Note di colore

(Artwork originale di Duval Timothy per “London Bridge Arizona Arizona London Bridge”)

 

Di Giulio Pecci.

La bandiera della Sierra Leone è un tricolore a strisce orizzontali verde, bianco e blu. Basta osservare la foto qui sotto per accorgerci che, se a questi tre aggiungiamo il giallo e il rosso, otteniamo la tavolozza cromatica completa di cui è composta la sua capitale, Freetown – la città con il più bel nome al mondo. Questi stessi colori sono l’ispirazione e la materia prima di cui si compongono l’arte, la musica e l’artigianato del londoner Duval Timothy, classe 1989. Artista multidisciplinare, musicista, designer nato e cresciuto nel Sud di Londra, da madre inglese e padre sierraleonese, ora si divide tra i due paesi.In un’intervista per The Tung, Timothy ha affermato che il colore, soprattutto le sfumature pure e piene di vitalità, sono al centro di tutta la sua produzione: «questo normalmente significa colori vivaci, ma può anche essere un colore musicale o pensare ai sapori nel cibo come ad un tipo di colore». Il colore è anche un espediente per definire la sua identità: non il solo mezzo artistico per arrivare all’opera compiuta, ma un vero e proprio strumento di catarsi che permette di «dire qualcosa sulla mia vita».

 

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Foto di Jina Moore, Sierra Leone, 2011.

 

Nel primo brano del suo ultimo lavoro discografico, l’EP 2 Sim (uscito nel 2018), diverse voci campionate si sovrappongono al di sopra di una delicata base musicale composta da tastiere, contrabbassi profondi, batterie eteree, chitarre di stampo blues e jazz ma anche da suoni che ricordano strumenti tradizionali africani, come la kora o la marimba. Questa unione di orizzonti sonori è il perfetto sfondo al racconto delle voci campionate di uomini e donne che descrivono l’esperienza straniante del passare, per dirlo nel modo più stereotipato possibile, dalla calda e colorata Africa alla fredda e grigia Inghilterra, così come del complicato rapporto tra la seconda generazione nata nel Regno Unito e i propri genitori immigrati: ad un certo punto si sente addirittura dire che «crescere da bambini a Londra ti fa odiare i tuoi genitori africani». Il brano si conclude con un’altra voce, quella armoniosa e simpatica di un bambino, che chiede: «signore, dove vivi?» Il signore in questione (forse proprio lo stesso Timothy?) abbozza una risposta, ma poi, incalzato, si arrende a un sincero «non lo so».

 

 

Questa scoperta a ritroso delle proprie origini aveva già avuto il via in Sen Am (disco del 2017). La traccia di apertura Whatsapp è estremamente simile nella struttura e nei suoni al pezzo che uscirà un anno dopo. La differenza tra i due lavori è nella prospettiva. Sen Am è il primo disco di Timothy (dopo Dukobonti del 2012 e Brown Loop del 2016) che unisce alla materia musicale un concept estremamente personale, essendo stato scritto durante il viaggio che l’autore ha compiuto da solo nel tornare per la prima volta a Freetown. Per ammissione dello stesso Duval, si è trattato di un processo molto intimo di scoperta di sé e della propria famiglia, di analisi del proprio posto all’interno della storia della diaspora, del venire a patti con la sua condizione di meticcio, a volte considerato bianco a volte considerato nero, con gli svantaggi e i privilegi che ciascuna delle due condizioni comporta. All’ascolto si percepisce un occhio quasi infantile, di gioia e scoperta mescolate a timore e rispetto di emozioni pure, nette. Nell’EP 2 Sim lo sguardo rimane simile, ma sembra più maturo, meno pudico e leggermente più oggettivo.

Musicalmente, il primo disco è ancora completamente incentrato sul pianoforte e le tastiere di Timothy, strumento che ha ha imparato a suonare da solo; il secondo lavoro è di stampo più ambient, viene lasciato molto più spazio ai campioni di voci e ambiente, con il piano che si riduce al ruolo di filo di Arianna, conducendo attraverso i lunghi brani senza lasciarci smarrire.

 

 

Lo stile pianistico di Timothy è decisamente personale, da autodidatta. È composto da lunghe serie di accordi, spesso di vago stampo jazz, quasi sempre formanti temi ripetitivi ed ipnotici. Pianisti che gli si possono accostare e che lui stesso ha citato in quanto fonti di ispirazione sono Nina Simone, Ryuchi Sakamoto e Maurice Ravel, e l’andamento lento, semplice e ripetitivo dei brani ricorda le Gymnopèdies di Erik Satie. Quello che Duval sembra cercare di album in album è una costante rarefazione, una sintesi sempre più estrema ed efficace. Non vuole usare gli acquarelli, tratteggiare sfumature barocche, è più un tipo da colori a olio, da ampie campiture di colore vibrante esattamente l’approccio che ha quando dipinge.

