Vestale del clima

Di Alessio Giacometti.

Greta Thunberg sentì parlare per la prima volta di cambiamento climatico nel 2011, all’età di otto anni. L’ha dichiarato lei stessa in un TED Talk che, nel momento in cui scrivo, conta 469.071 visualizzazioni, ma il numero sale di minuto in minuto. A casa e a scuola le chiedevano «di spegnere la luce, per risparmiare energia, e di riciclare la carta, per risparmiare risorse». Le storie tragiche e assurde sulla fine del mondo che da bambina leggeva nei libri di ecologia le entrarono nel corpo come un virus. A undici anni smise di parlare e di mangiare, e in due mesi perse dieci chili. I suoi genitori – la cantante d’opéra Malena Ernman e l’attore Svante Thunberg, entrambi svedesi – la fecero vedere a degli specialisti. A Greta furono diagnosticati la sindrome di Asperger, il disturbo ossessivo-compulsivo e il mutismo selettivo, in quello che possiamo considerare il secondo caso umano conclamato di “depressione da Antropocene”. Il primo, per così dire, fu dell’italiano Alexander Langer, fondatore della Federazione dei Verdi, impiccatosi a un albicocco il 3 luglio 1995, a quarantanove anni.

Che l’Antropocene possa indurre sindromi depressive o pulsioni suicidarie negli animi superiori, incapaci di reprimere una sensibilità che partecipa dei mali del mondo, è comprensibile. Viene in mente Justine, la protagonista di Melancholia di Lars von Trier: in tutto il film è l’unica a segnalare con una condotta sregolata le alterazioni della psiche indotte dal progressivo avvicinarsi dell’apocalisse. Gli altri personaggi dissimulano con triste ipocrisia l’imminenza del cataclisma, continuando a recitare l’enorme menzogna della vita in società. Farsa e tragedia, diceva Marx, sono reazioni divergenti accomunate da una medesima tensione alla catastrofe.

Quando non arriva ad annichilire il pensiero, la depressione da Antropocene s’accompagna all’urgenza di avvertire i popoli: guardandoci alle spalle troviamo Baudelaire, che in sogno crede di intravedere la rovina della civiltà nel crollo di una torre. O Nietzsche, che nello spazio-tempo di un’allucinazione racconta l’irrigidirsi della stella su cui, un tempo, «animali intelligenti scoprirono la conoscenza». Se gli intellettuali hanno una funzione morale, in società, il loro compito è di avvistare il colossale blocco di ghiaccio e granito cui il transatlantico dell’umanità punta a tutta dritta, e di farlo con sufficiente anticipo sull’impatto venturo. Il Titanic che ci trasporta tutti, scriveva vent’anni fa Jaques Attali, deve virare ora, se davvero vogliamo schivare l’«iceberg che ci aspetta nascosto in qualche luogo del futuro indistinto, e che urteremo per poi affondare al suono della musica». Anche la vedetta Thunberg, come Nietzsche e Baudelaire prima di lei, annuncia il proprio avvistamento: «non potremo salvare il mondo rispettando le regole, perché sono quelle stesse regole a dover essere cambiate. Deve cambiare tutto. E il cambiamento deve iniziare oggi». Per centinaia di migliaia di anni Homo ha vissuto contro natura, poi ha inventato la Tecnica e ha cominciato a vivere della natura. Ora, ci invita la vestale di un culto ancora nuovo e irriflesso, è tempo di vivere per la natura.

Scioperare per il clima

Pronipote di Svante Arrhenius – premio Nobel per la chimica che per primo studiò l’incidenza dell’anidride carbonica sul clima – l’astro nascente dell’ambientalismo internazionale ha mosso i suoi primi passi nel maggio del 2018, con la vittoria in un concorso di scrittura sull’ambiente promosso dal giornale svedese Svenska Dagbladet. L’articolo di Thunberg venne pubblicato, e alcuni interessati cominciarono a contattarla. Tra questi anche Bo Thorén della Fossil Free Dalsland, allora in cerca di giovani attivisti da coinvolgere in progetti innovativi di difesa dell’ambiente, tra cui lo sciopero della scuola. Nessuno degli altri militanti, però, credeva veramente nell’iniziativa, così Thunberg abbandonò il gruppo e cominciò da sola la propria personalissima battaglia ambientale il 20 agosto 2018. Contro il volere dei genitori, Thunberg si astenne dall’andare a scuola sino alle elezioni nazionali del 9 settembre, preferendo accamparsi fuori dal Parlamento svedese armata soltanto di un impermeabile giallo e di un cartellone con uno slogan tutt’altro che sibillino: Skolstrejk för klimatet, “sciopero della scuola per il clima”. Dopo le elezioni, ha continuato a manifestare ogni venerdì sino all’attuale ventiseiesima settimana di astensione, accompagnando nei suoi post sui social network l’hashtag #FridaysforFuture ai precedenti #Klimatstrejka e #ClimateStrike. Anche se una generazione soltanto mi separa da Greta Thunberg, ai miei tempi lo sciopero delle lezioni era un pretesto come un altro per marinare la scuola. Mai ci sarebbe venuto in mente di incrociare le braccia per fare pressioni sul governo affinché riducesse le emissioni di CO. Segno che la consapevolezza ambientale sta crescendo. Segno anche che non è vano il nostro lavoro di preparazione del campo per la rivoluzione verde di là da venire.

