Fragilità black

Di Giulio Pecci

La Odd Future, il collettivo capitanato da Tyler, the Creator, è stato per l’hip-hop quello che la televisione a colori è stata per l’intrattenimento, la minigonna per l’abbigliamento femminile, le chitarre elettriche di Leo Fender per la musica: una rivoluzione policroma che ha donato nuovo immaginario estetico al proprio mondo.

Un universo formatosi in California, nell’era dei social network, e che da lì ha tratto tante delle sue caratteristiche – a partire dall’attitudine ironica e dissacrante, ai limiti del non-sense:  unione tra un’alternative rap che raramente si prendeva sul serio ed una grande abilità di branding, tra un’etica molto punk nel DIY (“do it yourself”) e lo-fi ad una cura e ricerca ossessiva della propria, originalissima, estetica.

Earl Sweatshirt, Frank Ocean, The Internet e lo stesso Tyler sono i nomi più influenti e di successo usciti da quell’esperienza ormai apparentemente conclusa: senza la Odd Future oggi non avremmo molti degli artisti più interessanti del panorama della black music (e non solo) contemporanea.

Attorno al collettivo si sono mosse anche figure meno note ma altrettanto fondamentali: tra questi Matt Martians, produttore, cantante, illustratore, già membro dei The Internet e fresco di rilascio del suo secondo album, The Last Party.

 

 

Il disco, così come il suo predecessore The Drum Chord Theory, unisce un gusto indie e lo-fi (soprattutto nei suoni delle batterie e delle chitarre) ad orchestrazioni di voci e strumenti molto più vicine al soul, il funk e l’R&B classici; un gusto già presente nella maggior parte della produzione degli artisti svezzatisi nella Odd Future ma qui reso forse all’estremo. Il risultato è un pop ibrido figlioccio dell’hip-hop, che fonde il lo-fi spensierato del primo Mac De Marco (per altro accreditato come collaboratore) al coinvolgente nu-soul di D’Angelo in modo coerente e divertente, senza lasciarsi schiacciare dall’apperente assurdità di un’operazione del genere: un suono che è evoluzione e unione musicale dell’indie e del contemporary R&B più scanzonati e che finisce per incarnare l’evoluzione sociale dell’immaginario “black” americano.

Qualche anno fa un giovane Donald Glover (Childish Gambino) durante una delle sue routine di stand-up Comedy si descriveva come un «nerd nero, una roba illegale fino al 2003». La battuta proseguiva nello smontare il preconcetto sui giovani afroamericani, descrivendo come i suoi compagni di classe lo considerassero esperto di rap e sneakers per natura, mentre lui al tempo preferiva l’indie dei Cranberries.

La data da lui indicata ironicamente, il 2003, è forse errata. Se dovessimo individuare l’anno in cui essere dei “nerd neri”  ha cominciato a smettere di essere “illegale”, per lo meno nel mondo musicale, allora potremmo indicare il 2007, proprio l’anno in cui la Odd Future è nata a Los Angeles. In un’intervista per il Guardian del 2011 Glover si identificava molto con la figura di Tyler, the Creator, affermando che «a lungo la musica è stata bianca o nera, ma ora c’è gente come Tyler, the Creator che riesce a raggiungere il successo. Come me, è un ragazzo nero di classe media vestito come uno dei Good Charlotte e la gente lo chiama frocio.»

La condizione dei giovani ragazzi e ragazze neri figli della classe media americana è stata dettagliatamente affrontata  in Negroland, saggio/memoir dall’ex critica teatrale del New York Times Margot Jefferson. Il disagio derivato dall’impossibilità di aderire completamente sia alla comunità bianca dominante in quel mondo sia allo stereotipo del nero americano “da ghetto” è un tema illustrato in modo chiaro e raffinato nelle prime pagine del libro della Jefferson; un discorso ancora valido nonostante l’autrice sia cresciuta in un diverso periodo storico.

Margot Jefferson chiama Negroland” quella «piccola regione dell’America Negra i cui abitanti erano protetti da un certo grado di benessere e privilegi»; una condizione esistenziale a cavallo tra due mondi che attirava l’astio sia dei bianchi di pari o superiore livello sociale che dei neri appartenenti ad una classe sociale inferiore – la maggior parte. È interessante che Jefferson sottolinei già nelle prime righe come la spaccatura che vivono gli abitanti di Negroland avvenga per colpa delle «cose sbagliate» messe in mostra dalla comunità afroamericana, ovvero gli stereotipi ad essa associata: i modi sfrontati e appariscenti, il talento per lo sport e soprattutto quello per la musica e per il ballo. La repressione di questi tratti razziali attribuiti dai bianchi ai neri era affiancata dall’impossibilità di «un’esibizione troppo spavalda del loro genere di successi, privilegi e benessere» ovvero quegli attributi che i bianchi consideravano propri. Da ciò una nevrosi insita a questo specifico gruppo sociale di colore che faceva in modo che «davanti ai bianchi non dovevi mai comportarti in maniera indecorosa, ma neppure esuberante». Grazie a un facile gioco di specchi si può immaginare che quelle idiosincrasie, abitudini e privilegi che provenivano dall’appartenere a una classe sociale a predominanza bianca, dovessero essere represse nel confronto con la maggioranza della popolazione afroamericana. Donald Glover ha dedicato a questo tema gran parte della sua carriera da musicista e sceneggiatore (in particolare nella sua premiata serie tv Atlanta).  

 

La musica di Matt Martians e della Odd Future è riuscita fin dagli inizi a liberarsi con coraggio di quella nevrosi originaria, unendo liberamente elementi musicali ed estetici che appartengono tanto alla cultura hip-hop dominante quanto a quella indie “bianca”, compresa la leggendaria skate culture californiana: Tyler, the Creator ha giocato un ruolo fondamentale nella diffusione del brand newyorkese Supreme, passato in pochi anni da mito underground per gli skater a fatturati milionari e collaborazioni con brand di haute couture.

