Il fumetto secondo BAO

di Lucrezia Cirri

Se guardiamo all’evoluzione del fumetto in Italia, dalle strisce del primo Novecento ai giorni nostri, viene facile pensare che qualsiasi tipo di narrazione si possa prestare perfettamente alla gabbia grafica. La letteratura a fumetti, infatti, conta storie di ogni genere: dal western al nero – di cui Tex e Diabolik restano tutt’ora intramontabili capisaldi – passando per l’erotico, il comico e la satira, fino a toccare anche tematiche di importanza politica e sociale.

Quando ho chiesto a Michele Foschini, co-fondatore e direttore editoriale di BAO Publishing, se ci fossero effettivamente storie più adatte di altre ad essere raccontate con le immagini, lui, per fare un esempio, mi ha raccontato di un romanzo di samurai, scritto da un autore nippo-americano, che aveva dovuto tradurre: “Le descrizioni dei duelli di spada erano incredibilmente farraginose e complesse, soprattutto calcolando che si riferivano a scontri che duravano pochi secondi. Il fumetto è perfetto per descrivere tutto ciò che richiederebbe un eccesso di astrazione con la sola parola scritta. In questo modo, trasmette più direttamente le emozioni”, mi ha spiegato. “Questo vale per l’azione, ma anche per veicolare il potere trasformativo delle emozioni: e nel raccontarlo applicato ai personaggi, gli autori trasformano, tramite le emozioni, anche i lettori”.

La casa editrice, fondata nel 2009, è diventata nel tempo un vero e proprio punto di riferimento all’interno della realtà editoriale italiana, classificandosi come leader nelle librerie generaliste, grazie a un catalogo ricco di titoli e autori, sia italiani che stranieri, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella nuova diffusione di cui il fumetto è stato protagonista negli ultimi anni.

Passando attraverso la diretta esperienza di BAO, quindi, ho riflettuto sul fumetto insieme a Michele Foschini.

Se dovessi descrivere Bao Publishing e il suo percorso scegliendo tre pubblicazioni, quali sarebbero?

Tre sono davvero poche, ma se dovessi farlo, spietatamente, direi I Kill Giants (2010), Bone (2011) e Il porto proibito (2015), a tracciare un arco ideale tra le intuizioni degli inizi, le scommesse vinte e, ultima ma non ultima, la fiducia nei confronti degli autori italiani.

Il vostro catalogo conta autori che, ad oggi, sono vere e proprie icone per i lettori – penso a Zerocalcare, Leo Ortolani e Teresa Radice, per esempio – ma è sempre aperto anche a nuove proposte. Sul vostro blog, infatti, spesso avete dato consigli a futuri aspiranti autori, ricordando loro quanto sia importante cercare di fare una buona prima impressione e quanto, ancora di più, lo sia scegliere la giusta casa editrice a cui rivolgersi. Per quanto vi riguarda, cosa vi colpisce di un nuovo autore?

Per noi è più importante che a essere originale sia il modo di raccontare una storia, che non la trama stessa. Ci piace scoprire persone che investono molto di loro stesse nello sviluppo del linguaggio con il quale racconteranno una vicenda. È qualcosa che riguarda sia i temi, che per le parole, ma anche ovviamente i disegni.

La vostra collaborazione con Zerocalcare inizia nel 2012, con la ristampa a colori de La profezia dell’armadillo. Da quel momento non si è mai interrotta, portando l’autore ad avere sempre più gratificazioni – Dimentica il mio nome nel 2015 si aggiudica il secondo posto nella sezione “Giovani” del Premio Strega ed è eletto “Libro dell’anno” da Fahrenheit – e successo. Quanto è stata importante la presenza di questo autore per Bao Publishing?

Zerocalcare è importantissimo per noi, per molti motivi. In primis, è stato l’autore che per primo ci ha fatto capire che potevamo portare al successo un italiano, senza dipendere dall’importazione di titoli blasonati dall’estero. Poi ci ha costretti a crescere alla velocità del suo successo, per non dargli mai motivo di cercarsi un editore più capace e strutturato. E, negli ultimi anni, ha alzato ulteriormente la posta in gioco, prima avventurandosi nel fumetto di realtà con Kobane Calling, che a oggi ha venduto oltre 170.000 copie, e poi trascinandoci son sé nel progetto della serie animata. Quindi è sì il nostro autore più importante, ma prima ancora che una cospicua voce di fatturato è una sfida continua. Per fortuna, con il tempo è anche diventato davvero un caro amico, quindi lavorare con lui non è mai fatica.

Kobane Calling è un esempio perfetto di come le tematiche affrontate dal fumetto siano spesso di valenza politica e sociale. Eppure, da sempre il fumetto è vittima del pregiudizio di essere un’arte minore e spesso viene usato per alludere a un basso livello culturale. Come mai questo accade?