Tra gli artisti contemporanei mi risulta facile accostarlo a Chassol e al concittadino Alfa Mist, due musicisti che come lui concepiscono il pianoforte più come strumento capace di tracciare tratti impressionistici di sfondo a una narrazione che come attore principale al centro della materia musicale. Chassol è un pianista dalla rigorosa formazione classica, francese e di origini martiniche. Ha inventato una modalità espressiva da lui chiamata ultra-score, un’unione entusiasmante fra cinema e musica. Nonostante lo stile pianistico decisamente più complesso e raffinato, l’uso dei filmati spesso coloratissimi e dei loop ambientali base dei suoi virtuosismi ricordano una versione più accademica ma allo stesso tempo più “ottimista” ed energetica del lavoro svolto da Timothy. Alfa Mist è un autodidatta come Duval ma la sua formazione affonda le radici nell’hip-hop e nel grime, affinandosi poi nella talentuosissima giovane scena jazz londinese. Il suo piano rhodes e le sue produzioni soffici, dipingono sensazioni di riflessione e malinconia come quelle evocate da un paesaggio di William Turner o una poesia di Wordsworth. Anche con il ben più popolare Sampha, un altro nato a Londra e sierraleonese di seconda generazione, condivide una simile sensibilità con lui ha anche collaborato alla stesura del corto Process.

 

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Artwork di Duval Timothy per “Sen Am”, Carrying Colour, 2017

 

Questa ricerca costante di immagini e di colore, evocate dalla musica e centro della narrazione musicale, sembra essere una costante di molti artisti figli di immigrati delle ex colonie africane, in Francia ma soprattutto in Inghilterra. Un’inclinazione attribuibile forse alla volontà di riappropriarsi nel modo più concreto possibile della narrazione e soprattutto della rappresentazione e autorappresentazione dei paesi africani, per lungo tempo plasmata (quasi sempre distorta) dai paesi colonizzatori a loro immagine e somiglianza piuttosto che seguendo una fedele e valorizzante rappresentazione del reale. In più la prospettiva è allo stesso tempo interna ed esterna, fornita dalla condizione di immigrati di seconda generazione nati e cresciuti in un contesto diametralmente opposto per ambiente, lingua e cultura rispetto a quello a cui tendono con la propria musica e arte. Viviamo in un’epoca in cui l’Africa, come più volte sottolineato nello splendido saggio Afrotopia di Felwine Sarr (edizioni dell’Asino 2018), sembra essere soggetto di una duplice visione diametralmente opposta nelle conclusioni: una visione iper-ottimistica che immagina un “futuro africano”, dove il continente sarà protagonista mondiale assoluto; e poi quella pessimistica che vede quasi irrecuperabile la situazione di un paese attraversato da problemi di cui ancora non si riesce a scorgere una soluzione. Probabilmente, come spesso accade, la verità si trova nel mezzo, anche se la spinta creativa fornita dagli artisti africani e dall’apporto della seconda generazione di immigrati sembra far pendere la bilancia verso la prima ipotesi. Per questi ultimi creare un ibrido delle due culture di appartenenza vuol dire allargare gli orizzonti sia da una parte che dall’altra. Un discorso paradossale se pensiamo alla situazione politica inglese (ma anche mondiale) e che dimostra quanto siano ridicoli e fuori da ogni tempo gli imperanti rigurgiti imperialisti o addirittura fascisti: il mondo che viviamo oggi è già esplicitamente “africanizzato”, e lo sarà ancor di più nel prossimo futuro, nei canoni estetici, nella musica, nel cinema, nella moda e cultura in genere. Per ora è prematuro decidere di stabilire se questa “africanizzazione” si trasformerà in una nuova forma di colonialismo culturale, o se tra qualche anno si rivelerà come un vero e proprio punto di svolta per tutto il mondo. 

