Suoni dalla provincia

Di Giulio Pecci

La Gran Bretagna non ha nulla di grande. L’album di debutto di Slowthai, il cui vero nome è Tyron Kaymone Frampton, si chiama proprio così: “Nothing Great About Britain”. In copertina il rapper ventiquattrenne è nudo sopra un piedistallo, la testa e le braccia incastrate in una gogna medievale. Dietro di lui si staglia il complesso di case popolari in cui è cresciuto, a Northampton, più di cento chilometri a sud di Londra; ai balconi del palazzo due “union jack” e una manciata di persone appoggiata alle ringhiere. Ai piedi di Slowthai, che sorride in modo maniacale, qualcuno ha accartocciato qualche lattina di birra, dietro di lui un bambino gioca sull’erba accanto a un carrello della spesa rovesciato.

“Nothing Great About Britain” vuole dar voce alla provincia inglese, quella che ha votato sì al referendum per la Brexit, che ha trovato la sua ragione di essere nella storia grazie al movimento e al lavoro operaio. Ma quel che fa Slowthai non è unirsi alla narrazione maggioritaria a cui potrebbe appartenere: decide piuttosto di diventare una specie di specchio deformante, di creare un immaginario ai limiti del grottesco, disturbante al punto tale che rimanergli indifferente è difficile anche per chi non vive nel Regno Unito.

All’Inghilterra in questi anni non sono mancati rapper dalla spiccata attitudine alla denuncia (non solo al racconto) sociale. L’intero unico disco ufficiale di Skinnyman, “Council Estate Of Mind” (2004)  è un cult dedicato alla vita nelle case popolari, un racconto intricato ed eseguito in modo meraviglioso al di sopra di basi old-school, piene di campioni funk e batterie in stile boombox; un concept sostenuto dall’uso esteso di campioni di un film televisivo degli anni ‘80 con Tim Roth, “Made In Britain”. Nel 2004 debutta sulla lunga distanza Wiley con “Treddin On Thin Ice”, la figura più influente di quella rivoluzione chiamata “grime”, questa sì “fatta in Gran Bretagna”: una fotografia della vita in periferia che non risparmia bordate attraverso testi e basi musicali al vetriolo. Il padrino del grime veniva anticipato di un anno nel debutto dal suo protetto, Dizze Rascal, che nel 2003 pubblica un’altra pietra miliare, “Boy In Da Corner”. Disco e autore sono per altro citati da Slowthai tramite un gioco di parole nel brano omonimo del disco – “I ain’t Dizzee, I’m just a boy in a corner”- e il suono generale del lavoro è sicuramente debitore del suo predecessore.  Questi tre dischi (risalenti ad ormai più di dieci anni fa) hanno tutti qualcosa in comune, nonostante le numerose differenze: sono tutti Londra-centrici, così come la maggior parte dei loro successori più pop, i vari Skepta, Stormzy, Loyle Carner.

Quanto Londra sia un universo a parte rispetto al resto della Gran Bretagna è chiaro a tutti. Il resto del mondo ne ha preso coscienza con la violenza di una secchiata d’acqua fredda grazie ai risultati della Brexit che hanno mostrato l’incredibile distanza tra Londra e il resto del paese. Non è quindi un caso che l’ultimo romanzo di un attento narratore di quel mondo alternativo alla capitale come Anthony Cartwright si chiami Il Taglio: nel libro l’incontro tra i due protagonisti principali, una trentenne londinese regista di documentari ed un ex pugile di mezza età nato e cresciuto a Dudley (nelle Midlands occidentali) è effettivamente l’emblema tra lo scontro di due mondi che non si capiscono e che, pur desiderandolo, non riescono a risolvere in tempo le proprie profonde differenze. Intervistato da Shendi Veli per il Tascabile, Cartwright ha parlato di una società inglese dai “mille tagli”: conflitti sociali di cui la Brexit è solo l’estrema e più rumorosa conseguenza; tra gli altri la rivolta urbana di Londra del 2010, in qualche modo la catarsi delle tensioni sociali raccontate dai tre dischi di cui si parlava nel paragrafo precedente.

