Ripartire dall’indesiderabile

di Domenico Cerrato


Alcuni mesi fa in un gruppo di Facebook che frequento sono circolati gli screenshot con i nomi di diverse chat di Telegram in cui si praticava la condivisione non consensuale di materiale intimo. Lo scopo di chi aveva pubblicato le immagini era quello di invitare a segnalare in massa e far chiudere le chat, dato che la moderazione della piattaforma si era dimostrata troppo tollerante. Il tono della didascalia che accompagnava gli screenshot, così come quello dei commenti sottostanti, era modulato sul disgusto e l’indignazione, quasi fiaccato dalla repulsione: nessun essere umano decente avrebbe potuto soggiornare per un attimo su quei gruppi, neanche con lo scopo di segnalarli, senza essere assalito dalla ripugnanza. Eppure, una volta giunto anche io nelle famigerate chat con l’intento di segnalarle, ho provato la sensazione conturbante di trovarmi a tutti gli effetti in un sito pornografico, come se i corpi e il sesso presenti in esse fossero prima di tutto corpi e sesso a un grado zero, e per questo eccitanti, e solo dopo venisse la gravità del sopruso, l’assenza del consenso, il crimine. La collisione tra il piano etico, per cui è inaccettabile la condivisione di questo materiale, e quello istintuale, che ne riconosce la sensualità, ha prodotto in me un sentimento di vergogna, dovuto soprattutto al confronto con chi ha incitato alla segnalazione: erano loro a cavalcare la retorica dell’indignazione o io, nonostante stessi facendo la cosa giusta, a non riconoscere e problematizzare un certo grado di oscurità nei miei istinti, nel mio desiderio? Soprattutto: è necessario pacificare il conflitto tra i piani della vergogna, del desiderio, dell’agire etico? Leggendo Ripartire dal desiderio di Elisa Cuter (2020, Minimum Fax) sono rimasto colpito da un passo in cui l’autrice descrive un disagio che mi ha ricordato in qualche modo il mio:

sotto a un montaggio di azioni di twerking contro la polizia durante le azioni dimostrative di Black Lives Matter […] si sono scatenati accesi dibattiti: da un lato femministe che plaudevano l’uso del corpo come mezzo per la rivolta. Dall’altro, altre femministe, indignate perché questo uso del corpo reiterava gli stereotipi esotizzanti, sessisti e razzisti che feticizzano i corpi non bianchi. Io non avevo nessuna posizione politica, ma il video (mi vergogno a dirlo) mi ha eccitato. C’era una giovane donna con l’afro, in sneakers, t-shirt larga e un tanga fluo che, supina, si esibiva in spaccate e si strofinava il pube davanti alla polizia schierata. Sembrava l’inizio di un porno. Immaginavo che dalle volanti scendessero le pattuglie e iniziasse una gang bang.

Poco avanti l’autrice dichiara: “nella mia fantasia mi identificavo con la ragazza: desideravo essere guardata, essere scopata”. A ben vedere Ripartire dal desiderio è un libro che non solo ribalta i motivi più masticati e digeriti dal femminismo mainstream, ma, in nome di un’idea quanto più possibile onesta di desiderio, importuna alcune delle acquisizioni che negli ultimi tempi hanno irrobustito l’immaginario della lotta delle donne – e lo fa con una grazia spietata. Anche se scritto da un’autrice marxista e femminista, il libro non elabora esplicitamente una tesi marxista o femminista: in un certo senso non ne elabora alcuna. Se andasse individuato il bersaglio specifico di Cuter, questo non sarebbe il dominio patriarcale e nemmeno il capitalismo di per sé (a parte la sua manifestazione progressista-promozionale: “vorrei vedere più sangue rosso, più peli nelle pubblicità? No, vorrei vedere meno pubblicità.”), ma la narrazione monodimensionale che infarcisce il sistema imperante e ciò che oggi gli si oppone – insomma, che infarcisce ogni cosa. L’autrice decostruisce e moltiplica le narrazioni che permeano il mondo dell’attivismo e della critica culturale; il capitolo introduttivo, quello in cui Cuter analizza la storia televisiva di Ambra Angiolini e Gianni Boncompagni in onda su Non è la rai – lei marionetta, lui marionettista – invertendo i ruoli di potere tra i due ma senza sovrascriverli ai precedenti, è programmatico:

Sono storie che coesistono sincronicamente e diacronicamente, tutte nella superficie di quello che abbiamo sempre davanti agli occhi, senza che si dia un fenomeno originario, un qualche complotto o una decisione primigenia.

