L’orrore e la seduzione della natura

Di Alessandro Mantovani.

Prendendo in mano il nuovo libro di Italo Testa – L’indifferenza naturale (marcos y marcos, 2018) – e sfogliandone qualche pagina, il lettore che non frequenta d’abitudine la poesia penserà di trovarsi davanti a una rivisitazione di Leopardi o a qualcosa di simile: rallegrandosi, nella sua comfort zone, per il fatto che i poeti di oggi sono ancora attenti alla lezione dei maestri, senza cedere a questi tempi apocalittici dove le poesie vengono scritte in modo incomprensibile.

Dunque acquisterà il libro, tanto più che quest’anno ricorrono i duecento anni dalla composizione dell’Infinito e, se proprio non digerirà il testo, lo regalerà a qualcun altro, vendendolo come il nuovo Leopardi.

Niente di più lontano dalla riflessione leopardiana, però, costruisce l’opera di Testa – almeno nelle sue conseguenze. Professore di filosofia teoretica all’Università di Parma, direttore de L’Ulisse (rivista di poesia, arti e scritture) e componente della redazione di Le Parole e le Cose, Testa, da esperto della tradizione filosofica e poetica che da Leopardi giunge a noi e da studioso della poesia contemporanea, scrive un libro che di leopardiano ha solo i presupposti, essenziali però alla comprensione del tema alla base del libro.

Tali presupposti teorici derivano in maniera inevitabile da un’accettazione della visione meccanicista della Natura, forza ricca di un dinamismo brutale («ordito meccanico») in cui la materia si aggrega e si disgrega attraverso processi di inconcepibile lentezza, relegando l’uomo ad un’esistenza laterale, più rapida e quindi più transitoria.

Questa visione, presentata come un dato di fatto nel libro, si mostra però sempre a metà tra seduzione e terrore, come un fiore colorato che attira ma avvelena, muovendosi in maniera insidiosa, strisciante, silenziosa e oppressiva, dove l’uomo da cacciatore si riduce a preda.

Simbolo di questa forza inarrestabile è l’ailanto: albero infestante importato come pianta da giardino nel ‘700 e poi sfuggito al controllo, diventa l’immagine di una natura indomabile nella sua pervasività disgregatrice («vegetali epidemie | flessuosi, infidi ailanti»; «sempre in agguato | tra le siepi ordinate»; «appostati sui greti | tra le rive in attesa»). Tutto questo strisciare e insinuarsi provoca nel soggetto una tensione inquieta, una percezione oppressiva da parte del mondo circostante («noi saremo certo invasi dalle foglie; senti in aria […] | come chiaro il verde incomba») risolta però non in una dimensione passiva – come poteva essere nel libro precedente, Tutto accade ovunque, pubblicato da Aragno nel 2016 («le fronde del pino | premono sulle finestre») – ma attraverso un atteggiamento attivo, di confronto in campo aperto. Ed è proprio indagando più a fondo questo atteggiamento che si coglie meglio la distanza di Testa dalla tradizione: vale a dire l’elemento che lo rende un tassello originale, non una stanca ripetizione.

Nei confronti di una Natura orribile ma seducente, Testa fa ciò che farebbe uno scienziato appassionato della sua materia di studio, vestendo i panni di un osservatore curioso. L’autore infatti omette ogni giudizio, dà per accettato, per scontato oramai che il mondo naturale funzioni nel modo descritto, che possieda tale meccanismo e che ciò non debba più essere traumatico. Il fascino del filosofo-scienziato nei confronti dell’oggetto di studi passa per l’accettazione neutra dei suoi meccanismi e diviene indagine appassionata sulle sue dinamiche di funzionamento. Ed è qui che si innesta la novità della prospettiva di Testa: il meccanicismo violento, pur non perdendo i suoi tratti, viene affrontato di slancio, da una variabile curiosa, interessata, propositiva.

L’indifferenza naturale si pone come un libro sulla complessità implacabile delle leggi di natura e sulla volontà del poeta di penetrarle fino in fondo, a ogni costo. «Là dove congiura il verde» c’è solo vita che divora la vita e una legge di violenza – senza giudizio di valore – il cui apprendimento è necessario per cogliere il regolamento dell’esistenza («anche noi anche noi vogliamo giocare | al grande gioco, il gioco che si perde | sempre, anche noi vogliamo | salire | sulla grata, dal punto più alto | stramazzare | anche noi | il mondo a concimare»).

Nel libro, poi, questo desiderio viscerale di conoscenza spinge il soggetto a tentare di cogliere i meccanismi naturali, fino all’estremo. Di fronte alle uniche due reazioni possibili nei confronti della violenza naturale – resistervi o accettarla – Testa propende per la seconda, tentando di portare l’accettazione al livello della comprensione. È così che, dopo la metà del libro, l’atteggiamento del soggetto muta da una pura constatazione delle meccaniche a un desiderio di abbandono in esse, a una fusione con questa violenza che passi per la disgregazione e l’annullamento di sé («slacciare il corpo gravato dalla presa del suolo»).

A questo particolare cupio dissolvi è dedicata l’ultima sezione, L’impermanente: il riferimento è alla nozione di “impermanenza” (in sanscrito, anitya) che, insieme ai concetti di “sofferenza” e di “insostanzialità della persona”, compone i tratti dell’esistenza nella religione buddhista.

È proprio l’adesione volontaristica all’impermanenza che scoperchia il meccanismo di fondo, il punto di arrivo dell’esplorazione dell’autore. L’impermanenza, dice l’autore, è la legge che regola l’universo: tutto migra dall’essere al non-essere e viceversa, ma l’uomo può coscientemente rendersi conto solamente del primo momento – la vita. Questa impossibilità di scrutare “l’altro lato della realtà”, la morte che si fa vita, relega l’uomo a una contraddizione tra l’esperienza e la scoperta intellettuale. Le leggi dell’impermanenza possono essere accolte, accettate, ma mai esperite e proprio questo provoca gli incubi e le paure che affollano la mente – la mancanza di esperienza è sintomo di possibile inesistenza.

E qui sta il valore del libro: la poesia non si abbandona al misticismo o a una dimensione religiosa-ultraterrena, non perde di vista il contesto reale, dell’esperienza entro la quale ci si muove quotidianamente; per questo, nel tentativo di indagare queste leggi, è in grado di cogliere altresì i turbamenti causati dal vivere alla loro ombra, rinvenendo nella dimensione dell’assenza un passaggio obbligato del nostro esistere.

Osservare il meccanicismo della natura – osservarlo da vivi – significa intenderne la costante dimensione della perdita.

In ciò la poesia trova anche un fondamento; non nell’aspetto consolatorio, intento a riempire le voragini della realtà, ma proprio nell’osservazione di questi vuoti, seguendo un’ulteriore tradizione lirica che passa da Pindaro a Petrarca, e che vede nell’assenza la causa prima della produzione letteraria (così «la mente rumina le cose | le afferma nella sottrazione» e qualunque oggetto, immesso nell’impermanenza, «era questo, e non è più nominabile […] | immobilmente splende nell’assenza»).

Ancora una volta, però, la forza di Testa è quella di aderire a questa dimensione di splendore dell’assenza senza tragedie luttuose, senza drammi, usando la scrittura come strumento chirurgico per entrare in una prospettiva nuova del rapporto uomo-natura, inesplorata e suadente, sebbene non priva di insidie («oppure in fondo al campo | nell’erba alta | la tagliola annidata | invisibile | nella trasparenza del gelo»).

 

 

 

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