Autentiche finzioni

Di Alessio Giacometti

 

Venezia sta annegando: le delicatissime fondamenta su cui riposa la città sprofondano ogni anno di due millimetri, mentre l’Adriatico ne ingoia almeno altri quattro, crescendo inesorabilmente di livello. Per salvare la città, l’attuale amministrazione guidata dal sindaco Luigi Brugnaro porterà a termine la realizzazione del dibattutissimo “Modulo Sperimentale Elettromeccanico” – meglio noto come MOSE – 1.600 metri di frangiflutti che dovrebbero proteggere la laguna dalle alte maree, sigillando gli sbocchi di Chioggia, Lido e Malamocco. Ma per sottrarre Venezia alla progressiva subsidenza, la giunta comunale ha anche presentato una delibera che prevede l’introduzione di una tassa di accesso di tre euro per i visitatori giornalieri. La misura è pensata per repellere il turismo da diporto e tutelare al contempo i pernottamenti transfrontalieri, autentica linfa finanziaria di cui si alimenta la vita nella laguna.

«Di tutte le città italiane», ha scritto qualche tempo fa Nicolò Porcelluzzi per il Tascabile, Venezia è «probabilmente la più sfiancata, vilipesa e castrata dallo “strapotere despota” del mercato». È quella che più ha basato il proprio sostentamento sulla monocoltura turistica e ha così sofferto gli eccessi dell’overturism, sicuramente per ragioni geofisiche, ma anche per via di una certa precocità storica: la Serenissima ha cominciato infatti a prostituirsi all’industria dei viaggi già nel diciassettesimo secolo, quando il suo tramonto mercantile era in atto e il consumo turistico ormai imminente. A Venezia più che altrove, spiega Marco D’Eramo ne Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo (2017), «i turisti fanno vivere la città uccidendola», in un processo che lui stesso definisce “tassidermia urbana”.

«Dobbiamo raccontare al mondo intero la difficoltà di gestire una città così speciale», ha dichiarato nella conferenza stampa di presentazione della tassa di sbarco il sindaco Brugnaro. E ha aggiunto: «non se poe rivare con la canottiera, infradito, el peo fora [i peli del corpo esposti, NdA]». A risuonare nelle sue parole è il livore che nutre il dualismo tra autoctoni e turisti – lapalissiano a Venezia, e tuttavia proprio di ogni altra città divenuta attrattiva. Ma la lamentela di Brugnaro sfiata sottilmente anche la ripulsa che il turista stesso avverte nei confronti dei suoi omologhi, della comunità dei pari con cui non vorrebbe spartire la medesima condizione.

«Il turista ideale», scrive Roberto Calasso ne L’innominabile attuale (2017), «ama [infatti] guardare, e anche deprecare, [gli altri] turisti. Non vorrebbe essere confuso con loro. […] Vorrebbe visitare luoghi non sfigurati dal turismo». Tutti noi, quando scegliamo l’Airbnb per la nostra prossima villeggiatura estiva, culliamo il sogno di un’avventura turistica speciale, unica, distintiva. La parentela che ci accomuna agli altri vacanzieri ci disturba, la sensazione di essere precipitati in un mondo contaminato ci fa addossare la colpa della corruzione turistica ai compagni che ci hanno preceduti. È uno strano inganno della mente, una sorta di tic piccolo-borghese, un riflesso inconscio proiettato sull’autentico.

selfie_turista

A caccia dell’autenticità

Nell’era della perpetua disponibilità digitale dei sostituti diapositivi, l’autenticità analogica dei luoghi da visitare è paradossalmente diventata l’esigenza prima del turismo. Non soddisfa abbastanza aver visto Piazza San Marco a Venezia materializzarsi in innumerevoli ologrammi, attestati di esistenza e di maestosità di per sé sufficienti. Anzi, è proprio l’incessante riproduzione semiotica delle realtà turistiche a conferire loro l’«aura dell’autentico», che perciò bisogna andare a tastare di persona.

Ma l’autenticità analogica, oggi quanto mai sfuggente e ritrosa, richiede una fatica enorme per poter essere scovata e compresa. Molti turisti, scrive D’Eramo, credono di afferrarla ricercando «luoghi e situazioni sempre più romiti, più discosti, sempre più irraggiungibili». L’intuito esotico del turista è sempre pronto a fiutare esperienze che si presumono nuove, a battere percorsi ritenuti ancora vergini, a innovare un repertorio di gesti in realtà fortemente stereotipato. Consci della natura teatrale dell’offerta turistica, i visitatori chiedono di accedere al retroscena indigeno, che diventa così ribalta e subito si logora, in una vana e sconfinata rincorsa all’autenticità. Ecco che a Venezia si è innescata e subito consumata la miccia dei bacaro tour, le gite nomadiche tra i locali più periferici, endogeni e idiomatici della città, “veneziani” al punto tale da scadere nel fasullo.

