagano senza meta nei circuiti urbani in preda alla commistione dei codici, all’anarchia dei significanti, allo strapotere dei simulacri, in cui tutto è esposto e tutto è vacuo, superficiale e desacralizzato. Persino l’analista, «burroso settantenne», esibisce un tatuaggio.

Così, la ricerca intrapresa da Kurt per una spiegazione alla «pazzesca congiura interplanetaria» di cui è vittima non è che il rantolo esasperato di un uomo che cerca per se stesso uno spiraglio di salvezza. Quando confessa il suo caso a un amico, questi gli risponde bonario che è normale e sacrosanto, per un giovane brillante e attraente come lui, che le cose vadano a gonfie vele, che non ha niente di cui preoccuparsi o lamentarsi: è il positivismo del progresso e della meritocrazia fattosi metafisica. «Eppure sulla mia vita incombeva una nuvola di pessimismo. Era come se non riuscissi a capacitarmi del fatto che l’esistenza potesse scorrere su cuscinetti così perfettamente lubrificati, in una perenne accelerazione che sembrava voler sovvertire le leggi del moto», quando in realtà «bastava accendere la TV per convincersi di vivere in un mondo ostile». E se per l’amico l’unica spiegazione del suo disagio è lo stress da iper-produttività, Kurt percepisce che non si argina l’insoddisfazione con l’alternanza di riposo e agoghé. Per colmare il vuoto sente piuttosto la necessità «di uno sciamano». È un mondo senza dèi che non fa che invocarli di continuo, con maldestra disperazione terminale.

Intrecciato in un barocco succedersi di ritrattazioni e sconvolgimenti man mano più deliranti, il romanzo è nel complesso dotato di una forza fresca e inebriante. Muovendosi con libero menefreghismo tra i generi, lascia, come i migliori spumanti, un senso di sovversiva leggerezza: un inno alla gioia imprevedibile delle cose, un invito ad abdicare scrivanie, uffici e grandi città, a innamorarsi, a toccare con mano il miracolo inspiegabile e forse benevolo della vita.

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