Questo corpo

in foto: di Claudia Pajewski, i due componenti della band la Rappresentante di Lista- Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina – nell’atto di spogliarsi.

di Federica Perinzano


Lea Melandri, durante gli anni ’70, fu una personalità di spicco del movimento femminista italiano. Nato all’interno dei movimenti studenteschi e composto perlopiù da studentesse e giornaliste, queste iniziarono a rendersi conto che, anche all’interno di quei movimenti studenteschi rivoluzionari, persistevano comportamenti anti-femministi che relegavano le donne ad attività secondarie. Fu fondamentalmente da questa presa di coscienza che, tra le intellettuali, nacque il movimento delle donne in Italia.

Lea Melandri con la sua rivista femminista Lapis (1987-1996) si proponeva l’obiettivo di rappresentare uno spazio di scrittura da cui fosse possibile interrogarsi sull’esperienza delle donne, con lo scopo di riuscire a delineare i percorsi tracciati da quelle che avevano iniziato a porsi in modo più autonomo rispetto ai modelli interiorizzati e alle convezioni sociali dell’epoca.

Anche se l’esperienza con Lapis terminò alla fine del Novecento, Lea Melandri non ha mai smesso di interrogarsi sull’esperienza delle donne. Lo ha fatto infatti anche recentemente, sul Riformista, in una conversazione con Christian Raimo riguardo il tema del dualismo sessuale e del potere maschile in cui ha affermato che:

La centralità della figura della donna madre è stata esaltata e vilipesa dal patriarcato: […] È stata il grande feticcio, per non dire il fondamento stesso del patriarcato: esaltata per un verso e dall’altro sottoposta a un rigido controllo del dominio maschile.

In quegli anni, vi era anche un’altra donna, Rossana Rossanda, la responsabile delle politiche del PCI, che stava fondando la sua rivista comunista. Rossana e Lea, pur avendo interessi e percorsi di vita diversi, pur trovandosi a discutere tra le pagine delle rispettive riviste per la loro divergenza di idee, nutrivano in realtà una stima reciproca che le ha portate negli anni a dialogare e, nel 2018, a realizzare un libro composto dai pezzi presenti sulla rivista Lapis, scritti da Rossana Rossanda, per dimostrarci che i dibattiti di allora non sono molto diversi da quelli di oggi.

Rossana fondava la sua rivista comunista (diventata quasi subito quotidiano) negli anni in cui nasceva il movimento delle donne in Italia (1968-71). Essendo molto più coinvolta dal suo impegno politico, però, si avvicinò al movimento femminista solo in un secondo momento. Negli articoli raccolti nel libro, si difenderà dalle accuse mosse dalla sua amica Lea che suggeriva alle proprie lettrici «Siccome una donna deve esistere anzitutto per sé non deve vivere come Rossana».

Rossana in risposta le scriverà:

A me è difficile leggere Lea, fin da quando la conoscevo, senza sentire che siamo su «un’onda differente» e dedurne che lei sbaglia. Ho riflettuto sul suo modo di vedermi, che riflette anche il mio modo di essere, e penso che sia un altro modo di fondare l’io, l’interiorità. […] Non mi appassiona quell’astrazione concettuale che è l’autonomia del «genere umano femminile». […] Questo sono, e prima di cercar di spiegarne le ragioni, non semplici, vorrei evitare che mi si considerasse una martire. Crocifissa per gli altri. Io sono venuta al mondo, da che ho ricordo, con una curiosità immensa di capire: me e l’altro.

Da persona estremamente curiosa, Rossana Rossanda si mostrò di fronte al movimento femminista sempre aperta al dialogo, pur rimanendo in “amichevole” dissonanza con il loro pensiero. Tale pensiero veniva ampiamente esaminato dall’esistenzialista Simone De Beauvoir nel suo libro Il secondo sesso (1949), nel quale scriveva che il pensiero femminista di allora, si fondava sul considerare la situazione della donna in una “singolarissima posizione”, cioè che pur avendo libertà autonoma, la donna “si scopre e si sceglie in un mondo in cui gli uomini le impongono di assumere la parte dell’Altro”, per cui il dramma della donna consisteva nell’eterno conflitto tra la sua rivendicazione quale soggetto essenziale e le esigenze di una situazione che fanno di lei un inessenziale. È celebre la sua frase contenuta nel libro, nel quale afferma che:

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

Rossana, che aveva avuto modo di conoscere il pensiero della De Beauvoir, si servì della rivista di Lea per riflettere su cosa per lei significava essere donna. Per lei, come per la De Beauvoir, essere donna non era un a priori ma era l’approdo di un percorso. Lei affermava di essersi diversamente strutturata, a differenza delle femministe, non nel considerare sé stessa l’Altro, ma piuttosto nella volontà di confronto/scontro/incontro con l’altro, che era l’uomo e il suo universo. Questo per lei non significava considerarsi meno “intera”, non significava non autodeterminarsi. Per R.R mettere al centro il rapporto con l’altro non significava dipendenza o martirio perché per lei aveva più importanza “il tempo che ci è stato dato”, di cui voleva sapere tutto, perfino il giorno della sua morte.

Questo corpo che mi abita è stato pubblicato nel 2018 ma a dialogare sono le due “ragazze del secolo scorso” e qui Rossana descrive in particolare il rapporto con il proprio corpo, argomento che è considerato perfino più controverso del dibattito (ancora attuale) tra le militanti comuniste e quelle femministe. Diceva infatti:

Amiche mie, che forse leggete con qualche fastidio – gli inglesi dicono che non è educato parlare del corpo, non si parla, non sai mai dove vai a parare, tocchi una inquietudine […]

Ma Rossana riteneva comunque che fosse più facile parlare del suo corpo, per quanto problematico e “inquietante” potesse risultare, piuttosto che parlare di argomenti come il sesso e la sessualità.

