Convivere con la bestia

Di Silvia Frigeni.

Uno scrittore di nome Francesco ha vinto un premio importante e adesso si sente «stocazzo», come gli fa notare la moglie. La definizione inorgoglisce il narratore, ma lo spinge anche a chiedersi cosa l’abbia portato a diventare arrogante, da debole che era: come abbia fatto a sentirsi «sia l’ultimo al mondo, sia stocazzo».

L’animale che mi porto dentro, di Francesco Piccolo, racconta la situazione particolare del suo alter ego Francesco, e cerca così di smentire la citazione di Simone de Beauvoir con cui inizia il romanzo: «Un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla situazione particolare di essere maschio». Ma perché un uomo dovrebbe scrivere un simile libro, e in cosa consiste la sua «situazione particolare»?

Il protagonista parte dal suo nuovo sentimento di potenza per ripercorrere la sua scoperta della sensibilità. Per lui coincide con la scoperta del sentimento d’amore, contrapposto alla vita istintiva e violenta del maschio. Si tratta di due modi di essere che il narratore deve far convivere, uno privato e individuale (la sensibilità), l’altro pubblico e sociale (la virilità). La sensibilità l’ha reso uno scrittore, l’ha staccato dal consesso maschile degli amici e dall’esempio del padre, ma questo distacco non è mai definitivo. A ogni momento, l’animale che si porta dentro può rialzare la testa e approfittare delle occasioni che si presentano per fare a botte, scopare, tradire, ingannare. Il tutto sotto lo sguardo, introiettato fin dall’infanzia, degli altri maschi, che incoraggiano questi comportamenti e anzi li pretendono anche quando la parte individuale, e sensibile, del narratore tenta di sottrarvisi.

Non è una scissione nuova: già Francesco Petrarca si tormentava di fronte all’impossibilità di ricucire la separazione tra le sue due anime, arrivando a definirsi un «uomo doppio». Nel Secretum, Petrarca si chiede come risolvere il conflitto tra il tentativo di elevazione spirituale e la sua natura sensuale, che lo spinge a cercare la gloria poetica e ad amare le donne. Persino il sentimento per Laura non basta a salvarlo: la donna angelicata, sul modello stilnovista e dantesco, diventa in realtà la causa di un desiderio insopprimibile. In una versione contemporanea e laica, anche Francesco Piccolo racconta le angosce che derivano dall’essere un uomo doppio. La fama dà a quest’uomo il pretesto di far uscire l’animale che si porta dentro, e persino le relazioni sentimentali più sincere e innamorate non si liberano mai del tutto dall’impulso violento, di crudeltà e prevaricazione dettato dal maschile. Se il Francesco del Trecento si sentiva in colpa verso Dio e verso i suoi modelli spirituali, il Francesco del Duemila rifiuta gli esempi virtuosi di virilità, meno impellenti dei valori di conquista dettati dal branco.

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Gli esempi di aggressività e desiderio scelti da Piccolo sono infatti del tutto maschili, e maschilisti. La lotta interiore del protagonista tra la sensibilità e l’istinto di sopraffazione è la stessa presente in famosi eroi (e antieroi) virili, da Michael Corleone a Sandokan. Addirittura, quando Francesco sviene a causa di una pena d’amore, a cui fa seguire il proposito di vendetta contro le donne che metterà in atto da adulto («decisi che in futuro avrei fatto soffrire qualsiasi donna mi fossi trovato di fronte»), il narratore lo paragona allo svenimento di Tony Soprano. Ma i suoi momenti di violenza risultano ridicoli, e tutto sommato innocui, rispetto a quelle dei boss mafiosi a cui si paragona.

Risulta un problema molto più impellente la violenza psicologica che il protagonista ritiene di esercitare sulle donne, specialmente su quelle con cui instaura delle relazioni sentimentali. Lo scrittore che piace alle donne per la sua sensibilità è anche un animale che pensa solo al sesso, che tradisce e scopa appena se ne presenta l’occasione, mettendo così in atto la sua vendetta: è un «porco e sentimentale», come Laura Antonelli in Malizia definisce l’adolescente Nino, l’ennesimo alter ego su cui Piccolo modella la sua separazione del maschio.

