Oltre i nostri antenati, episodio 2.

In copertina: In the village library di Irina V. Shevandronova

 

Il buio oltre la siepe e Il giusto peso.

di Beatrice Morra


La prima persona della vita con cui fingiamo di aver letto un libro è generalmente un insegnante. Questo è un fatto che non cambierà: potrebbero però cambiare i consigli di lettura proposti agli studenti, allargando le opzioni al sottobosco dell’editoria indipendente contemporanea, e alle nuove prospettive che tenta di aprire sui grandi temi della contemporaneità.

Radici: Il buio oltre la siepe

Quando si parla di razzismo a scuola, tra i consigli canonici offerti in classe c’è Il buio oltre la siepe, pubblicato da Harper Lee nel 1960 e vincitore del premio Pulitzer per la narrativa in quello stesso anno. Per dare un po’ di contesto, i primi studenti afroamericani in un’Università dell’Alabama saranno Vivian Malone Jones e James Hood nel 1963 e passerà ancora un altro anno prima che il Civil Rights Acts abolisca formalmente negli USA la segregazione razziale.

La narratrice di Il buio oltre la siepe è la piccola Scout Finch, che racconta con i suoi occhi di bambina bianca l’Alabama degli anni ‘30. Nella cittadina di Maycomb un giovane bracciante nero, Tom Robinson, viene ingiustamente accusato di stupro nei confronti di una ragazza bianca: il padre di Scout, l’avvocato Atticus Finch, dimostra in tribunale l’infondatezza delle accuse. Tuttavia ciò non basta a scagionare Tom dalla condanna e anzi piuttosto marchia Atticus e la sua famiglia come «negrofili».

Gli spunti offerti da un classico come Il buio oltre la siepe hanno la limpidezza e il vantaggio di affondare nelle radici del razzismo sistemico, contestualizzandone i retaggi e offrendo un riferimento didascalico e una bussola morale nella figura di Atticus Finch, al quale vengono affidate delucidazioni e insegnamenti. Il libro presenta tutte le caratteristiche ideali del romanzo di formazione: le pagine scorrono in parallelo con le esperienze di Scout, con i suoi affacci perplessi nelle contraddizioni dei rapporti adulti, con episodi di crescente intensità rivelatoria che porteranno la bambina nel mondo degli adolescenti.

Ma formarsi nell’Alabama degli anni ‘30 non è la stessa cosa che formarsi nella società di oggi. L’enciclopedia personale dell’autrice è distante da quella dei ragazzi: riferimenti storici e attività quotidiane di cui è intessuto il testo non trovano riscontro immediato nelle nuove generazioni. I ragazzi Finch seguono il processo di Tom Robinson dai palchi del tribunale destinati ai neri e ciò suscita scandalo tra gli abitanti di Maycomb; a Scout viene imposto di servire il tè alle amiche della zia che appartengono alla Società Missionaria; trovare a terra un rarissimo chewing-gum o ricevere una bacchettata sulle mani dalla maestra fanno la differenza tra una bella e una brutta giornata; quando va a fuoco la casa di una vicina, e in generale per ogni emergenza a Maycomb, bisogna trovare un telefono per dare l’allarme ed essere smistati dopo qualche giravolta dall’unico centralino esistente.

Sebbene l’educazione alla complessità sia il più prezioso vantaggio della lettura dei classici, questa complessità va sostenuta permettendo ai ragazzi di assimilare vocabolario e strumenti per muoversi agevolmente tra pagine lontane nel tempo e nello spazio. In questo senso, Il buio oltre la siepe potrebbe non risultare familiare.

Rami: Il giusto peso

Ipotizzando quindi un percorso inverso, che porti alla complessità dei classici attraverso la profondità dei contemporanei, e sugli stessi temi, una lettura alternativa può essere Il giusto peso. Un memoir americano, di Kiese Laymon (classe 1974, nato in Mississippi) per Black Coffee, 2019 (titolo originale Heavy. An American memoir, traduzione di Leonardo Taiuti).

Sulla copertina di Il giusto peso un ragazzino nero attraversa la cartina politica degli Stati Uniti del Sud mantenendo in equilibrio sulle spalle una stilografica che stilla inchiostro. La dedica è al portico costruito dalla nonna, mentre l’incipit riportato in quarta di copertina mette al centro il “tu”, perno narratologico del libro.

«Non volevo scrivere a te. Volevo scrivere una bugia».

