Fantasie di un sadico

Di Simone Delle Grazie

Oppiomane, morfinomane, psichiatra, scrittore. József Brenner, in arte Géza Csáth, nasce nel 1887 a Szabadka (oggi Subotica), una piccola unità territoriale situata a quei tempi nel profondo sud della monarchia austro-ungarica e attualmente parte del territorio serbo. Cresce nell’ambiente protetto e ovattato di un’agiata famiglia ungherese, il luogo ideale per diventare un perfetto gentiluomo e un raffinatissimo nevrotico. Ancora adolescente, dimostra una vivace attitudine artistica: dipinge, suona, compone brani musicali, scrive. Primi tentativi di scrittura risalgono addirittura al 1901, all’età di 14 anni. Nel 1904 consegue la maturità, quindi, contrariamente alle sue propensioni artistiche, si iscrive alla facoltà di medicina dell’università di Budapest. In una lettera a suo cugino Dezső Kosztolányi, futuro poeta nazionale, sembra confessare le motivazioni di tale scelta: «Una tremenda maledizione grava sull’animo di tutti noi, nelle cui vene scorre il sangue dei Brenner […] La nostra anima, ragazzo mio, è come l’ago di una bussola che gira all’impazzata nel mezzo di una bufera, squassata da tuoni e saette, eppure potrebbe starsene in santa pace, se solo non possedesse una sensibilità magnetica così sviluppata».

La scelta di applicarsi allo studio delle materie scientifiche, e in particolare alla medicina, sembra essere, per Csáth, la fredda e lucida risposta a una “ereditaria” e fin troppo spiccata emotività. L’unica strada, forse, in grado di offrirgli gli strumenti per indagare il proprio inconscio, per districarsi con occhio clinico tra i propri deliri.

Nel 1909, terminati gli studi, decide di specializzarsi in neurologia e inizia a lavorare nella clinica del professor Moravcsik, uno dei più rinomati esperti del settore. Trascorre i quattro anni successivi a Budapest, diviso tra caffè letterari, redazioni, sale di concerto e corsie d’ospedale. Proprio in questi anni, precisamente a partire dal 1910, inizia a far uso di morfina. Questo si rivela tuttavia un periodo molto fecondo per la sua produzione letteraria: la sua carriera di novelliere prende avvio con la pubblicazione de Il giardino del mago (1908), a cui seguiranno Il sottoprefetto e altri racconti (1909), Sogno pomeridiano (1911), Il pasticcere Schmidt (1912). La sua ultima raccolta di prose brevi, Musicanti, risale invece al 1913, anno in cui il suo equilibrio interiore inizia seriamente a sfaldarsi sotto l’influsso delle droghe.

Le novelle di Csáth si svolgono prevalentemente in tranquilli interni borghesi, tra comodi salotti e profumate stanze da thé. I personaggi di Csáth trascorrono la loro infanzia al riparo dai grandi sconvolgimenti della Storia, protetti dall’atmosfera calda e (apparentemente) rassicurante delle loro abitazioni, le cui finestre affacciano su silenziose strade residenziali, in placidi quartieri dove non può che annidarsi il male. Così in Silenzio nero (Oppio e altre storie, e/o edizioni): «Il nostro lindo cortiletto con le sue pianticelle di rosa si riempì di erbacce nauseabonde e maleolenti. Le tegole precipitarono dal tetto e l’intonaco si sgretolò cadendo dai muri. E vennero notti terribili. […] Nessuno sapeva che cosa stesse accadendo né che cosa sarebbe accaduto». In altri racconti la scena si sposta, allargandosi, nella capitale, nelle vie dei negozi, nelle stanze ben arredate per studenti; assieme a queste, però, convivono scorci di bellezza funesta, di melanconia decadente, come sintomi di un male oscuro o avvisaglie di un mondo sotterraneo. Ed ecco allora che da ambienti ariosi e ben illuminati si accede a strade umide e secondarie, lontane dal fermento delle piazze e dei bistrot, a giardini esageratamente rigogliosi, a polverose soffitte, a lugubri cantine dove sonnecchiano inquietanti uomini in catene. «”Ecco, vedi, questo è il giardino del mago” disse il più giovane dei fratelli Vass. “E lì dentro, in quella casa, ci abita il mago” proseguì l’altro. “E anche i briganti abitano lì dentro”. “Chi?” domandai. “I briganti, che sono gli allievi e gli schiavi del mago”. […] “S’introducono silenziosamente nelle case o entrano strisciando per le finestre. Aspettano fino a quando non si sono coricati tutti, e allora scivolano fuori pian piano, fanno il giro delle stanze, forzano i lucchetti, tagliano la testa ai bambini e lasciano i loro pugnali conficcati nei cuori dei padri”» (Il giardino del mago).

Da una scenografia povera, rigidamente circoscritta e confortevole, si passa ad una topografia fantastica che non ha più nulla di banale e quotidiano, ma che anzi porta con sé il germe della follia, pronto ad esplodere da un momento all’altro.