«Tanto più la messa in scena dell’autenticità è teatralizzata», avverte ancora D’Eramo, «tanto più la “tipicità” si omologa, si lima». Di qui l’immancabile lanterna rossa all’ingresso dei ristoranti cinesi, o le maschere di Carnevale che a Venezia si possono comprare ogni giorno dell’anno. L’autenticità recita se stessa e diventa caricaturale, eccessiva, surreale: inautentica, appunto. Nel   passaggio dalle aspettative di autenticità al viaggio vero e proprio, il turista sperimenta una delusione che è costretto a dissimulare, ammantando di finta soddisfazione una reale delusione per un’esperienza così lontana dalle fantasie anticipatorie. Questa frustrazione, glossa D’Eramo, si lega al fatto che i turisti «non visitano i luoghi, ma visitano le guide», in un confronto costante tra il mito del viaggio – l’esperienza precostituita – e la sua realtà attuativa.

Il malessere che si può provare a scoprire la preclusione del viaggio autentico è però una faccenda antica, che tormentava anche Claude Lévi-Strauss: «vorrei aver vissuto al tempo dei veri viaggi», scrive in Tristi Tropici (1955) mettendo da sé il corsivo, «quando si offriva in tutto il suo splendore uno spettacolo non ancora rovinato, contaminato e maledetto». Tra i fortunati esploratori dell’Ottocento, però, mica tutti sapevano riconoscere l’autenticità dei “veri viaggi”. Dovessimo cercare nella storia della letteratura i primi proto-turisti, irreversibilmente incapaci di distinguere l’autentico dal kitsch, li troveremmo in Phileas Fogg, infaticabile protagonista de Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne (1873), o in Kayerts e Carlier, maschere inestinguibili di Un avamposto del progresso di Joseph Conrad (1897).

La cosa sorprendente di Phileas Fogg non è che compia il suo viaggio in ottanta giorni, e nemmeno che concluda la circumnavigazione del globo senza mai esibire il passaporto. A sconcertare è il suo assoluto disinteresse per i paesaggi naturali e umani che attraversa, preso com’è dal folle tentativo di adempiere alla scommessa del Reform Club. Viaggiatore sbrigativo e noncurante, Fogg passa da un luogo all’altro senza cambiare nulla di essenziale nel suo modo d’essere, inaugurando così la stagione del turista borghese che “non si sporca”, l’era del dandy in trasferta. Attualizzato alla Venezia del giorno d’oggi, lo vediamo uscire rapidamente dalla Stazione di Santa Lucia e puntare dritto al Ponte di Rialto, perché è lì che deve assolvere l’obbligo sociale dell’autoscatto.

Kayerts e Carlier sono invece due tragicomici zoticoni che Conrad si figurava gestire un emporio nel cuore della giungla dell’Africa equatoriale. I due si adattarono velocemente alla vita fuori dal mondo, assolutamente disinteressati al «vasto territorio pulsante di vita» che formicava loro attorno. Come tutti gli altri avventurieri antiromantici che costellano i racconti del primo narratore della globalizzazione, Kayerts e Carlier semplicemente non registrarono nulla di quegli «intrecci mortali di forme di vita che superavano ogni immaginazione», e che avevano proprio lì, di fronte a loro. Li rivediamo oggi a Venezia aborrire una sortita rivelatrice sul presente nell’interland metropolitano di Mestre, dove il nucleo turistico della città si spegne in favore di una membrana periferica certo più grigia, ma anche più autentica.

Riconoscere l’autentico

La massima mercificazione dell’aura analogica, per dirla con Walter Benjamin, si ha quando la ricerca turistica dell’autentico si proietta su un sito di rovine. «È il movimento romantico che attribuisce al rudere la valenza estetica che per noi occidentali hanno indissolubilmente le rovine», suggerisce ancora D’Eramo ne Il selfie del mondo. Goethe, Diderot: sono loro a inventare la “poetica delle vestigia” che ancora oggi costringe torme di turisti a sottoporsi a interminabili visite a monconi di marmo o granito. Leggere nelle pietre il collasso delle civiltà, l’annientamento del senso ultimo delle cose, presuppone una certa sensibilità culturale, altrimenti le rovine di un tempio ancestrale rimangono nulla più che pietre scheggiate.

L’autenticità delle rovine s’inscrive infatti nella capacità di percepire il futuro anteriore, di leggere la propria morte nelle «rughe che si mostrano nei ruderi»: noi, come Venezia, un giorno saremo morti. Ma l’autenticità delle rovine s’inscrive anche nel suo tempo contrario, nella nostalgia romantica per l’ignoto che è passato e non può più tornare a spiegarsi: «le rovine testimoniano [soprattutto] questo», scrive Calasso ne L’innominabile attuale, «che il passato non c’è». La Venezia dei mercanti e del Bucintoro non tornerà mai più, inutile cercarla nel fondale teatralizzato dell’offerta turistica. La città è diventata incontrovertibilmente qualcosa d’altro.

«Una volta assorbito questo shock», ci si accorge che la difesa dell’autenticità di Venezia – con o senza tassa di sbarco – è ormai impresa inane, e che persino «i turisti sanno benissimo che quel che viene offerto loro come autentico [in realtà] non lo è affatto, o lo è solo in parte, e che comunque è messo in scena», ricorda D’Eramo. Ammessa intimamente quest’ineluttabile evidenza, si può felicemente smettere dismettere il disprezzo borghese verso il turismo degli altri. Ma soprattutto si può tornare a indossare la maschera, per scivolare con gli altri turisti tra i labirinti di Venezia.

 

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