Il tempo delle sartine

Di Pierpaolo Lippolis

A tratti Lessico Famigliare potrebbe essere letto come la storia degli abiti della famiglia Ginzburg. 

Mia madre, ora che c’erano più soldi in casa, si faceva vestiti. Era questa, oltre al pianoforte e al russo, una sua costante occupazione, e, in fondo, un modo «per non stufarsi»; perché mia madre, poi, quei vestiti che si faceva, non sapeva quando metterli, dato che non aveva mai voglia di andare da nessuno. 

L’argomento coinvolge tutti, ma in particolar modo le donne della famiglia, soprattutto la madre e la sorella di Natalia, Paola. 

– Come vorrei un bel vestito di seta pura! – diceva mia sorella a mia madre, quando stavano a chiacchierare in salotto; e mia madre diceva: – Anch’io! – e sfogliavano riviste di mode; – Vorrei, – diceva mia madre, – una bella princessina di seta pura! – e mia sorella diceva – Anch’io! – 

Dopo il matrimonio e il trasferimento in un’altra casa Paola «adesso aveva molti vestiti. Se li faceva fare nelle sartorie; ma faceva venire in casa la Tersilla anche lei, e se la disputavano, lei e mia madre.»  La sartina di casa Ginzburg continua il servizio in casa della sorella, nonostante le opportunità economiche più elevante, perché «le dava un senso di sicurezza. Le dava il senso della continuità della vita.» 

Per tutto il romanzo famigliare della Ginzburg si sentono così echeggiare discorsi sui vestiti, che compongono un altro lessico, non linguistico, ma fatto di stoffe e fogge, di affetti e di buona creanza. 

– C’è la Tersilla! Ma come, anche oggi c’è la Tersilla! – urlava poi a mia madre. – È venuta, – diceva mia madre, – per rivoltarmi un vecchio paltò. Un paltò del signor Belom -. Mio padre, a quel nome di Belom, taceva rassicurato perché aveva stima del signor Belom, che era stato pretendete di sua madre. Non sapeva però che il Signor Belom era uno dei sarti più cari di Torino. 

Natalia Ginzburg non è mai stata un’esperta di moda, eppure nei suoi romanzi gli abiti sono sempre descritti, a dire qualcosa in più rispetto ai suoi famigliari in Lessico Famigliare, e ai personaggi nei suoi romanzi. Il Novecento piccoloborghese vissuto dalla scrittrice è un tempo in cui non si aveva mai abbastanza soldi per comprare princessine di seta e i paltò venivano rivoltati, ma era fondamentale avere addosso abiti sistemati e di bella fattura, tanto che la madre a un certo punto dice: «Io ai miei figli, quando hanno un vestito nuovo gli voglio più bene.»

Era un mondo in cui nelle case c’era sempre una stanza dedicata al lavoro delle sartine, tanto presenti da prendere parte nel ritratto famigliare: «la stanza da stiro si chiamava anche “la stanza degli armadi”. C’era la macchina da cucire; e là soggiornava la Rina, […] una specie di sarta in casa: buona però soltanto per rivoltare i nostri cappotti, e per mettere toppe ai calzoni». E mentre la madre si metteva a «sentire le chiacchiere della Rina che cuciva a macchina, rapida, battendo il pedale con il suo minuscolo piede da nana, calzato d’una ciabattina di panno», il padre tuonava ogni volta: «La Rina! Oggi c’è la Rina! […] non la posso soffrire! è una pettegola!»

Di scene come queste non se ne vedono più nelle nostre case: oggi compriamo i vestiti nei grandi negozi con uno spirito da «usa e getta». Oppure li scegliamo attraverso uno schermo per vederli arrivare qualche giorno dopo con spedizione rapida, magari più scialbi di come li avevamo visti in foto. Parole come «martingala», «paltò», «montgomery» o «jabot di trina» sono a noi estranee e la quotidianità raccontata da Natalia Ginzburg ci sembra ormai un tempo lontanissimo. Più di ogni altra cosa abbiamo perso la consapevolezza (o l’interesse?), prima comune a tutti, di come siano fatti i vestiti, delle differenze tra un tessuto e un altro, e come, ad esempio, possano essere rammendati in casa. 

Il sogno della macchina da cucire 

Bianca Pitzorno ha scritto Il sogno della macchina da cucire perché non venga dimenticato per sempre «il tempo delle sartine». Il romanzo è ambientato in un’Italia ancora più antica rispetto a quella della Ginzburg: quella di fine Ottocento. La protagonista, senza nome, ha ereditato il mestiere dalla nonna e si guadagna da vivere cucendo a giornata per le famiglie della città. Pitzorno specifica nella prefazione che «ogni episodio però prende lo spunto da un fatto realmente accaduto di cui sono venuta a conoscenza dai racconti di mia nonna, coetanea della protagonista, dai giornali di allora, dalle lettere e cartoline che lei aveva conservato in una valigia, dai ricordi e aneddoti del nostro “lessico famigliare”». 

Nel romanzo le classi sociali sono invalicabili, le donne sono relegate in casa e i vestiti non si acquistano ma si fanno fare su misura. Subito si intuisce quanto la nonna ci tenga a rendere la nipote indipendente attraverso l’insegnamento del mestiere, «sapendo quanto fosse sottile il confine tra una vita onorata e un inferno fatto di sofferenze e vergogna», perciò «cominciò prestissimo a mettermi in mano ago e filo».

