Divoratori di paesaggi

Di Alessio Giacometti.

 

Abbiamo visto l’Antropocene mentre si dispiega alle isole Svalbard, dove l’aria è satura del metano liberato dallo scioglimento del permafrost. O nel Sahel, dove l’avanzamento della desertificazione va ormai assediando la Grande Muraglia Verde. Nell’ultimo mese, a queste due immagini ormai usuali dell’Antropocene in azione si è aggiunta anche quella del Chunyun: la più grande migrazione umana temporanea al mondo, con oltre 400 milioni di vacanzieri sgusciati fuori dai rispettivi cubicoli metropolitani e salpati per quattro settimane di festività ai margini dell’ultima lunazione, giorno di Capodanno per la Repubblica Popolare Cinese. In quella che è una coazione a ripetere di anno in anno più impressionante e massiccia, i lavoratori migranti di tutta la Cina tornano dalle famiglie nei villaggi d’origine, da cui poi ripartono alla volta delle località di villeggiatura. Alcuni ingorgando le autostrade rinchiusi in involucri d’alluminio, immobili e ordinati sull’asfalto. Altri sottoponendosi a interminabili viaggi in treno, stipati in carrozze nelle quali, per l’occasione, vengono addirittura allestiti dei mercati improvvisati.

È sconfortante vedere come la Cina – che al concetto di «sostenibilità ambientale» dell’Occidente contrappone quello di «civilizzazione ecologica», e sta riforestandosi con coltivazioni estensive di bambù – dia spettacolo della forma più insostenibile di turismo di massa. Le stime provvisorie contano già 415 milioni di viaggi nella prima metà del Chunyun, con un aumento del 7,6% rispetto allo scorso anno. I turisti più facoltosi sono felicemente espatriati nei Paesi del Sud Est asiatico, mentre i più derelitti si sono dovuti accontentare di trascorrere il Capodanno a casa, magari cullando l’illusione del viaggio inebriati dalle esalazioni d’aria fresca del Tibet o della Mongolia interna che da qualche anno si possono comprare in bombolette spray.

I turisti mediani, invece, hanno letteralmente preso d’assalto i sightseeing nazionali più noti, come la Grande Muraglia a Pechino nord e il Bund a Shanghai – le due città con il più grande mercato turistico al mondo – rendendo esplicito nella sua manifestazione più pura il carattere strutturale del turismo moderno. Nulla a che vedere con il racconto mellifluo, capzioso, traviante con cui la retorica pubblicitaria tradizionalmente edulcora la fiumana di gente che si smuove durante il Chunyun.

La più grande industria del secolo

Ci riesce ancora difficile pensare al turismo come a una delle tante manifestazioni con cui il volto proteiforme dell’Antropocene ci si pone innanzi. La percezione ormai lisa che ne abbiamo oscura l’immensità del problema turistico, la sua portata industriale, la sua inafferrata complessità euristica. Mettendo in moto un’intera nazione di vacanzieri nell’arco di una transizione stagionale, il Chunyun ci aiuta a visualizzare la violenza ecologica del turismo moderno, a collocare la sua impronta ambientale sullo stesso piano delle industrie più pesanti. «Il fatto è che la nostra idea di industria […] è obsoleta», scrive Marco D’Eramo ne Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo (2017). «Vediamo il turismo come un fronzolo “postmoderno”, superstrutturale, contrapposto alla struttura “vera”, all’economia reale».

La mercificazione dell’ambiente è invece ormai così spinta che il turismo può essere considerato «la più grande industria del secolo»: nel 2014 valeva il 10% del Pil mondiale e occupava il 9% dei posti di lavoro totali, senza contare l’indotto. Al pari e più delle altre industrie, il turismo genera ricchezza e veleni, rende possibile la vita e la distrugge, contribuendo da solo a circa l’8% delle emissioni di CO su scala globale, con un aumento annuo del 4%. «Quando anche gli addetti all’industria diventano turisti», commenta D’Eramo riflettendo sull’apertura del Grand Tour ottocentesco alle classi subalterne, «allora il turismo diventa esso stesso un’industria e rientra nella categoria dei “consumi di massa”». Ci piaccia o meno, il turismo è ormai un fenomeno totale, capace di compenetrare i diversi strati sociali, adattandosi mutevolmente alle esigenze del viaggiatore ricco quanto a quelle del viaggiatore povero.