Fermarsi sulla soglia del testo, soprattutto dialogando in classe con i ragazzi per formare una «comunità ermeneutica» (Remo Luperini, Insegnare la letteratura oggi, Manni 2006), è già un passo per entrare: equilibrio, sud, famiglia, peso, confessione sono questioni urgenti che attraversano tutto il libro e ne costituiscono la forza narrativa. Kiese Laymon scioglie e riannoda la storia della sua infanzia e della sua adolescenza in Mississippi, nella forma di una lunga lettera a sua madre, donna dalla personalità complessa e sconcertante. Anche qui, come ne Il buio oltre la siepe, riscontriamo tutte le caratteristiche di un percorso di formazione. Questa formazione passa però attraverso una quotidianità che riflette con più immediatezza quella delle nuove generazioni: feste in piscina, scarpe da ginnastica, filmati porno, incontri di wrestling, jogging e serie televisive.

La narrazione prende il via negli anni della crescita di Kiese, in cui la disciplina, la violenza e l’amore si alternano arbitrariamente nel suo piccolo mondo quotidiano fatto di cartoni di succo di mirtillo, lucidascarpe e dollari stropicciati. A dodici anni Kiese pesa 98 chili e sa di occupare un corpo troppo grande, troppo presente, mentre la sua personalità è ancora in formazione e vive sotto le spietate pretese di sua madre, che lo vuole perfetto per «mantenere la pelle al sicuro dalle grinfie dei bianchi» e perché «se ti impegnerai il doppio dei bianchi otterrai la metà di quanto otterranno loro». A dodici anni Kiese pesa 98 chili e scopre il terrore e la voglia del sesso, la tristezza e la solitudine.

Il dolore, l’abuso e la discriminazione razziale ed economica subita nel mondo di fuori incurvano i rapporti familiari anche dietro la porta chiusa, dove non c’è neanche un bianco ma dove il peso del bianco si sente lo stesso. La dominante interpretativa scivola dunque dalle forme di segregazione istituzionale alle dinamiche di razzismo interiorizzato e di segregazione residenziale ed educativa, proponendo ai ragazzi una voce più contestualizzata nelle dinamiche contemporanee.

«Volevo svolgere l’antico mestiere nero di compiacere e ingannare gente che ci paga per farsi compiacere e ingannare ogni giorno. Volevo scrivere del rapporto delle nostre famiglie con i carboidrati semplici, la carne fritta e lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio. Volevo che il libro cominciasse con me che peso 144 chili e finisse con me ne peso 74. Volevo punteggiarlo di aspri moniti a noi grassoni neri del Profondo Sud e zuccherose esortazioni della nonna».

Nel corso di Il giusto peso è evidente il tentativo di Kiese di alleggerirsi, di liberarsi di un peso che tutto sommato non ha niente a che fare con i centimetri, con i chili, con le bilance, ma con una zavorra spirituale accumulata negli anni, appesantita da bugie e non detti e dalla tremenda necessità di assimilare per tutta la vita le istruzioni corrette per proteggersi dai bianchi. Per i quali, in ogni caso, sarà sempre e comunque «un enorme uomo nero».

«Il mio corpo sapeva che a 72 chili e con il 2 per cento di grasso corporeo non ero più emancipato o libero di quanto non fossi a 145 e con le articolazioni malandate».

In questo memoir Kiese Laymon riesce a trasformare questioni autenticamente personali – la propria obesità, il rapporto con sua madre, la discriminazione e la violenza subite – in occasioni per parlare dell’America di oggi, di razza e di classe, di sessualità, di crescita e di identità. Quanto più Kiese diventa leggero, tanto più sedimenta il peso delle sue parole, sfrondate dal superfluo – e questo cortocircuito linguistico tra leggerezza e sostanza alimenta la storia, in un’opera di confessione che prova a intercettare e smascherare bugie e illusioni della società contemporanea.

Si può avvertire come obsoleta e persino risolta la segregazione nell’Alabama degli anni ’30. Ma è con qualche difficoltà che oggi riusciremmo a liquidare le ferite emotive, gli ostacoli lavorativi e la paura del sistema giudiziario posti sul percorso di crescita di un uomo che condivide un’ampia porzione di lessico con i ragazzi che oggi siedono nei banchi di scuola. E ai quali forse questa voce potrebbe arrivare più limpida che mai.

Alternative all’alternativa

Uno di questi due paesi è immaginario, Pauline Melville (Tamu)

L’unica persona nera nella stanza, Nadeesha Uyangoda (66thand2nd)

La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead (Sur)

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