Così Pitzorno nel raccontare gli incontri e i lavori affidati alla protagonista, ormai sartina dopo la morte della nonna, parla, attraverso la confezione dei vestiti, delle storie e della condizione delle donne in quegli anni. Ogni personaggio incontrato è una declinazione della femminilità, ora ribelle, come nel caso di Ester, «la marchesina» grande lettrice e sempre in viaggio, ora ingegnosa come le donne della famiglia Provera, costrette a cucirsi gli abiti da sera da sole per via dell’avarizia del marito e padre, ora infelice come Miss Lily Rose, studiosa d’arte americana troppo indipendente per non essere uccisa dalla violenza maschile. 

Nelle stanze del cucito di ricche signore sprezzanti e di servette pagate solo qualche soldo, si dispiega così un universo tutto al femminile fatto di perizia tecnica: 

Quel giorno lo dedicammo a tagliare e a montare il primo abito, quello destinato alla padrona di casa. I diversi pezzi di stoffa furono uniti con gli spilli e poi imbastiti. […] Nel taglio, neppure un centimetro veniva sprecato. […] I pezzi tagliati venivano maneggiati con grande cautela perché i bordi non si sfilacciassero (con la seta succede più che con gli altri tessuti, la più compatta è la percalle, questo lo sapevo anch’io) prima di essere rifilati con cura. 

e di un vociare sommesso, sempre a metà tra segreto e pettegolezzo: 

Come quando scoprimmo che il tubo della nuova stufa in ghisa appena installata […] comunicava col caminetto […] e permetteva di sentire tutto ciò che veniva detto […]. Una volta le sentimmo civettare con il giardiniere che era entrato a portare fiori freschi per i vasi. 

Il romanzo offre un punto privilegiato per osservare il nodo che lega le donne all’attività della confezione. In qualche modo Pitzorno suggerisce che i vestiti – non importa se sia per scelta o per costrizione, – appartengano sempre e comunque alle donne, custodi di un certo mondo che ora sta completamente sparendo. 

Perché ho voluto scrivere le storie della mia giovinezza? […] Ora la gente, anche quella con pochi mezzi, compra i vestiti già fatti nei negozi a buon prezzo. Vestiti bruttissimi, se volete la mia opinione, sempre troppo larghi o troppo stretti, troppo corti o troppo lunghi, che tirano al giromanica, pieni di grinze sulle spalle e sui fianchi.

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Guardaroba

Jane Sautière apre «un armadio come si apre un libro» e racconta in Guardaroba la propria vita attraverso i vestiti (ma come parlare di quelli «più comuni senza innalzarli a un livello che non è il loro?»). La scrittrice è ben conscia della futilità della sua materia: «raccontare un vestito, inseguire il vento», e ne fa la ragione stessa del suo memoir, costruito attraverso liste frammiste di memorie e vestiti, quasi un manuale di tessuti e lavorazioni (echeggia un lessico a cui non siamo più abituati):  

Un golfino a maniche corte in merletto di cotone rosso papavero fatto da un’amica di mia madre. 

La costa inglese, semplice, che sfina un po’ la figura e si sposa al corpo, la maglia rasata (dritta e rovescia) essenziale e poliedrica, il punto legaccio che ormai si vede solo sui maglioni fatti a mano. 

Un gonnellone di crépon, giallo limone, lungo. È l’estate fatta gonna. 

Il gioco della scrittura di Sautière, forse persino la sua difficoltà, è nell’immaginare il campionario di vestiti e fogge raccontati. La testa deve inseguire le parole e associare le immagini giuste. Qualche volta la lettura deve essere fermata per ricercare parole come lapin, chiné, angora. Ad avere la nonna accanto, avremmo la risposta immediatamente. 

Nel suo racconto, Sautière finisce per scordare persino se stessa: Guardaroba è la storia che ognuno di noi intrattiene con il proprio armadio: «la nostra specie si è vestita perché ha perso la pelliccia? O è il contrario, la nostra pelle è diventata glabra perché abbiamo cominciato a vestirci? Non importa […]. A questa assenza supplisce il vestito e diventa prolungamento del nostro corpo», «eternità ancora più piccola e ridicola» che «mi inserisce in una storia che ci raffigura tutti, vivi e morti». 

Le donne 

Nel 1971 Natalia Ginzburg pubblica un articolo sulla Stampa, intitolato Le donne, dedicato in particolare a «quello che le donne usavano un tempo fare da vecchie, accudire ai piccoli nipoti e ricamare dei centrini e dei cuscini» rivelatosi «in parte totalmente inutile, in parte necessario ma solo in via provvisoria». Dopo aver visto le mutande «poche e stracciate» dei bambini «viziati e faticosi», le donne anziane «corrono però in farmacia a comperare sei o sette paia di mutandine di gomma». 

Queste mutandine di gomma sono «state create così odiose perché fosse facile usarle e disfarsene senza rimpianti. Non si possono rammendare, rotte si buttano via». Per poi aggiungere che «del resto la parola “rammendare” a poco a poco sparisce. Essa significa piegarsi con amore sugli oggetti. Sparisce, perché gli oggetti non si amano più, si odiano». 

Le donne si domandano quale sarà la loro mansione quando saranno vecchie del tutto, se non c’è più bisogno di nessuno per ricamare e rammendare. 

Nel ’71 quel mondo non era ancora tramontato e oggi assistiamo ai suoi ultimi riverberi, ma a Ginzburg appariva già chiara la fine del tempo in cui le sartine nelle case, la confezione e una conoscenza dei vestiti, approfondita quanto estesa a diverse latitudini sociali erano legati in un’unica trama. 

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