Tra le opzioni legittime di exit e voice per contestare l’ordine esistente, insegna Albert Hirschman, lo sciopero individuale non è certo una forma di contrattazione dei poteri, com’è invece l’astensione collettiva. Protestando in solitudine Thunberg inventa una forma di razionalità alternativa a quella disciplinare dello Stato, che la vorrebbe curva sul suo banco di scuola assieme agli altri studenti. La sua diserzione dalle lezioni è solo un espediente per rendersi saliente al circuito mediale, condizione preliminare per attivare il dissenso collettivo e riaggregarlo sotto forma di consenso intorno a una nuova professione di fede. È avvenuto così che la battaglia ambientale di quest’adolescente svedese con trecce alla francese facesse rapidamente il giro del mondo: ne hanno scritto The Guardian, Le Monde, Die Zeit, La Repubblica, Huffington Post. Mentre Thunberg espatriava a Bruxelles per il Rise for Climate e a Londra per la Declaration of Rebellion, il climate strike del venerdì ha cominciato a diffondersi nei Paesi a maggiore coscienza ecologica: in Svizzera hanno già aderito al movimento oltre 60.000 manifestanti, in Germania gli scolari hanno scioperato in più di 20 città diverse, a Bruxelles si sono contate in piazza quasi 35.000 persone, mentre in Regno Unito 224 accademici hanno firmato una lettera di pubblica solidarietà nei confronti della mobilitazione. In Italia, invece, il climate strike ha trovato il sostegno del climatologo Luca Mercalli, mentre le varie diramazioni locali del Fridays for Future si preparano allo sciopero generale fissato per il prossimo 15 marzo.

Una nuova umanità

Come in ogni conflitto che deflagra, i leader di una nuova umanità affiorano per via carismatica al di sopra della sedizione, riconosciuti persino dalle élite ormai logore della civiltà che decade. Alla COP24, summit dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi lo scorso dicembre a Katowice, in Polonia, Thunberg viene invitata per uno speech di tre minuti e venti, condotto con un inglese talmente impeccabile da rendere commoventi le cuffie per l’audio-interpretariato alle orecchie dei potenti della terra. Il 25 gennaio 2019, invece, un discorso di sei minuti al World Economic Forum le offre l’occasione di fissare ulteriori tasselli del nuovo credo collettivo che va predicando: «qui a Davos – proprio come in qualsiasi altro luogo – tutti parlano di denaro. Sembra che solo il denaro e la crescita siano le nostre maggiori preoccupazioni». Solo un anno prima, proprio al WEF, lo spirito del tempo si era concesso agli uditori più attenti nelle parole di Jack Ma, presidente di Alibaba: «io penso sia impossibile fermare il mercato. Il mondo ha bisogno del mercato. Il mercato è forse il solo sistema per risolvere i conflitti. Se si ferma il mercato, comincia la guerra: questo è ciò che ho sempre pensato». Nel giro di un anno la temperie è mutata, siamo entrati in una nuova epoca della storia, l’Antropocene ha cominciato a incrinarsi.

Come i grandi veggenti venuti prima di lei, Thunberg ha il dono di dire con brutale chiarezza ciò che il mondo pensa già, ma che non oserebbe mai pronunciare: «più ancora della speranza, ci serve l’azione. Perché quando inizieremo ad agire, la speranza sarà ovunque». Una critica letale all’immobilismo della diplomazia ambientale che rimbomba come un boato nei salotti del potere mondiale, Davos e Katowice. Quello predicato da Thunberg è un pragmatismo ecologista capace di ricomporre gli antichi scismi che avevano frantumato l’ambientalismo sin dagli albori. Nella sua «giustizia climatica» trovano posto l’ecomarxismo e la teoria della decrescita, l’ecologismo scientifico e l’ecofemminismo, miscelati tutti assieme in un movimento giovanile e militante che apre uno squarcio insanabile con la passività, l’egoismo e l’inettitudine dei diplomatici del clima.