Un discorso che parte dalla musica e si estende quindi all’arte nel suo significato più ampio possibile, fino a toccare sfere sociali e politiche di estrema attualità. In questo processo Duval Timothy sembra essere supportato da una sorta di sguardo sinestetico che lo accomuna ad alcuni dei più grandi creativi della storia oltre che diversi artisti contemporanei, intendendo con sinestetico quella capacità naturale di associare sensazioni provocate da piani sensoriali diversi, in questo caso il suono e la vista. Duke Ellington affermava ad esempio di percepire ogni nota con una diversa colorazione a seconda del musicista che la stava suonando. Sono molti i musicisti contemporanei e non che hanno affermato di comporre musica lasciandosi condurre da questa associazione tra suoni e colori: tra questi ci sono Stevie Wonder, Asap Rocky, Tori Amos, Pharrel Williams, Kanye West, Alexander Skrjabin e Tyler the Creator. Con quest’ultimo Duval condivide anche la capacità di applicare questa visione al mondo della moda. Come ha fatto il rapper losangelino con Golf Le Fleur, Timothy Duval ha fondato un proprio brand chiamato Carrying Colour, nome che sottolinea ancora una volta cosa c’è al centro della sua ricerca – il marchio produce anche i suoi dischi e altri oggetti di artigianato, oltre che le sue installazioni artistiche esposte in giro per il mondo. I coloratissimi pezzi di abbigliamento, dalle sciarpe ai kimono, passando per i guanti da motociclista e soprattutto i cappelli, sono tutti realizzati a mano a metà tra Africa e Inghilterra, con una tecnica di tessitura tradizionale della Sierra Leone. Oltre a questi pezzi “di serie” (per quanto possano esserlo degli oggetti fatti a mano) Duval si cimenta anche in progetti unici, spesso ammiccando anche alla cultura dello streatwear e a quella calcistica, come un novello Virgil Abloh. Sul suo sito si trovano decine di esempi in materia, mescolati in modo confuso ma accattivante alla sua attività di artista visivo.

 

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The Groundnut

 

Un altro tassello importante della già enorme produzione di Duval Timothy riguarda la cultura del cibo. Insieme agli amici e collaboratori Falayemi e Jacob, Duval è il cuore di The Groundnut, un progetto culinario che si occupa di eventi privati e ha all’attivo due libri di ricette, ma che in un prossimo futuro potrebbe aprire un vero e proprio ristorante. Groundnut significa arachide, ed è l’elemento fondamentale alla base di uno dei piatti più deliziosi della cucina africana, lo stufato di pollo e arachidi. Da questa ricetta tipica dell’infanzia dei tre amici, si sviluppa il progetto che trova ragione di esistere nei sapori delle proprie origini e nella loro reinterpretazione alla luce della nuova eterogenea identità culturale dei tre, ricercando un incontro originale, una sintesi tra le culture di cui sono imbevuti. È molto interessante vedere come la ricerca di Timothy si estenda anche in un campo  poco frequentato dagli artisti visivi o musicali. l’Inghilterra è una nazione con una cultura e tradizione culinaria abbastanza povera, al punto che il porridge che tutti associano all’Inghilterra è in realtà un piatto tipico africano. Addirittura nel Regno Unito oggi il pollo al curry (il cosiddetto chicken tikka masala) di chiara origine indiana, è considerato “il vero piatto nazionale britannico”. La cultura britannica ha sempre inglobato i sapori più disparati e quindi la cucina, o meglio, l’esperienza del cibo, diventa un altro strumento fondamentale attraverso cui veicolare i propri contenuti, le proprie idee e ricerche. Il continente africano è sterminato e ogni regione ha una sua tradizione culinaria. Anche qui, se vogliamo, a fare da filo conduttore ci sono i colori: il bianco del riso, il giallo del mais, il rosso della carne mescolata alle spezie e l’intenso verde degli ortaggi.

Il colore attraversa quindi tutta la sua produzione come medium, catalizzatore espressivo di un’urgenza interiore complessa radicata nell’intimo e nella sua storia personale quanto in quella ufficiale. È la chiave di volta per sfogare la sua creatività in tutti gli ambiti possibili, per comprendere la vita a cavallo tra Londra e Freetown, la sua cifra stilistica, un modo per venire a patti con l’eredità coloniale inglese in Sierra Leone e, soprattutto, definire la propria identità di figlio della diaspora, di meticcio, di artista, e in ultimo, di persona. Il colore sembra porsi come contenitore poroso, utile a racchiudere tutte le esperienze sensoriali (udito, olfatto, vista, tatto, gusto) e quelle artistiche legate a ciascun senso, che possono ricreare nel modo più efficace possibile un’immagine su misura del luogo in cui affondano le radici di Duval Timothy e dei ragazzi come lui: persone che vivono a cavallo tra il mondo occidentale, ormai su uno scivolo che sembra condurre sempre più verso il basso, e quello africano, lontano e vicino allo stesso tempo, su una possibile ma complicatissima rampa di lancio.

 

 

 

 

 

 

 

 

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