La luce ci fa sentire a casa

In copertina: Andrea Scimone, Stretto di Messina, 2021

di Roberta Donato


Dal rapporto tra luogo e individuo ha origine la storia dell’umanità.

Un nostro lontanissimo antenato, per primo, si appropriò di un luogo; si riconobbe in esso; e si radicò al punto da viverci fino alla fine dei suoi giorni. 

I suoi diretti discendenti si trovarono a subire una decisione che qualcuno aveva preso per loro. Ne nacque un conflitto: rimanere tra la propria gente, e condurre la stessa esistenza del proprio padre, o andare via; partire verso l’ignoto in cerca della propria strada, e del proprio posto nel mondo.

Da quel momento, ogni vita umana fu definita da questa scelta.

Si scoprì presto, però, che nel concetto di partenza c’era già in nuce quello di ritorno. 

La tensione verso l’altrove e l’attaccamento al luogo di nascita erano destinati a coesistere nel cuore di un essere umano.

Ne le sue Note invernali su impressioni estive, Dostoevskij scrisse: “È possibile che esista davvero una qualche combinazione chimica dello spirito umano col suolo natio, per la quale da questo suolo non ci si può staccare in alcun modo, e anche se ci si riuscisse, comunque vi si fa ritorno?”

Da siciliana ho riflettuto su quanto questo concetto influisca in particolar modo sulla natura di chi nasce su un’isola: come se la presenza del mare dilatasse, non solo geograficamente, il distacco con la terra d’origine.

Uno degli esempi più tradizionali della letteratura viene fornito da Ugo Foscolo, il quale non avrebbe avuto dubbi nel rispondere a Dostoevskij che la sua anima sarebbe rimasta attaccata laddove al suo corpo fu impedito. E nel componimento per Zacinto, Foscolo citò il personaggio con il quale, più di ogni altro, si identifica la nostalgia verso un’isola: per Ulisse tanto era forte il desiderio di tornare, tale era l’impossibilità di rimanere.

In mare aperto, però, il richiamo di casa era più attraente anche di quello delle sirene; e lo resta tutt’ora, nella letteratura contemporanea.

L’Itaca di Ulisse è la Sicilia per Nadia Terranova, il mare da attraversare è lo Stretto di Messina; e il ritorno a casa, come per Foscolo, avviene a bordo di una zattera costruita sulle parole.

La nota scrittrice è una delle penne più apprezzate sia in Italia che all’estero. Vive a Roma da tanti anni, ma è sempre tornata nella città d’origine attraverso la scrittura. I suoi due romanzi Gli anni al contrario (Einaudi 2015) e Addio fantasmi (Einaudi 2018) sono entrambi ambientati a Messina, così come la maggior parte della narrativa per ragazzi. 

Abbiamo fatto due chiacchiere tra messinesi sul rapporto controverso con la nostra terra: del desiderio e della difficoltà di andarsene, del bisogno di ritornarci. Abbiamo parlato di cosa significhi luogo per una scrittrice, e di quali sono i luoghi che ricorrono nella sua scrittura.

Mi piacerebbe tracciare insieme la storia del tuo rapporto con Messina, e come questo ha influito sulla tua scrittura. 

Messina è talmente tanto dentro di me, e le cose che scrivo, che sviscerarla … più vado avanti negli anni, e più mi sembra difficile. Più vado avanti, e più la mia risposta sarebbe: “E perché, di cosa dovrei scrivere se non di Messina?” Mi viene talmente naturale. Posso provare a partire dall’origine: ho sempre voluto fare la scrittrice, ma non avrei mai pensato di scrivere di Messina. Al liceo, nei miei primi racconti, a penna sui quaderni, non c’era mai. Volevo scrivere come Simone de Beauvoir, perché è stato dopo aver letto Memorie di una ragazza per bene che ho fatto un salto.

Con Memorie di una ragazza per bene hai toccato un’altra parte del mio cuore.

Allora capisci bene che io avrei voluto avere un’infanzia a Parigi, e che non mi importava affatto di capire come avrei potuto raccontare Messina: perché ci vivevo. Ho anche fatto l’università lì, ero talmente tanto immersa nella città che tutti i miei sogni erano altrove. 

Quando hai maturato la decisione di andartene? Cosa ti ha spinto a lasciarla davvero?

Dopo la laurea ho sentito che dovevo cominciare a fare qualcosa per la mia vita, perché altrimenti avrei seguito un destino che era già prefissato. Mi ero laureata a luglio, ero rimasta a Messina per qualche mese; viaggiavo tra Bologna e Roma per scegliere quale corso di editoria frequentare. Alla fine ho deciso di andare a Roma nel giro di pochi giorni, tra Natale e Capodanno.  Era una città che mi piaceva tantissimo, ero anche innamorata di un romano, quindi era tutto più facile. Ho sempre sentito una grande affinità con Roma e in effetti, in questi quasi venti anni, non mi ha tradita.