Nonostante un comune percorso artistico e un’assunzione alla notorietà condivisa (seppur non in parti uguali) la qualità migliore del collettivo era forse l’eterogeneità dei suoi componenti, ognuno con le proprie inclinazioni e manie. Diversità che hanno finito per far percepire come castrante l’esperienza Odd Future ai componenti più esuberanti: dopo qualche anno ognuno ha preso la propria strada, mantenendosi però in buoni rapporti e continuando ad apparire nei rispettivi progetti solisti.

Matt Martians ha deciso di imbracciare una chitarra: in quasi ogni pezzo di The Last Party lo strumento svolge un ruolo strutturale fondamentale all’economia dei brani. In altre parole gli accordi su cui viaggiano le voci, i sintetizzatori e tutti gli altri elementi sono affidati alla sei corde – suonata, non campionata, senza virtuosismi di nessun tipo, particolare niente affatto scontato se si considera il fatto che da quando il blues e le “guitar bands” hanno perso quasi del tutto rilevanza, il rapporto tra chitarre e mondo hip-hop non è mai decollato veramente. Nel 2002, per esempio, il New York Times scriveva entusiasta di una nuova ondata di “rock nero” mai veramente affermatasi e dai protagonisti oggi per lo più sconosciuti. Il problema dell’hip-hop (e dei suoi satelliti musicali) con la chitarra è sicuramente legato a legittime scelte di natura musicale ma forse dipende ancora dalla percezione del fatto che «se suoni la chitarra sei depresso e sensibile», come diceva Ellioth Smith. Quella fragilità emotiva intrinseca allo strumento che affonda le sue radici nel blues nero e che a partire dalla fine degli anni sessanta è diventato il simbolo dell’immaginario musicale bianco grazie al rock, il folk, il progressive e in anni più recenti grunge e proprio indie – si è spesso imposta come un elemento da dimenticare. Perfino Jimi Hendrix all’epoca venne spesso snobbato dal pubblico di colore, che lo accusava di suonare uno strumento e una musica «da ragazzini bianchi». Forse l’unico che riuscì a riportare in auge lo strumento dalle sei corde fu Prince, artista talmente unico e fuori dal tempo  che ne fece un suo tratto distintivo senza rimanere incastrato in una definizione musicale, che fosse a lui contemporanea o precedente.

È in altre parole quello che afferma Margot Jefferson quando parla di tratti razziali bianchi e neri, in questo caso di natura musicale: la chitarra è stata così più o meno consciamente “strappata” alla cultura afroamericana, essendo legata a doppio filo al dolore immenso della schiavitù da cui proveniva il primo blues e associata poi ai sentimentali lamenti folk e rock. In quello stesso articolo del 2002 del New York Times Martin Luther – all’epoca trentaduenne rising rock musician di cui oggi si sono perse le tracce – rivendicava il rock nero chitarristico come «il suono nuovo dell’America» che a suo dire avrebbe cancellato la memoria dolorosa dello schiavismo a colpi di assoli, poggiando sulla nuova voce nera rivendicata e fornita dall’Hip-hop ma riuscendo, al contrario di quella, anche ad esprimere “vulnerabilità, «senza sentirsi imbarazzati di esprimerla se sono passati attraverso il dolore».

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La fragilità che invano cercavano i dischi ormai dimenticati di “black rock” la ritroviamo ora compiuta in Matt Martians e nei lavori degli artisti cresciuti nella Odd Future. In The Last Party i  testi sono essenziali e spesso a malapena distinguibili dal magma sonoro dei brani. Senza quasi nessuna eccezione parlano di amore, in quel modo agrodolce e disperato che è quasi assente nella narrazione hip-hop del sentimento; «condividiamo, ci teniamo, sei lì e ci sono anche io, piangiamo» canta Martians in Look Like o ancora, in Out Of The Game «sei il tipo di ragazza per la quale getterei via tutto». Sentimenti “pop”, tagliati con l’accetta, che raccontano una nuova sicurezza nell’esprimere la propria vulnerabilità in un mondo spesso dominato da una mascolinità tossica che non lascia spazio a espressioni così inequivocabili di amore e devozione verso la persona di cui si è innamorati. Una condizione di sicurezza e necessità nell’espressione dei propri sentimenti che si avvicina (non per contenuti ma per l’intenzione) a quella originaria dei primi blues, chiudendo idealmente un lunghissimo giro di boa.

Tra questo disco, il nuovo sorprendente e bellissimo album di Tyler, the Creator e il debutto di Steve Lacy, primo potenziale guitar hero nero proprio dai tempi di Prince – si può riconoscere una nuova forza nel cambiamento della narrazione e dell’immaginario dei giovani afroamericani. La Odd Future e i suoi componenti hanno giocato un ruolo cruciale in questo processo in divenire: senza di loro non esisterebbe quella folle boyband di nome Brockhampton, la stranezza geniale di Denzel Curry, un pezzo come Old Town Road di Lil Nas X, che fonde trap e country in modo esilarante e convincente; lo stesso Donald Glover probabilmente avrebbe fatto una carriera molto diversa. The Last Party è l’incarnazione più sobria e allo stesso tempo clamorosa di una rivoluzione culturale dalle molte facce e sfumature che parte da lontano ed è ancora nel pieno del suo svolgimento; un’unione di cultura bianca e afroamericana che spinge in avanti e arricchisce l’immaginazione di entrambe, ampliando uno spazio creativo più ampio e indefinibile entro cui i giovani ragazzi afroamericani possono muoversi e liberare la propria creatività senza restrizioni.

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