Slowthai per ora non ha dimostrato lo stesso approccio lirico dei suoi predecessori, è molto meno verboso, più dedito a tracciare immagini forti, senza delinearne i contorni. La minore verbosità non è sinonimo di minor talento o efficacia nella scrittura. “Sorseggiamo da una tazza di the mentre stiamo sputando”; “C’è stato un tempo in cui andavo in chiesa: sparavo ai piccioni sul tetto con un fucile ad aria compressa”; “Sono cresciuto a Small Heat come Tommy Shelby” [il protagonista della serie tv Peaky Blinders]: sono solo alcune delle immagini (traducibili senza perdere in significato) tanto semplici quanto perfette nel loro intento comunicativo.

C’è poi la scommessa, vinta, del riferirsi alla Regina Elisabetta come “a cunt” (una stronza, o peggio) dal momento che il rapper non si sente di rispettarla fin quando non verrà rispettato allo stesso modo: una legge universale della vita di strada. In un’intervista al The Guardian ha affermato anche che l’unica regina che riconosce è sua madre e il rapporto con la figura materna ritorna spesso nel disco, trovando il suo picco nella traccia di chiusura “Northampton’s Child”. Nel brano, strettamente autobiografico, Slowthai ripercorre la sua difficile infanzia da figlio di genitori di razza mista, una madre delle Barbados adolescente e un padre irlandese che scompare dalla vita dei quattro figli quando lui ha tre anni. Tutto il brano è una commovente ode alla figura materna, ai sacrifici fatti e alla forza dimostrata attraverso le innumerevoli difficoltà: dagli abusi subiti da uno zio ad un fratello dipendente dal crack, fino alla tragica morte a solo un anno di vita di un figlio nato con la distrofia muscolare, il fratello minore di Slowthai. La morte del fratellino è anche l’origin story dietro il nome d’arte scelto da Frampton (un’elaborazione morfologica del suo nickname originario, lento-Ty: Slow Ty) , che fu traumatizzato dalla tragedia al punto da sviluppare un disturbo del linguaggio che ne causò una parlata molto lenta. Disturbo poi superato ma che oggi si riverbera nel suo flow che sempre al limite del beat, si trascina da una strofa all’altra in un modo che appare quasi casuale e sciatto, ma che rivela in realtà una grande abilità tecnica.

L’oscillazione tra liriche crude e momenti di dolcezza e onestà si sposa bene con le sonorità del disco, dominate da grime e uk rap, con echi che spesso provengono da oltreoceano. I bassi quadrati tipici del grime e le batterie in stile 2step di derivazione Jungle e UK Garage perdono un po’ di quella brillantezza e “pericolosità” originarie; nelle parole di Valerio Mattioli: “140 BPM diventavano l’ossatura di un suono nervoso, aggressivo, prossimo alle movenze tutte scatti di una gang di karateki psicopatici […] Quel suono Wiley lo immortala in una leggendaria traccia uscita nel luglio 2002: “Eskimo”. Fredda e tutta angoli acuti, minimale al limite della più spartana essenzialità,  è nulla più che una scheletrica architettura che pare concepita in un videogioco andato in crash e ambientato tra i ghiacci di un improbabile Oriente techno-medievale spazzato dal blizzard”.

Quel tipo di pericolosa desolazione sonora perde qui i suoi spigoli più aspri,  tramutandosi in basi che in alcuni casi più che il grime originale ricordano i tentativi di emulazione del grime a là Drake. Ascoltare Wiley è come stare sul ciglio di un burrone scivolando continuamente verso il precipizio, combattendo costantemente con le vertigini in un costante rush adrenalinico, qui invece rimaniamo sul ciglio ma troviamo un equilibrio che ci permette di guardare fisso in fondo senza sbandare; in altre parole la frenesia è sostituita da una sorta di riflessività che attinge in qualche modo a quella sensibilità dark tipicamente inglese, quasi post-punk, che parte dai Joy Division e oggi vive nei lavori dei The XX, di James Blake e in qualcosa del repertorio di King Krule.

La maggior parte del pubblico inglese è stato conquistato da questa unione di orizzonti sonori, vista come un riuscito tentativo di rinnovare uno dei generi più amati ed esportati degli ultimi anni; allo stesso modo il “nuovo” suono è più comprensibile ed accessibile anche ad un pubblico Europeo ed Americano, che vi trova sonorità interessanti, accessibili ma inedite, spogliate della loro parte più estrema ed incomprensibile.