Come il più classico dei «falsi bisogni» descritti da Marcuse ne L’uomo a una dimensione (1964), il turismo come aspettativa di comportamento accomuna il giovane precario all’imprenditore di successo, il disoccupato di lungo corso alla studentessa di liceo, l’operaio metalmeccanico al top manager della finanza. Secondo i dati della World Tourism Organisation, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950, saliti a un miliardo e 186 milioni nel 2015. I turisti domestici sono quattro volte tanti: in sostanza, escluse le briciole dell’indigenza più estrema, tutta l’umanità pratica il turismo. Le azioni individuali si sono cristallizzate in una struttura sociale che ora vive di vita propria, inquina l’ambiente e lo deturpa. Il turismo è infatti l’industria che più di tutte interviene sulla struttura profonda dei luoghi, deformandola irreversibilmente: abbiamo cominciato a parlare di «paesaggio» quando ormai l’ambiente naturale era già stato guastato, con il mondo che non ci pare rovinato soltanto perché ci siamo abituati alla sua rovina.

Sfigurare l’ambiente

Tra le tecniche di valorizzazione economica dell’ambiente naturale e antropico, quello della rendita turistica è il più elementare e risolutivo. Man mano che andavano deindustrializzandosi, le città di tutto il mondo hanno cominciato a reinventarsi come destinazioni turistiche. La gentrificazione manifatturiera ha saputo trasformare ogni cimelio urbano in oggetto d’interesse per il turista: lo stadio di calcio, il monumento ai caduti, le rovine di una polis ormai scomparsa, la via dei negozi, il caffè in cui la scrittrice famosa si ritirava per completare il suo best-seller. Luoghi «da vedere» che sono stati costruiti come simboli per rigenerare la città dalla sua inesorabile decadenza.

Il passato si espande, si accumula di continuo, e aumenta così la collezione di feticci urbani potenzialmente oggetto di consumo turistico. È a partire proprio da questa collezione, direbbe lo storico Eric Hobsbawm, che le città turistiche hanno «inventato» una propria tradizione. Si sono progressivamente riempite di musei da visitare, cioè di cimiteri. E una città di cimiteri è inoppugnabilmente morta: «salvare delle pietre non vuol dire salvare una città, una cultura urbana», commenta ancora D’Eramo.

Contemporaneamente alla gentrificazione turistica delle città in declino, anche le periferie del mondo che non avevano conosciuto l’industrializzazione canonica hanno schiuso i propri segreti naturali al turismo più famelico. Nella concorrenza sfrenata per attrarre turisti, l’ambiente naturale e urbano viene continuamente ridisegnato, piegato alle esigenze stereotipate del proprio pubblico di vacanzieri. Già nel 1820, Stendhal notava che «Firenze non è altro che un museo pieno di stranieri che vi trasferiscono le proprie usanze», i propri riti, i propri comfort. «Oramai le tecniche per riplasmare la città turistica sono state perfezionate, testate e in un certo senso standardizzate», spiega D’Eramo. Nella rincorsa per intercettare i flussi turistici, gli ambienti vengono ripensati esaltandone l’unicità, l’autenticità e la distinzione, quando in realtà lo «sguardo del turista» va omologandosi sempre più, come ogni altro riflesso della cultura di massa.

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Movimento ordinato

Osservando da vicino l’enorme migrazione umana smossa dal Chunyun, volto occulto dell’Antropocene, possiamo capire bene come il turismo riassorba la contraddizione che sussiste tra modernità e post-modernità. Il carattere industriale, pesante e altamente inquinante del turismo lo lega indubitabilmente al moderno, ma al tempo stesso esso mette in crisi il principio della modernità secondo cui gli individui stanno fermi.

Ora, sappiamo tutti che gli esseri umani in realtà migrano da sempre, per necessità o per scelta. Il primo viaggio fu la discesa dagli alberi, il secondo la fuoriuscita dalla Dancalia. Da allora ha preso il la una «diaspora mai conclusa» – per usare le parole de Il giro del mondo in sei milioni di anni (2018) di Guido Barbujani e Andrea Brunelli – eterna espressione di un nomadismo primitivo che ritroviamo anche nel turista del giorno d’oggi. 

Spostandosi, però, gli esseri umani generano complessità: le migrazioni si accompagnano a un’effervescenza che può sovvertire l’ordine del mondo, qualora non venga opportunamente segmentata e ricondotta entro le maglie del controllo sociale. La modernità ha coinciso grossomodo con la stagione in cui la maggior parte degli esseri umani doveva rimanere ferma, proprio per non generare – anche solo spostandosi oltre confine – questo eccesso di complessità entropica.