I protagonisti di questi racconti sono spesso ragazzi in età scolastica o adolescenti in cerca della propria strada. Gli adulti che li circondano sono figli del progresso moderno, educati alla riservatezza e al buon gusto, schiavi perciò di una certa idea di mondo: quella di un ordine gerarchico immutabile, portavoce di valori assoluti e intrinsecamente legati al bene. Ma proprio là, dietro l’aria rispettabile dei loro volti, dietro i loro abiti stirati e il loro decoroso aplomb, si nasconde la più gretta frustrazione, la perversione più indicibile. Benché lontano da intenti moralistici o di denuncia sociale, è evidente l’attacco che l’autore muove nei confronti di questo microcosmo borghese, governato da ipocrisia e conformismo, nel quale il rispetto di rigide norme morali e la riproduzione di gesti stereotipati vengono dati per esempi di buona condotta e atti di amore incondizionato. L’aspetto rassicurante e laccato del mondo adulto si mostra in realtà per quello che davvero è, ovvero un mondo chiuso, asfittico, ingessato nei rituali di un superficiale perbenismo, negato a qualsiasi apertura esterna. La repressione cui i bambini e i loro stessi genitori sono vittime, sembra inevitabilmente condurre all’assassinio, alla tortura, al sadismo. “Dopo cena, ogni tanto, in certe serate autunnali piene di vento […] tendevano agguati. Accalappiavano cani randagi e se li trascinavano dietro fino a casa. Immobilizzavano con un laccio le mascelle della bestia e la legavano su una tavola. Nell’oscurità umida e bruna della grande soffitta la loro piccola lanterna ardeva come un lumicino lontano di un castello maledetto nel folto del bosco. E i due ragazzi si mettevano all’opera con meditata lentezza, trattenendo l’eccitazione. Squarciavano la cassa toracica del cane, tamponavano il sangue e mentre procedevano col loro lavoro ascoltavano i mugolii strazianti dell’animale ridotto all’impotenza” (Matricidio).

Così, mentre li troviamo intenti a vivisezionare animali, a strangolare i loro fratellini o a impiccare “per gioco” le loro compagne, leggiamo un malessere che è intimo e sociale al contempo, assistiamo a un disfacimento morale, fisico, generazionale, al boato generato dal collasso di un’epoca. L’unica fuga possibile sembra essere quella nell’interiorità. Ma l’interiorità dei personaggi di Csáth è un covo di sensi di colpa, si configura come una caduta nel vuoto, un tuffo nei baratri dell’ossessione e del torbido; è una casa dominata da spettri, che si esprime con i termini brutali dell’incubo e dell’omicidio: «”Ho appiccato il fuoco alla casa del prefetto, perché lì dentro, in un letto candido come la neve, dorme sua figlia. I suoi seni si sollevano, vanno dolcemente su e giù. Poi il suo letto viene avvolto dal fuoco. Dal mio fuoco. Si risveglia in un letto infuocato. E fiamme rossastre lambiscono con i loro baci le sue bianche gambe, fin quando non si tingono di un profondo color cuoio. E anche la sua testa diventerà calva, perché tutti i suoi capelli bruceranno. Calva, mi senti? Calva! La bionda, incantevole figlia del prefetto diventerà calva”» (ancora in Silenzio nero).

L’accanirsi contro l’altro, se da un lato può apparire come la risposta a un primario istinto di sopravvivenza, rivela dall’altro un impulso innegabilmente autolesionistico, mortifero prima di tutto verso la propria persona. Lo stesso principio autodistruttivo applicato in vita dallo stesso autore. Se la parabola di rapida ascesa e declino della sua carriera farebbe pensare all’ungherese come a un poeta maledetto, rivela piuttosto la sua vera natura masochista, esistenzialmente e poeticamente tesa a una totalità che non raggiungerà mai, se non nei momenti di estasi psicotropa. Così come ne parla in Oppio: «la voluttà cancella i contorni ed elimina le assurdità. Ci libera dal giogo dello spazio e arresta lo sferragliante orologio del tempo che scandisce i secondi, per elevarci in un profluvio di tiepide ondate fino alle sfere più sublimi dell’esistenza».

Nel 1913, per l’autore, inizia un lento, inesorabile declino. Lascia la clinica di Moravcsik, si sottopone a una lunga cura disintossicante, abbandona le velleità della capitale per rifugiarsi in provincia, dove apre uno studio medico generico, con la speranza forse di una vita più tranquilla. Il malessere dell’artista Csáth e prima ancora dell’uomo Brenner, in realtà, risale agli anni precedenti, gli stessi che gli hanno concesso vitalità e vigore intellettuale. È tuttavia il 1919 che segna il tracollo definitivo. Le sue condizioni fisiche e mentali, aggravate dall’uso smodato di morfina, non gli consentono più di lavorare, fatica a reggersi in piedi. Viene internato in un sanatorio, dal quale evade poco tempo dopo. Il 23 luglio, in un raptus di follia, uccide la moglie e tenta il suicidio. Viene salvato e internato nuovamente, e nuovamente riesce ad evadere, con l’intenzione di recarsi a Budapest per farsi ricoverare nella clinica di Moravcsik. Dopo aver attraversato a piedi la strada provinciale, viene fermato dalle guardie di frontiera. Fallito il tentativo di proseguire oltre confine, assume una dose letale di pantopon per morire pochi istanti dopo sotto lo sguardo esterrefatto delle guardie.

Csáth, nel rappresentare la violenza gratuita, la malattia e il terrore dell’insolito, ha saputo raccontare il malessere suo e quello di un’epoca, e, attraverso la letteratura, ha potuto riscrivere l’uomo sull’orlo del precipizio.

Leggere i suoi racconti, oggi, non significa semplicemente curiosare tra le vecchie carte di un pazzo, ma entrare nella mente di un lucidissimo borderline, squadernare le pagine del suo diario e trovarvi ossa e fiori mai visti. Per Csáth il drogato, per Csáth il medico, l’arte resta di fatto l’unico vero collante di una vita interiore a pezzi, la scrittura l’unica cura alla tensione emotiva che lo tiene in ostaggio. Lo scrivere come testamento estremo di ogni vanità.

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