Il centro della narrazione di Slowthai è quell’estetica cruda e volutamente disturbante, con sprazzi di poesia urbana, immersa nell’immaginario della provincia anche nei video fin qui rilasciati. Il personaggio e la musica di Slowthai esercitano lo stesso fascino di un incidente in autostrada, dove le macchine rallentano per sporgersi a guardare dal finestrino con quella curiosità morbosa del “dopo”. Slowthai mostra le viscere del dopo Brexit, spiegandone allo stesso tempo le origini e indicando un possibile futuro, fatto inevitabilmente di lotta di classe, un tabù sottocutaneo che in Inghilterra emerge spesso sotto forma di manifestazioni collaterali ma cicliche – come le epidemie di accoltellamenti, l’incredibile aumento del consumo di cocaina da parte della “working class” o una rivolta come quella del 2010.  Slowthai riesce ad arrivare ad un pubblico internazionale nonostante il punto di partenza specifico (sia geograficamente che socialmente) e tematiche tutto fuorché mainstream anche grazie all’uso intelligente di riferimenti a quella fetta di cultura pop inglese “ribelle” che è diventata riconoscibile in tutto il mondo. Ad esempio ci sono i film citati nei testi o nei video, Trainspotting e Arancia Meccanica su tutti, ma anche rimandi alla cultura punk e Oi. In qualche modo sembra riunire, visivamente e musicalmente, l’attitudine più incendiaria e allo stesso tempo pop del punk anni settanta e dell’hardcore continuum inglese, unendo alle due un moderno gusto musicale ed estetico assimilabile alla trap di un certo tipo. Allo stesso tempo poi la narrazione rimane in qualche modo di carattere molto personale: tra ex ragazze pazze e bravate tra amici riusciamo a trovare una sorta di affinità che ci fa immergere ulteriormente nel quadro che abbiamo di fronte.

Questo ruolo piromane del rap che una volta era caratteristico delle periferie delle grandi città ora sembra essere passato alla provincia: il rap italiano ad esempio è stato fortemente scosso dal debutto di Massimo Pericolo e Speranza. Il primo è un classe ’92 come Slowthai, viene dalla provincia di Varese, ha alle spalle una storia famigliare complessa, un arresto (con reclusione) per spaccio e non ha mai nascosto la sua battaglia contro la depressione. Tutti temi che si trovano sparsi a profusione nei suoi testi, uniti a una costante denuncia della lontananza delle istituzioni: il video del brano che lo ha portato alla ribalta, “7 Miliardi”, si apre con lui che brucia la sua tessera elettorale. Speranza è un rapper casertano dalle origini francesi, algerine e gitane: lo stile aggressivo e incendiario dei suoi pezzi (cantati in dialetto campano e francese) è accompagnato da un’immagine pubblica di grande lucidità e proprietà di linguaggio, che ad oggi ha trovato la sua massima espressione durante la sua esibizione al Mi Ami festival di Milano, quando durante il suo concerto ha esibito sul palco le bandiere della Palestina, della popolazione Rom e Sinti, del Kosovo e dei Berberi. Due artisti che sono appena agli inizi e non sono supportati dalla stessa attenzione critica dei media britannici verso fenomeni come quello del rapper di Northampton ma che indicano come oggi le province tendano a sostituire in questo tipo di narrazione delle periferie incattivite verso tutti, in primis se stesse, spesso narcotizzate da fenomeni di imponente gentrificazione.

“Immaginava fosse per questo che aveva chiamato Grace […] era successo qualcosa quando avevano parlato al mercato, gli era venuta voglia di dire qualcosa a proposito delle sensazioni che aveva sul suo mondo, un mondo che stava per essere reso invisibile, ammutolito, e sulla sua volontà di contrastare tutto questo” parla così a se stesso Cairo, protagonista de “Il Taglio”, poco dopo aver incontrato la londinese Grace, a qualche settimana dal referendum: “Bisognava combattere per difendere il proprio angolo. Era una cosa che Alan e gli altri non capivano, neanche Tony. Ignoravano la realtà e poi provavano una sensazione di rabbia. Intendiamoci, di rabbia ne provava anche lui.” Un mondo che si sente minacciato e a rischio scomparsa, una sensazione di rabbia innata, che viene spesso indirizzata verso i destinatari sbagliati. Slowthai ci racconta tutto questo: a volte quel suo specchio si rivela essere in realtà una normalissima superficie riflettente. Non c’è bisogno di modificare una realtà che deforme lo è di suo, basta restituirne le sembianze per mettere in mostra i suoi tratti più grotteschi, cercando di arrivare al cuore delle persone tramite l’unica cosa che sembra contare veramente oggi piú che mai: la propria immagine.

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