Beh perché dell’essere donna non saprei che dire, lo sono, e non mi è mai riuscito di prendere sul serio un uomo in quanto uomo, se mai una donna in quanto donna. E del sesso, come si dice oggi, praticato, io non so parlare.

L’epoca di molti degli scritti raccolti in Questo corpo che mi abita era il 1989, anno della disgregazione del partito comunista, un’ideologia a cui Rossana aveva creduto molto fino a considerarsi vittima di un “lungo errore”. A causa di questo veniva considerata dalle altre donne “un androgino simpatico”: androgino perché non aveva voglia di andare nelle platee a parlare dei sentimenti e “delle donne e…”, simpatico perché ogni tanto metteva qualche uomo con le spalle al muro “piantando su di lui, la bandiera del suo sesso”. Ma Rossana sapeva bene cosa la distingueva dalle altre donne: aveva scelto di preferire il dominio dell’uomo sulla donna a quello del denaro sugli individui; aveva cioè scelto di fare guerra al capitale, nonostante il periodo non fosse di quelli più propizi. Era quello in cui il sogno comunista veniva disgregandosi. Le altre le dicevano di essere soltanto donna, estranea e parziale, ma Rossana non si era mai sentita in tutta la sua vita estranea e parziale. Le dicevano “fatti distante dall’altro che c’è in te”. Ma era impossibile, lei era una.

Rossana riconosceva che alle donne, da sempre, veniva affidato il ruolo di cura, di assistenza agli infermi e che erano considerate posseditrici dei cosiddetti saperi “semplici” che le donne si tramandavano per anni. Ma diceva anche che la specifica percezione femminile, perfino il bisogno di maternità, non era vissuto dalla donna senza traumi, dubbi e contraddizioni e che soltanto il cinema riusciva a dare una rappresentazione del corpo femminile, costruendone allo stesso tempo però anche il suo immaginario fisso. Per Rossana, il corpo era in assoluto la zona di conoscenza meno frequentata e, per questo, un argomento non così facile da affrontare tanto più se il corpo in questione era quello di una donna. Per questo Rossana decide, nel capitolo che da il nome al libro, di partire dal suo corpo, da come lei lo percepiva.

Sono dentro (se no, dove?) ma in qualche misura mi sento fuori […] In più, senza specchio mi sento insieme fuori e attaccata dentro. […] Con lo specchio, cioè tramite un oggetto, vedo quel che se no non vedo, e con due specchi uno di fronte all’altro mi vedo, tutta. Ma con uno mi vedo a rovescio, con due mi moltiplico all’infinito. C’è di che sentire bizzarro questo corpo maledetto. È da quello degli altri che apprendo come veramente appaio e mi muovo.

Partendo dal suo corpo, Rossana spiega come la donna, anche se ha sgobbato per secoli, non è ancora definita dal “fare”, ma dall’apparire. Spiega come la donna, sia innanzitutto “vista”

Uno specchio le accompagna sempre: è lo sguardo dell’uomo sul suo corpo, per cui è prima di tutto bella o brutta, bionda o bruna, gambe e seni e fianchi.

E se nel 1945 le donne in Italia erano riuscite ad ottenere il riconoscimento dei più basilari diritti – come quello di voto ad esempio – la completa parità di genere oggi non è ancora avvenuta. Nel libro Invisibili (2018) Caroline Criado Perez – scrittrice, giornalista e attivista – dimostra, dati alla mano, che la strada è ancora molto lunga, individuando il problema principalmente nella mancanza di dati di genere disponibili a partire dall’età della pietra, fino ai giorni nostri. Questo non ha fatto altro che avere come conseguenza la dominazione corporea e culturale da parte dei maschi e, come risultato, la loro esperienza e la loro prospettiva hanno finito per assumere una dimensione universale, a differenza dell’esperienza femminile – seppur sia della metà della popolazione mondiale – di nicchia. Nel 2016, in Argentina e poi in Italia a Roma, a seguito dello stupro e del femminicidio di Lucia Perez, le donne argentine hanno proclamato uno sciopero che immediatamente è diventato politico, dando vita a livello internazionale alla rete Non una di Meno che da sei anni unisce attiviste e migliaia di persone che vogliono dire “basta” alla violenza maschile contro le donne e chiedono un cambiamento politico e sociale strutturale. La stessa Rossana appoggiò il movimento e, alla sua morte, fu salutata con queste parole:

Salutiamo con affetto Rossana Rossanda, femminista esitante, militante audace e curiosa che non ha mai smesso di lottare per la dignità di tuttǝ.

Rossana fu una “femminista esitante” perché consapevole che essere femminista consiste a tutti gli effetti in una doppia militanza. Lei aveva deciso, per questo, di considerarsi come un unico individuo politico perché da marxista non era d’accordo con la “differenza” ma, piuttosto, insisteva sull’intreccio del conflitto di classe e il conflitto di genere.

Nel libro Questo corpo che mi abita, Rossana Rossanda spiega perché non si è mai definita femminista – anche se in fondo credeva di esserlo – con la stessa veemenza della sua grande amica Lea. Le riflessioni di Rossana raccolte da Lea Melandri sono importanti per capire come “la ragazza del secolo scorso”, così aliena e diversa dalle altre, in fondo non lo fosse così tanto. Che la condizione delle donne è una condizione che non serve a nulla ignorare e che una donna che è femminista e vuole cambiare il mondo, la prima rivoluzione in fondo l’ha già fatta.

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