La realtà di Ripartire dal desiderio, filtrata dal “ragionamento paradigmatico” che visualizza il reale mediante sovrapposizioni senza ricorrere a una direzione argomentativa (“nessuna induzione né deduzione. Nessun passaggio dall’universale al singolare né viceversa. Nessun rapporto di causa o effetto”), non è per questo una realtà pacificata. Il concetto di responsabilità non è annullato in nome di un principio per cui si è tutti carnefici e tutti vittime; tuttavia, ognuno ospita, intrecciando le proprie storie con quelle degli altri, un grado diverso di carnefice e vittima insieme, di desiderante e desiderato, di maschile e femminile alla maniera in cui li intende Andrea Long Chu nel provocatorio Femmine, a cui Cuter si rifà esplicitamente: non le componenti di un binarismo biologico o sociale, ma rispettivamente i ruoli di soggetto e oggetto con cui ci si interfaccia al desiderio. Individuare la responsabilità è un atto politico, ma lo scopo dell’autrice, prima ancora di rintracciare colpe, è comprendere le dinamiche e gli intrecci profondi che soggiacciono oggi alle questioni di genere, spesso non sondate a sufficienza da narrazioni a fin di bene ma che l’autrice definisce, per il loro manicheismo, “essenzialiste”.

Il ribaltamento dei tòpoi della narrazione femminista (rappresentare l’oppressione della donna, credere alla vittima, creare uno spazio sicuro), istanze sacrosante ma spesso consumate fino a diventare dei mantra-meme nella riproduzione illimitata dei social network, è operato da Cuter in modo severo e minuzioso. Un esempio emblematico è il giudizio sulla serie tv distopica The Handmaid’s Tale, una di quelle che ha contribuito di più all’immaginario dell’attivismo post-#metoo: la trasposizione del libro di Margaret Atwood, rappresentando nei minimi particolari la schiavizzazione e la brutalizzazione delle donne, per Cuter non farebbe che innescare, attraverso una forte presa morale, un meccanismo masochistico nelle fruitrici, alle quali non rimarrebbe che “una (piccola) consolazione, il dirsi: almeno questi soprusi mi vengano riconosciuti”. Ma l’autrice produce l’effetto più sconcertante anatomizzando le sue esperienze personali più intime. In un passo racconta il paradosso di essere stata molestata da piccola, creduta immediatamente dai suoi genitori, essersi sentita dire che la colpa dell’accaduto non era sua – impeccabilmente, secondo le prescrizioni della sensibilità femminista – ma non per questo di aver vissuto in modo meno traumatico la reazione dei genitori:

il fatto è che io non mi sentivo affatto in colpa. Mi sentivo incredula, indignata, delusa, ferita ma non in colpa. Quindi non era assolutamente questa la rassicurazione che speravo di ascoltare. […] Se qualcuno ti raccomanda di non sentirti in colpa, è naturale inferire che senso di colpa e vergogna siano i sentimenti che dovresti provare. Oltretutto, fui io a dover rassicurare lei: no mamma non mi sento sporca, so che non è stata colpa mia. Non preoccuparti di questo, io sto bene.

L’autrice era stata molestata da un amico di famiglia e la sofferenza maggiore era dovuta al fatto che i genitori avessero scelto di allontanarsi dall’abusatore senza affrontare la situazione di petto, con le sue criticità e le sue ferite. Ma il dubbio maggiore che la assale riguarda proprio la retorica della cosa giusta da fare, che può rivelarsi uno scudo troppo precoce al trauma, al conflitto e alla loro eventuale risoluzione, tamponandoli prima ancora che possano maturare e indirizzando in maniera precostituita la loro gestione:

Perché hanno ritenuto sufficiente la mia versione, senza mai confrontarsi con questa persona? Perché non hanno indagato oltre? Perché non hanno parlato, anche solo per insultarlo, per prendersela con lui, per fargli sapere che sapevano? Mi hanno creduto perché la cosa in qualche modo non li sorprendeva così tanto? Avevano già dei motivi per dubitare di questa persona? E se sì, perché io non ero a conoscenza dei loro sospetti, e perché non ero stata protetta a priori? Se non era questo il caso (come tendo a credere), e il loro sgomento era davvero pari al mio, credere a me, tredicenne, è coinciso con il darmi il ruolo che per loro incompetenza e insicurezza avevano sempre cercato di affidarmi: quello dell’adulto.