L’innocenza cosciente di Thunberg libera la questione ambientale dalla zavorra sovrastrutturale con cui l’avevamo gravata, riportandoci alle domande essenziali: «ma perché non riduciamo le nostre emissioni? Perché, in realtà, continuano ad aumentare? Siamo consapevoli di causare un’estinzione di massa? Siamo malvagi dentro, forse? [Are we evil?]». Per usare le parole di Serge Latouche, l’«obiettrice di crescita» Thunberg professa un ambientalismo orizzontale contro la verticalità dell’attuale società politica ed economica. Quel che il movimento dei gilet gialli ci ha insegnato è che l’ecologismo non può più prescindere dalla giustizia sociale, da quell’«equità» che Thunberg sostiene essere «assolutamente necessaria per far funzionare l’accordo di Parigi su scala globale».

Sfatare il tabù ambientale

Di fronte all’enormità del problema ecologico, la maggior parte delle persone non riesce a muovere nemmeno un dito, incalzata com’è dalle routine della vita quotidiana. «La storia dell’umanità è comunque un dramma pieno di rumore e furore», per citare ancora Latouche, un dramma in cui mica tutti possono fare gli eroi ambientali. Thunberg, però, rimane fedele alla sua caparbia missione ecologista anche di fronte ai grugni più vizzi del gotha mondiale: «la nostra casa sta bruciando. […] Io non voglio la vostra speranza. Io non voglio che voi siate speranzosi, io voglio che tremiate [I want you to panic]. Io voglio che proviate la stessa paura che provo io ogni giorno». Nell’ambientalismo rivelato da Thunberg è possibile rintracciare, a tratti, persino Gandhi: «dobbiamo creare un’azione trasformazionale che salvaguardi le condizioni di vita per le future generazioni». I messaggi postati sul suo account Instagram – 314.000 follower, in costante ascesa – scandiscono le tappe evolutive della profezia di cui Thunberg si fa vate: all’inizio il solo invito alla mobilitazione collettiva, ora anche la pedagogia delle masse con le foto dei tuberi raccolti nell’orto di casa, dei pranzi vegetariani, degli spostamenti in treno attraverso l’Europa. Negli ultimi tempi persino la foto con l’etologa e attivista Jane Goodall – su Facebook, invece, con Al Gore – e quella di uno school striker che alza al cielo il cartellone «Make the world Greta again!», come fosse una tavola delle leggi. Fantasia al potere, altro che il negazionismo di Donald Trump.

Quando nell’agosto scorso Thunberg cominciò la sua battaglia per la difesa dell’ambiente con lo sciopero della scuola, negazionisti, crumiri e detrattori da più parti l’accusarono d’essere pilotata, di non scrivere da sé i discorsi che tiene in pubblico. Altri le dissero che avrebbe fatto meglio ad andare in classe e a studiare per diventare una scienziata del clima. L’assillo che ciò non fosse abbastanza e che non le permettesse d’agire in tempo, però, l’angosciava nel profondo. In Solar di Ian McEwan (Einaudi,2010), allo scienziato che si occupa di cambiamento climatico viene fatto notare che «prendere l’argomento con la serietà dovuta avrebbe significato non pensare ad altro ventiquattr’ore su ventiquattro. Il resto diventava irrilevante, al confronto». È un rimprovero corretto, che Thunberg rielabora e scarica in faccia ai politici indolenti e ai giornalisti conniventi di Katowice e Davos: «nessuno ne parla. Nessuna riunione d’emergenza, servizi in tv, edizioni straordinarie. Nessuno agisce davvero come se fossimo in crisi. Persino la maggior parte dei climatologi, e dei politici impegnati nell’ecologia, svolazzano per il mondo, mangiando carne e latticini». Il tabù ecologico – forse l’ultimo a essere rimasto – cresce come un tumore fatale sul silenzio degli uomini, sulla sterilità del dibattito pubblico che non ci ricorda ogni santo giorno la drammaticità della questione ambientale. La voce soave di Thunberg si alza come un canto divino in mezzo ai latrati: «siamo venuti qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone». E quel potere ci serve tutto e subito, per cambiare finalmente il nostro destino naturale.

 

*** Una versione ridotta di questo articolo è apparsa nel numero trentaquattro di MEDUSA, una newsletter bisettimanale a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.

 

 

 

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