La presenza delle donne è ciò che determina la differenza rispetto ai modelli virili tradizionali. Se l’aggressività del maschio si sfoga anche contro gli uomini, le donne sono il bersaglio per eccellenza della crudeltà che l’animale che è dentro di lui esercita quando si sente in una posizione di forza. È quindi alle donne che il narratore rivolge la sua dichiarazione di impotenza, che è anche una rivendicazione di onestà, di «verità», con tutto l’autocompiacimento che comporta una simile presa di posizione. «E alla fine sono grato all’animale, perché ha formato la persona che sono, l’ha indirizzata verso il senso del vero invece che verso il senso del giusto – che è il principio primo per essere degli scrittori nel modo in cui credo bisogna esserlo».

Quello che Piccolo dice alle donne è: voi pensate che gli uomini sensibili, intellettuali, scrittori, con cui fate discorsi profondi non pensino al sesso mentre state con loro, e invece ci pensano. Fanno solo finta di no, perché hanno imparato che non sta bene, perché hanno introiettato la vergogna di pensarci. Io vi rivelo perché continuiamo a farlo, e come si possa essere sinceramente sensibili e altrettanto inevitabilmente animali.

E in effetti sono le donne a essere le principali giudici e spettatrici di questo romanzo, che non avrebbe potuto essere stato scritto all’epoca dei «grandi maschi narcisisti», come David Foster Wallace definiva la generazione di Philip Roth, John Updike e Norman Mailer.
Nel tempo intercorso tra L’animale che mi porto dentro e i romanzi dei maschi formatisi negli anni Cinquanta, è successo che le donne siano diventate la maggioranza dei cosiddetti «lettori forti», e che l’offerta nel campo letterario abbia dovuto (lentamente) adeguarvisi. Basti pensare al fiorire dei periodici femminili, spesso ancora liquidati come produzione non seria, ma che hanno dato a diverse generazioni di donne i temi di cui parlare, le autrici da seguire e una prospettiva svincolata da quella maschile.

Da qui nasce la sempre maggiore produzione di romanzi scritti da un punto di vista femminile, che mostrano l’uomo non più come modello ma come altro da sé. Non si tratta di casi isolati. Foster Wallace aveva Zadie Smith come collega, forse la scrittrice più talentuosa  della sua generazione, ma le donne riverite in campo letterario non erano mancate dai tempi di Jane Austen. La differenza sta nella rivendicazione di una prospettiva sul mondo diversa da quella tradizionale e maschile (e bianca), nella presenza sempre maggiore di autrici donne sugli scaffali delle librerie, nel loro peso nel dibattito culturale. Dalla generazione di Margaret Atwood, Marylinne Robinson e Alice Munro, passando per Jennifer Egan, Rachel Cusk e Chimamanda Ngozi Adichie, fino ad arrivare a Sally Rooney, le donne che parlano di donne per le donne sono diventate parte di un discorso che fino a non molto tempo fa relegava la scrittura femminile in un angolo scarsamente frequentato dagli uomini, quando non veniva guardato con disdegno. Così scriveva Nabokov negli anni Cinquanta a un amico che gli aveva raccomandato la lettura di Mansfield Park per un corso di letteratura inglese: «Jane [Austen] non mi piace; ti dirò di più: sono prevenuto nei confronti di tutte le scrittrici. Appartengono a un’altra categoria».  

Sessant’anni dopo, uno dei recenti e più fortunati esempi di prospettiva femminile è il ciclo di romanzi dell’Amica geniale, che vende milioni di copie in Italia e all’estero. Uno dei personaggi è Nino Sarratore, un antieroe consapevole del problema di essere nato maschio: cercherà, invano, di non diventare donnaiolo e traditore come il padre. Francesco Piccolo fa suo questo modello, identificandosi con Nino Sarratore. Come lui è «un maschio intellettuale sentimentale meridionale». Anche nel suo caso, il sincero tentativo di affrancarsi dal padre e dall’animale che ha ereditato da lui l’ha visto perdente. E la liberazione dalla tirannia dell’animale può avverarsi solo accettando di non poterlo uccidere ma imparando a conviverci, in maniera neanche troppo sofferta: «pian piano, scopro che il sesso, le donne, la violenza e l’arroganza di mio padre, sono dentro di me. E che non sono devastanti ed evidenti come temevo».

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