La vicenda di Cuter è delicata e personale, ma descrive qualcosa di più generale: l’impellenza di creare a tutti i costi una narrazione che rappresenti l’oppressione, prendendo posizione e facendo in questo modo la cosa giusta, è pandemica nell’attivismo odierno, specie su internet, e produce effetti ambivalenti, involontari, a volte grossolani. È il caso di un post di qualche mese fa molto virale su Facebook relativo alla vicenda della maestra di Torino licenziata dopo che alcuni suoi video intimi erano stati fatti circolare in alcuni gruppi di messaggistica senza il suo consenso dal compagno. Il post proponeva un’analisi stigmatizzante delle “chat di calcetto”, comitive online cui gli uomini manifestano la versione digitale di un comportamento “da spogliatoio”: linguaggio scurrile, degradazione della donna, condivisione di materiale pornografico e talvolta intimo e non consensuale in cui figurano le proprie partner. Al centro della riflessione c’è il “desiderio maschile, che non è educato, non è consapevole, è grezzo e resta tale, e non prende in considerazione l’Altro se non come oggetto passivo”: le fantasie maschili sono tratteggiate come cieche, oggettivanti, feticistiche, vagheggianti grossi seni e corpi senza volto. Nel leggerlo ho avuto l’impressione che a un certo punto l’intento di condanna del “revenge porn” fosse sfuggito di mano e che a un approccio denotativo ne fosse subentrato uno connotativo, per accumulo di suggestioni vaghe e raccapriccianti: caricare il desiderio degli uomini, e solo di questi ultimi, di attributi brutali, e solo di questi, significa affermare moralisticamente che il desiderio non può essere mai, per nessuno, grezzo e feticistico per essere tale.

La stessa urgenza di dire la cosa giusta l’ho ritrovata nel video di una nota attivista su Instagram, la quale, nella premessa alla trattazione del tema delle molestie causate dalle “dick pic”, affermava che, quando c’è consenso, il sexting è meraviglioso: “si condividono cazzi… fiche… culi, bellissimo… tette, di tutto, veramente, stupendo, è bellissimo”. Nell’accumulo ansioso di genitali e caratteri sessuali non ho percepito solo il tentativo di includere tutti gli orientamenti e le identità, ma anche quello un po’ impacciato di fare una lista di ogni immaginario sessuale possibile, privando l’esperienza sessuale di zona d’ombra sotto una luce didascalica, tenendo così da una parte la cosa giusta, catalogabile e catalogata, dall’altra l’oscurità dei membri inviati a tradimento, e in mezzo il nulla. Mi sembra di capire che invece sia proprio quel mezzo, secondo Cuter, la sede più appropriata del desiderio, che è un motore incatalogabile e irrisolto e che, se ascoltato, garantisce una tensione e una pienezza indomesticabili. La ricerca di una divisione manichea e normativa dell’erotismo in lecito e illecito rispecchia il paradosso di una sessualità che, se vissuta con consenso, è meravigliosa, se privata di questo, traumatica e dolorosa. Questa singolarità è infatti rifiutata dall’autrice, per la quale il sesso (consensuale) di base non è necessariamente lo spazio del confortevole, ma quello dell’imbarazzante, dello scomodo, persino dello spiacevole.

Accogliere la possibilità di desiderare l’indesiderabile; non cancellare il conflitto, ma accettarlo, affidandosi alle potenzialità della fiducia e del rischio: si tratta di una posizione forte, specie se proposta agli attivisti millennial che si battono per una regolamentazione cristallina del consenso, dei diritti, dell’identità sessuale, rivendicazioni molto condivisibili ma scaturite da un atteggiamento di fondo con cui Cuter entra in disaccordo. In un passo del libro l’autrice racconta di un gruppo di giovani universitari che hanno partecipato a un progetto autogestito di educazione sessuale a cui è seguita la realizzazione di un film contenente “scene esplicite”. Cuter, che si trova con loro per moderare la presentazione del film a un evento, matura con delusione la consapevolezza che il bisogno di sicurezza dei ragazzi non è che il riflesso della brama di riconoscimento e approvazione:

«Tutti ci chiedono se abbiamo scopato durante la lavorazione, e la risposta è no!», annunciano trionfanti i ragazzi. «La cosa più bella per noi è stata creare un gruppo così unito, sentirci accettati così come siamo. Una volta, tornati a casa dalle riprese, abbiamo fatto il bagno insieme, ma non era niente di sessuale, era una cosa perfettamente innocente!» Sono basita: mi delude che dei ragazzi che si occupano di un progetto di educazione sessuale siano così orgogliosi di non aver fatto sesso fuori dal set. Due cose sono sempre più chiare nella mia testa: la prima è che il loro problema non è l’altro, e quindi il desiderio, ma la loro identità. Accettare il proprio corpo, il proprio orientamento sessuale, ricevere approvazione e tolleranza dall’ambiente che li circonda sono i temi che sentono più urgenti. I loro problemi riguardano la difficoltà a guardarsi allo specchio, l’insicurezza nel farsi le foto da mandare durante il sexting o per le dating app, i coming out in famiglia, a scuola o con gli amici. Una questione di immagine, di autorappresentazione, che sentono bruciante e profonda.

