C’era una volta Woody Allen, episodio 5

Il dormiglione (1973)

In copertina: Diane Keaton e Woody Allen in una scena de Il dormiglione

Il dormiglione (1973)

di Nicola Ianuale


Il dormiglione che Allen portò in sala nel 1973 è solo la seconda metà di un progetto più ambizioso. Voleva infatti realizzare un kolossal comico sulle peripezie di un tizio qualunque che, a metà film, si ritrova duecento anni avanti a dare la caccia a un naso. La United Artists diede il via libera – dopotutto, all’epoca, Allen godeva di una grande libertà artistica; era una sorta di Orson Welles della risata – ma l’ispirazione per la prima ora e mezza, quella nel presente, sparì all’improvviso. Sembra quasi il déjà-vu di come e perché Fellini realizzò 8 ½, con l’unica differenza che Allen l’altra parte nel futuro ce l’aveva ancora.

Anno 2173. Una guerra nucleare ha raso al suolo gli Stati Uniti. Ora sono un paese alla 1984. Il governo osserva tutto e tutti; il popolo è lobotomizzato in stile Fahrenheit 451: se nessuno pensa, nessuno è infelice. Non fare domande, obbedisci, venera il grande leader, divertiti, abusa del Glovo (una sfera drogante legalizzata); queste sono le regole. Nemmeno il sesso convenzionale esiste più, è superato; basta che due persone entrino vestite nelle cabine Orgasmatic e, tempo due secondi (in barba all’eiaculazione precoce), si esce soddisfatti.

Nel mezzo di questo futuro fantascientifico-distopico – un pot-pourri cine-letterario che mette insieme Orwell, Bradbury e 2001: odissea nello spazio – alcuni membri della resistenza trovano la capsula di Miles, ibernato nel 1973 in seguito a un’operazione di routine andata storta. Hanno bisogno di lui per rovesciare il grande leader, de facto un dittatore, di cui – si scoprirà – è rimasto solo il naso. È una corsa contro il tempo: il governo vuole clonarlo.

Miles, eroe per caso come il Fielding di Bananas, ma più audace e sarcastico, porta a termine la missione con l’aiuto di Luna (Diane Keaton), sottoprodotto della società oppressiva prima, quando la incontra per caso, donna dalla mente aperta poi, quando la fa entrare tra le fila dei ribelli.

Nella trama c’è una certa epica; eppure Il dormiglione fa ridere, pure tanto. Questo perché Allen valorizza al massimo i due capisaldi della sua prima filmografia: slapstick e one liner. La comicità fisica è sempre la stessa – nel solco di Buster Keaton, Groucho Marx e Charlie Chaplin – ma accentuata con mimiche facciali e smorfie alla Stanlio e Ollio. Niente dialoghi; in sottofondo solo musichette da cabaret. Vediamo fughe rocambolesche, corse attorno ai tavoli, cadute dalle scale, lotte da tira e molla.

C’è spazio anche per rileggere in chiave futuristica qualche gag classica. Ad esempio, il fuggiasco Miles trova un super-orto da cui prova a rubare una mega-banana. Toglie la mega-buccia – il guardino lo scopre – e ci scivola sopra a ripetizione.

Poi c’è la comicità verbale, che è irriverente, un fiume in piena. I ribelli chiedono a Miles delucidazioni su alcune figure storiche del XX secolo. Charles De Gaulle, spiega, “era un notissimo chef francese”; Nixon, un presidente degli Stati Uniti che, quando usciva dalla Casa Bianca, “i servizi segreti contavano l’argenteria”.

Con Luna, invece, ha i botta e risposta più taglienti.

Credo che ci sia qualcuno lassù che ci osserva dall’altro

dice la ragazza a proposito di Dio.

Purtroppo è il governo

risponde Miles.

A missione conclusa, dopo che si è molto avvicinata a Erno (belloccio leader dei ribelli), Luna esulta perché “ora Erno guiderà la rivoluzione e sarà a capo del nuovo governo”. Un po’ per gelosia, un po’ per lucida analisi sui giochi di potere (in questo Il dormiglione è vicinissimo a Bananas), Miles risponde:

Non lo capisci? Entro sei mesi ruberanno anche il naso di Erno. Le soluzioni politiche non funzionano. Non importa chi comanda: sono tutti tremendi.

Il film si chiude con l’ultima, cinica battuta del protagonista. Se non nella scienza o in Dio, chiede Luna,

a che cosa credi?”. “Nel sesso e nel decesso. Due cose veramente fondamentali nella vita. Ma almeno dopo la morte non hai la nausea”.

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