Il fumetto in Italia è diventato rilevante durante gli anni del Boom economico, e spesso era letto da membri della classe operaia, talvolta poco scolarizzati. Basti pensare che Diabolik deve il suo formato pocket all’esigenza di essere letto sui treni delle Ferrovie Nord dai pendolari. L’associazione tra i ceti popolari e il fumetto ha fatto durare nel tempo il luogo comune che fosse intrattenimento per persone semplici. Sia i temi che i modi di narrare sono cambiati, da allora, e poco a poco il linguaggio-fumetto si è affrancato da quella nomea, ma i luoghi comuni sono difficilissimi da sradicare, quindi c’è ancora molto lavoro di sensibilizzazione culturale da fare.

Negli ultimi anni, indubbiamente, l’interesse per fumetto e graphic novel ha avuto un notevole incremento. Come pensi che sia stato possibile questo ampliamento di pubblico?

Trovo che l’incremento sia stato più di reputazione che di vendite, in realtà. È vero che si vende molto più fumetto in libreria di prima, ma il settore delle edicole ha subito una fortissima contrazione, nell’ultimo decennio. Impossibile fare conti precisi, ma non sono certo che il mercato complessivo sia cresciuto. Quel che è certo è che i librai hanno cominciato a crederci perché certi editori (come Coconino, la stessa BAO…) hanno voluto scommetterci, e poco a poco è aumentato lo spazio per il fumetto narrativo tout-court, che non fosse solo escapismo d’avventura. Non saprei dire quanto ancora possa espandersi il mercato, ora, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato il 2020 è che la fame di storie è qualcosa di innato nell’essere umano. Staremo a vedere!

Bao Publishing è una casa editrice che da sempre si racconta molto e mantiene un contatto diretto con i suoi lettori, anche grazie all’uso dei social. Possiamo dire che si sia creata una vera comunità. Quanto è stato – ed è – importante per voi questo dialogo?

È importantissimo, ci nutre. Non abbiamo mai avuto l’intenzione di creare una comunità in senso stretto, ma il fatto che chi ci legge sappia di poterci fare domande, e si senta per questo autorizzato a raccontarci di sé è qualcosa cui non vorremmo mai rinunciare. Forse anche per questo gli account social di BAO sono, da dodici anni, gestiti in prima persona da noi due fondatori.

Lo scorso maggio avete creato una Piccola guida alla lettura digitale dei fumetti, con tavole di Alice Berti e sceneggiatura di Francesco Savino. In questa, la vostra mascotte Cliff dialoga con il Digital Contents Manager, Andrea Petronio, per spiegare ai lettori come orientarsi al meglio all’interno del catalogo digitale di Bao Publishing. Come mai avete sentito la necessità di creare questa piccola guida?

A marzo dell’anno scorso la domanda per le edizioni digitali dei nostri titoli è esorbitata, perché per molti era il solo modo di approvvigionarsi di letture a fumetti. Abbiamo sentito pertanto il bisogno di creare un momento di digital literacy per chi non fosse avvezzo a quella modalità di fruizione, nella quale peraltro abbiamo sempre creduto.

Pensi che, anche dopo l’avvicinamento avvenuto per via del lockdown, pian piano il pubblico possa arrivare a preferire la fruizione digitale di questo medium, rispetto a quella cartacea?

Il rapporto con l’oggetto-libro è intimo, imprescindibile per la maggior parte dei lettori. Credo che, qualunque direzione prenderà l’editoria in futuro, la dismissione del supporto cartaceo sia ancora molto lontana. Per chi legge fumetti poi c’è anche una componente collezionistica, e a volte un pizzico di feticismo. Tuttavia, il nostro mestiere è proporre storie, ed è possibile fare edizioni di qualità anche nel formato digitale, quindi quest’anno sarà interessante capire quanti lettori resteranno, ora che hanno nuovamente la scelta tra tutte le modalità di lettura possibili.

Nel secolo scorso, in Italia erano soprattutto le riviste a dar voce ai grandi nomi del fumetto. Penso a «Linus» o a «Sgt. Kirk», su cui presero vita, per esempio, la Valentina di Guido Crepax o il Corto Maltese di Hugo Pratt: personaggi che hanno segnato sicuramente una generazione. Con il nuovo millennio, invece, il dominio e la diffusione di questo medium sembrano essere passati in mano alle case editrici. A cosa pensi sia dovuto questo cambiamento?

Per prima cosa, è cambiato il canale di distribuzione principale delle opere. Nella seconda metà del Ventesimo secolo il canale privilegiato erano le edicole, ora sono le librerie generaliste. Già dal 1992 le riviste antologiche avevano cominciato a chiudere, ma il mercato librario non era ancora pronto per accogliere opere monografiche degli autori che di solito pubblicavano in quella modalità. Penso, su tutti, a uno dei miei mentori, Sergio Toppi.

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