La conversione dello spazio sessuale in un luogo pacificato contraddistinto dall’agio, dalla sicurezza emotiva e dalla bellezza riguarda una tensione che travalica l’educazione sessuale e arriva al mondo del cinema hard. L’attitudine dei giovani attori di cui scrive Cuter ricorda in particolar modo lo spirito del progetto di Erika Lust, regista di porno femminista il cui erotismo patinato e dalla fotografia ricercata non convince un filone di critica che ne problematizza le ambizioni e ne mette in dubbio la resa pienamente erotica. All’ispirazione safe-space ed etica del porno di Lust corrispondono, sia sul portale ufficiale che nei post Instagram dei suoi performer, foto luminose e pulitissime corredate da didascalie ricche di tag sull’empowerment, sulla sicurezza e l’autodeterminazione, dando l’impressione che partecipare a un film pornografico sia più un esercizio di libertà e autostima che qualcosa legato al piacere di fare sesso o al fruire della sua visione.

Ad ogni modo, bisogna sottolineare come il disappunto di Cuter verso i più giovani si esprima in una critica dura ma mai bullesca: l’autrice scava nelle radici della loro fragilità, ne ipotizza le sfaccettature e le cause, che rintraccia principalmente in una società individualistica e neoliberale. Si tratta di un equilibrio raro, specie se si tengono in considerazione altri autori che si sono cimentati nella stessa operazione. Si pensi al ritratto isterico che fa dei millennials Bret Easton Ellis in Bianco, che oltre all’approccio autobiografico condivide con il libro di Cuter diversi temi (il rapporto tra desiderio e immaginario cinematografico, la critica alla sensibilità dei giovani) ma non il respiro. Ellis è sprovvisto di una solida tradizione politica alle spalle e il suo saggio personale diventa in più punti il lamento rancoroso di un boomer eccentrico, smanioso di giudicare più che di capire, contro l’inettitudine dei giovani; Cuter invece è in possesso di questa tradizione e ciò è evidente di continuo nella lettura, ma le sue convinzioni ideologiche non sono il punto di arrivo del discorso, quanto piuttosto una base a cui ritornare dopo aver smantellato le rivendicazioni dell’attivismo ritenute problematiche o equivoche.

La spirito marxista del libro non prevarica ma coesiste con altre visioni parallele del reale (tra cui una psicanalitica-lacaniana): non a caso due dei saggi che hanno concorso di più alla realizzazione di Ripartire dal desiderio non ne condividono esplicitamente i presupposti politici. Il primo è Critica della vittima di Daniele Giglioli, che è un severo smantellamento del ruolo della vittima come paradigma centrale del nostro tempo in favore di un approccio più risolutamente rivolto al futuro. Giglioli opera insieme una riflessione teorica e una lettura ravvicinata del modello vittimale, dipingendone un ritratto multiforme e trasversale; Cuter, incorporando il saggio in un capitolo dal titolo omonimo del proprio libro, dà corpo a questo paradigma applicando i suoi presupposti alla critica (della critica) femminista. L’altro è Io e Clarissa Dalloway, la nuova educazione sentimentale per uomini scritta da Francesco Pacifico su intercessione di Virginia Woolf. Questo libro, il cui sviluppo è stato cronologicamente parallelo a quello di Ripartire dal desiderio, pur tracciando un’altra strada nella misura in cui quelle del maschile e del femminile divergono, ne è una versione speculare. L’autore decostruisce la posa del softboi, l’uomo sensibile che ragiona sui massimi sistemi e sottovaluta stoltamente l’ispirazione che potrebbe trarre dalla filosofia pratica e zen di una donna come Clarissa Dalloway. Cuter fa in sostanza lo stesso con la parabola della vittima femminile o femminilizzata, talvolta messa a profitto o inconsapevolmente alimentatrice di un sistema economico di sfruttamento (quello capitalista), ma soprattutto ignara del valore sovvertitore del desiderio, storicamente concesso soltanto agli uomini: entrambi i saggi sono, rispettivamente da parte maschile e femminile, diseducazioni allo storytelling dei nostri giorni, che questo si declini in chiave esistenziale, come strumento ordinatore che dà senso alle nostre vite, o pubblicitaria, come mezzo per promuovere candidature politiche e sponsorizzare vibratori su Instagram.