Poi è stato inventato il turismo, strategia post-moderna per fronteggiare l’Altro in movimento e incanalarlo in percorsi sottoposti a un rigidissimo dispositivo disciplinare: «di questa disciplina», citando ancora D’Eramo, «il “viaggio organizzato” è insieme l’apoteosi e la parodia […]. Le uniche trasgressioni che [al] turista si concedono sono le deroghe al codice d’abbigliamento, il girare in ciabatte, in pantaloni corti e cappellini, berretti che mai s’indosserebbero nella vita quotidiana». La condotta turistica non deve stravolgere l’ordine esistente, né tantomeno la sua ideologia dominante, ecco perché è sottoposta a una «massima riduzione del repertorio dei gesti e delle azioni formalizzate», come scrive Roberto Calasso ne L’innominabile attuale (2017). «Tutto obbedisce a sequenze prefissate, dove non si ride. Si esegue».

Il turista è legittimato a spostarsi a patto che non resti anonimo, che chieda di vedere solo ciò che può essere visto, che faccia esattamente ciò che ci si aspetta da lui. Guai se violasse gli spazi interdetti come fabbriche in funzione, carceri e ospedali, luoghi abitati e frequentati esclusivamente dagli autoctoni. Prendendo spunto dalla pratica sociale in assoluto più formalizzata, il consumo, lo spostamento umano è stato assorbito dal turismo, e dunque zoonizzato e segregato in ambienti specifici.

Nella progressiva regolamentazione che rende più tollerabile e meno rischiosa per l’ordine sociale la libertà turistica di migrare, il Chunyun di quest’anno ha introdotto alcune novità organizzative che aprono una feritoia nel futuro prossimo del turismo internazionale: la blacklist che preclude l’accesso ai trasporti sulla base dei crediti sociali, i servizi che si avvalgono del riconoscimento facciale, l’impiego di robot-guida nei luoghi di maggiore affluenza. Misure sempre più meschine di disciplinamento ma anche di semplificazione dello svago turistico, che così può essere praticato dal maggior numero di persone possibili. In fondo, la prerogativa del turismo di massa è proprio quella di minimizzare la fatica del viaggio: a differenza del Grand Tour ottocentesco, non è più necessario imparare preventivamente la lingua del paese di destinazione, documentarsi sulla storia locale, prendere contatti con informatori per conoscere i rischi che il forestiero corre oltre confine. È sempre in Cina, al Beijing World Park, che questa riduzione dello sforzo turistico raggiunge il suo apogeo: per i turisti cinesi non è più nemmeno necessario espatriare per vedere oltre cento sightseeing d’ogni angolo del globo, poiché le loro riproduzioni fittizie sono state riunite tutte assieme in quest’unico enorme parco tematico.

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Disintossicare il turismo

Il turismo è dunque l’industria che fa circolare in modo organizzato e disciplinato gli esseri umani sulla crosta terrestre. Questa circolazione consuma la natura, genera scorie, sfigura l’ambiente. Non sarà facile disintossicare il turismo, soprattutto perché è diventato un dovere sociale diffuso, l’esecuzione collettiva di un fascio di attività obbligatorie.

Sostenere che il turismo sia un obbligo sociale vuol dire che un numero crescente di persone è costretto a render conto della decisione di restare a casa durante le ferie estive, proprio «come un astemio deve giustificarsi in una comitiva di bevitori», esemplifica D’Eramo. L’obbligo dell’esperienza turistica contagia poi la condotta da tenere durante il viaggio stesso: il turista deve «massimizzare i sightseeing, vedere più musei, più monumenti, più panorami possibili, accumulare più esperienze memorabili, in una contabilità frenetica che rende una sfacchinata il cosiddetto periodo di “riposo”». Nell’adempimento del suo «lavoro turistico», il vacanziere si sottopone a tribolazioni e disagi di vario tipo, come il cibo speziato che mai mangerebbe a casa, la visita noiosissima al museo d’arte contemporanea, «la notte insonne nel volo transoceanico, il letto bitorzoluto dell’unico albergo disponibile, la doccia difettosa da cui scende acqua rossastra».

La fragilità della critica ecologica all’obbligo turistico, però, si manifesta irrefutabilmente non appena «ci si pone la questione delle alternative»: come dovrebbero, sette miliardi e mezzo di esseri umani, utilizzare il proprio tempo libero? In quali altre attività, più sostenibili dal punto di vista ambientale, potrebbero impegnarsi e magari essere anche più felici? Nel tentativo di trovare una risposta soddisfacente, torna in soccorso la veggenza di Zygmunt Bauman: dobbiamo raccontare al mondo intero che esistono enormi riserve di felicità umana inutilizzata, e stoccata in depositi di solidarietà e cultura sempre meno frequentati. È un lavoro immenso, sfiancante, forse fallimentare. Ma è uno dei tanti che dovremmo fare, se davvero vogliamo condurre il mondo fuori dall’Antropocene.

 

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