Ti capisco, anche io mi sono sentita a casa a Roma.

È facile per noi perché è la capitale più raggiungibile dal sud; perché c’è qualcosa di familiare, perché la luce ci fa sentire a casa. Se mi sposto al nord ho problemi con la luce, perché non la riconosco più. Bologna è bellissima, credo che ci avrei vissuto bene; ma a un certo punto mi viene voglia della bella giornata di sole, sono forse troppo terrona. A Roma non c’è il mare, sento l’asfissia del cemento, però non si può avere tutto. 

Cos’è successo quando sei arrivata a Roma?

Cominciando a scrivere è venuta fuori la città; prima senza nome: scrivevo dei racconti di una città sul mare, un po’ sonnolenta. Sentivo l’energia del luogo che tornava. A un certo punto mi sono decisa a chiamarla per nome, perché mi dicevo: “Per quale motivo un palermitano ha il coraggio di scrivere un intero romanzo su Palermo, e un messinese deve dire ‘una città di mare’?” È questo nasconderci che abbiamo noi messinesi. Allora la città è diventa sempre più pressante, sempre più presente, e poi è diventata un personaggio vero e proprio in Addio fantasmi; perché negli Anni al contrario è di sfondo. Invece in Omero è stato qui (Giunti 2019) è la protagonista. 

Nei libri che hai citato, i tuoi due romanzi e Omero è stato qui, la presenza di Messina è molto forte. Ci sono tantissimi elementi: il traghetto, il duomo. Omero è stato qui, in particolare, racconta la mitologia della nostra città. Mi sembra che Messina abbia plasmato il tuo immaginario, sei d’accordo?

Sì, io mi sento fatta di Messina in ogni atomo. Proprio come dice Ida in Addio fantasmi: “Io ero fatta in ogni atomo della casa di Messina”. La casa alla quale fa riferimento è proprio la mia. Un posto che mi ha perseguitato, in senso buono: lo adoro, mi ha formata. Un po’ me ne sono liberata scrivendoma della città invece non credo che mi libererò mai. Adesso sto lavorando a un romanzo ancora una volta ambientato a Messina. Non posso dire di più, ma uscirà il prossimo anno, credo. Lo spero. 

Hai un posto preferito a Messina? Se sì, ti capita di pensare a questo posto quando scrivi? Ti è mai successo che fosse proprio un luogo a dare vita alla scrittura? 

Mi è successo con la scena del dialogo tra Ida e Nikos in Addio Fantasmi, che si svolge davanti alla Casa del puparo, uno dei miei posti preferiti. Succede spesso con la Passeggiata a Mare: sia in Addio Fantasmi che ne Gli anni al contrario ci sono delle scene ambientate lì. Il mio posto del cuore è la cittadella, la zona falcata; la mia battaglia è quella per riprendercela. È impossibile che noi cittadini messinesi non abbiamo il luogo più importante della città; è la battaglia politica che sento più mia.

Quando scrivi ti riavvicini alla città, ma pensi mai di correre il rischio di idealizzarla attraverso la scrittura?

No, io non idealizzo mai Messina; perché sa ferire le persone a volte, con la sua mentalità. I messinesi tendono sempre a dare addosso anche alla città. Ci sono dei problemi molto forti, delle ferite: il terremoto, ma non soltanto; così sarebbe come dare tutta la colpa al terremoto. C’è tanto da scavare. Messina mi fa arrabbiare, però ha qualcosa di bellissimo per cui si fa perdonare all’improvviso.

Pensi che questo legame viscerale con Messina si sia rafforzato proprio perché te ne sei allontanata?

Credo di sì. Credo che se ci fossi rimasta dentro, invischiata, non sarei riuscita a scriverne con questa lucidità; andarmene mi ha dato la giusta distanza. Penso che andare e venire, per me, sia la forma più giusta. 

Non hai mai pensato di tornarci a vivere in un ipotetico futuro?

Io non escludo mai niente: è difficile per me pensare in maniera stabile. Adesso sto bene a Roma, ma con lunghi periodi a Messina. La pandemia ha interrotto questo andirivieni; mi ha fatto radicare di più a Roma. Domani chissà, vediamo. Dire che non tornerò mai più è come chiudersi. Non sappiamo cosa succederà nella nostra vita, come cambieranno gli affetti, i desideri. Non esiste mai più. Forse all’inizio, quando sono andata via, ho pensato: “Adesso chiudo”. Però negli anni impari che la cosa più importante è il posto dove sei felice; e non è detto che rimarrà lo stesso per tutta la vita, può cambiare anche molte volte. In questo momento credo che, per tutti noi, i luoghi debbano soltanto obbedire al dovere di renderci felici il più possibile, nient’altro. 

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