Più di una volta, mentre leggevo Ripartire dal desiderio approvandone le disamine, ho provato la disorientante sensazione di trovarmi dalla parte dei cattivi, non per un senso di colpa dovuto al privilegio, quanto per l’evidenza di non essere io il diretto destinatario delle valutazioni dell’autrice. Mi riconosco nella categoria del maschio bianco eterosessuale, un’espressione che, moltiplicando paradigmaticamente i piani, è efficace nel denotare l’individuo medio su cui sono modellati l’immaginario e l’attenzione della società occidentale, ma spesso anche parte integrante delle narrazioni assuefacenti e normative che sviscera Cuter. La narrazione “essenzialista” e vittimale che critica l’autrice non è quella del maschio-bianco-etero-cis (sebbene, come argomentato nel libro, anche quest’ultimo stia andando nella stessa direzione nella misura in cui la sua figura viene femminilizzata – si pensi al fenomeno incel), tuttavia è soprattutto, innegabilmente, una strategia di tutela e salvaguardia utilizzata dalle donne e dalle minoranze oppresse per difendersi e tentare di prosperare nel mondo in cui viviamo: secondo alcuni l’unica concessa.

A tal proposito è bene rimarcare l’importanza che riveste la soggettività in un’operazione come Ripartire dal desiderio. È fondamentale che la decostruzione della retorica mainstream arrivi da una donna e che alla sua base ci sia un orizzonte politico ben radicato, non per chissà quali ragioni ideologiche, quanto per l’efficacia di un punto di vista interno alla questione femminile: l’insofferenza verso narrazioni ritenute semplificanti non è manifestata da un autore maschio a cui manca il terreno sotto i piedi perché spodestato dal centro dell’attenzione, ma da un’autrice che, per parlare di desiderio, espone le sue debolezze e alla fine si dichiara “terrorizzata” perché conscia della criticità delle proprie acquisizioni di fronte alla fragilità della lotta femminista. In questo senso la scelta del saggio personale è la più appropriata per una dissertazione che fa della soggettività il punto di partenza da cui sondare il conflitto e la natura ineffabile insiti nel desiderio – e persino coraggiosa, perché rifiuta i filtri della fiction e della trattazione impersonale.

Ho discusso del libro con le persone dagli orientamenti più svariati, dai sostenitori del femminismo a slogan ai revisionisti della lotta armata, e ho trovato sorprendentemente più opposizione nel secondo polo che nel primo: il problema starebbe nel fatto che il libro si inserisce in un dibattito puramente testuale, senza occuparsi della concretezza della marginalità e della subalternità economica. La mia impressione è che con Ripartire dal desiderio l’autrice voglia resettare alcuni canoni di discorsività del dibattito femminista, aprendosi alla possibilità dell’azzardo e della scommessa in un contesto delicato in cui termini come trigger e survivor contribuiscono a una definizione identitaria; e, del resto, non si tratta di un libro che si occupa di marginalità e di oppressione proprio nella misura in cui Cuter si dichiara comunista e non intende prospettarci una soluzione comunista. È chiaro soprattutto alla fine del libro, quando, contravvenendo al principio di intersezionalità che informa molto del dibattito contemporaneo, l’autrice arriva a sdoppiare il proprio punto di vista in due distinti che non si sovrappongono: nella sé comunista, che – ironia – proprio come le attiviste mainstream si esprime con uno slogan, e nella sé donna, che invece non ha risposte:

ma allora cosa vuoi? Saprei rispondere senza troppe esitazioni in quanto comunista, e lo farei con l’ennesimo slogan da attaccare al cruscotto: il posto di una donna non è in cucina, non è in fabbrica, non è in azienda, non è in un film di Hollywood… è nella rivoluzione. Con la doverosa specificazione che questo vale a mio avviso non solo per le donne, ma per le persone in generale. È proprio in quanto donna, invece, che non saprei rispondere.

Le soluzioni che si prospetterebbero implicitamente sono due: abbandonare il genere femminile per trasfigurarsi nell’a-generico individuo rivoluzionario o perseverare nell’insoluta strada della duplicità. Io, che non condivido lo stesso orizzonte politico di Cuter e che ho il costante timore di appropriarmi del suo discorso per la mia personale insofferenza verso lo storytelling, preferisco – come, credo, anche l’autrice – la seconda strada, che nella sua apertura, nel suo conflitto e nella sua impossibilità di arrivare a un’acquisizione definitiva, condivide il respiro della letteratura.

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