È il 2013. Le scarpe si incollano all’asfalto rovente, mentre si trangugia l’ennesima Peroni da 66 al San Calisto e si fuma un drummino di pueblo che non vuole consumarsi, che fa tossire, che ti farà avere mal di gola tutta la notte, ma non importa. Ogni sera, nella noia dello studente romano hipster, la storia è sempre la stessa: si esce, si beve birra e gin tonic, si ascolta un po’ di musica al Circolo degli artisti, si rimandano gli esami della sessione a settembre, si inizia ogni frase con “a zì” e si usano le bestemmie come intercalare, ma soprattutto si cerca di scopare con scarso successo. O almeno così fanno i protagonisti de Il grande caldo, film di Dan Bensadoun e Marcello Enea Newman, girato nel 2013 e presentato al pubblico solo nella primavera del 2022, quasi dieci anni dopo.
Il film, girato a zero budget, solo 850 euro, è un piccolo gioiellino del cinema stoicamente indipendente. Senza produzione, né distribuzione, è stato ripreso con una piccola reflex 7D nelle torride giornate di un agosto romano. Dietro la macchina, al montaggio e come attori e attrici, ragazzi e ragazze tra i diciannove e i vent’anni, giovani cinefili influenzati dal primo Nanni Moretti, da John Cassavetes e da Larry Clark. Il grande caldo è un compendio della prima giovinezza, momento in cui si vuole fare tutto e non si riesce ad afferrare niente. Momento in cui si è in grado di prendersi abbastanza sul serio da girare un film con mezzi di fortuna, ma si è troppo pigri per renderlo pubblico in meno di dieci anni. Questo film racconta un mondo lontanissimo e vicinissimo a noi. Lontano perché i social sono quasi del tutto assenti, l’unica chat che vediamo è un rudimentale messenger di Facebook con il quale si cerca di rimorchiare, non è ancora arrivata l’egemonia instagram e forse, anche per questo, il tempo sembra sospeso. Lo sfondo, invece, è rimasto identico: Roma, un’eterna sabbia mobile in cui tutto è sempre uguale, città mostro da cui si vuole sempre scappare ma che ti si appiccica addosso, nelle sue giornate da bar, nel suo ritmo lento, confortante, in cui la noia è perfettamente integrata nel paesaggio immobile, soprattutto ad agosto. Come recita Chicoria in uno dei pezzi culto del TruceKlan: Roma ad agosto nun è un bel posto, ma forse Monte Porzio lo è un po’ di più. I nostri protagonisti si dividono tra queste due location, perché se è vero che sono mossi da una quasi totale inerzia, è altrettanto vero che l’unica cosa che sembra interessargli un minimo è proprio il cinema. Allora quando un’amica di Marcello, uno dei protagonisti, gli chiede una mano per girare un film, decidono tutti di barcamenarsi e improvvisarsi maestranze cinematografiche. Attraverso il classico meccanismo meta, di film dentro il film, il collettivo de Il grande caldo, narra una storia legata a doppio filo: sì, andare a zonzo e fare schifo come è possibile fare solo a vent’anni, sempre buttati su un marciapiede a fine serata, ma anche la mancanza di prospettive, di una forte ideologia politica o di uno scopo carrieristico. I protagonisti, in questo senso, sembrano più muoversi come i personaggi di Larry Clark, eterni vagabondi, senza una bussola, consapevoli che non c’è aderenza tra realizzazione personale e lavoro, che non c’è nessuna traiettoria da seguire. Infatti anche il cinema non vuole essere un lavoro, ma semplicemente una cosa bella da fare con gli amici, una cosa che diventa anche faticosa e asfissiante sotto il sole di agosto, ma pur sempre spontanea, che anche quando va tutto male, alla fine la regista e Marcello non sembrano sopportarsi più per le interferenze autoriali di lui, si risolve tutto con una risata che non si può trattenere dentro. La macchina da presa si muove con stile documentaristico, per forza di cose il suono è in presa diretta e la macchina è limitata dal micro budget a disposizione, mentre il lavoro attoriale sembra mescolare improvvisazione con una sceneggiatura molto malleabile, ricordando anche il lavoro del, già citato, Cassavetes. Il film vuole essere, in maniera ironica, una risposta dal basso a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, “che è una merda”, dice a un certo punto uno dei personaggi. È vero che Roma è tante città, un formicaio infinito di storie che possono non incrociarsi mai e Il grande caldo è lontano dalla terrazza di Jep Gambardella e, in generale, dalle terrazze romane cliché del cinema italiano. Terrazze meravigliose nei palazzi del centro, dove ci si immagina un albero genealogico ingombrante e alto borghese, se non addirittura aristocratico e cene a base di letture di Arbasino e case a Capalbio. Nonostante ciò, ne Il grande caldo una terrazza c’è, dopotutto parliamo di un film vicino a Ecce Bombo o Io sono un autarchico e a quella narrativa piccolo borghese. Di certo non è un film che racconta uno spaccato delle periferie e delle borgate romane, anche perché non gli interessa fare un’operazione del genere. Questo film disegna un quadro sincero dei pischelli confusi, sempre alla ricerca di qualcosa, ma ancora non in grado di capire che cosa. La terrazza in questione ha al centro un tavolo, attorno a cui i ragazzi fumano sigarette, si lamentano, bestemmiano e sudano. Il luogo sembra uno spazio stringente, che ti stritola, in cui non c’è possibilità per muoversi, non c’è una vista da ammirare, chiusi come mosche in una coazione a ripetere, ognuno con le proprie idiosincrasie. Perché di film di formazione o di teen, specialmente in questo momento storico, ce ne sono tanti, forse troppi. Invece di film che parlano del periodo tra i venti e trent’anni, quel limbo di trambusto emotivo e psicologico, in cui si sbatte la testa perpetuamente su cose nuove, in cui inizia la corsa perdifiato per cercare di capire chi sei e cosa diventerai, in cui le persone iniziano a definirsi, mentre altre continuano a brancolare nel buio, ce ne sono fin troppo pochi. In Italia, oggi, c’è un bisogno impellente di rappresentare quella fase della vita, che forse ancora non ha neanche un nome (giovinezza?), in cui non sei più un adoloscente, ma sicuramente non hai il coraggio di definirti adulto. In cui scopri il tuo essere in potenza nel mondo: la prima casa da solo, i primi coinquilini, le prime bollette, i primi lavori per mantenerti, i primi esami in cui vieni bocciato, le prime storie d’amore, la noia e la scoperta. E poi basta con questo termine “film di formazione”, questo arco narrativo statico, in cui si deve per forza diventare qualcosa, ma se invece non volessimo diventare nulla? eternamente sdraiati a fumare una sigaretta a fine serata con gli amici di sempre? se volessimo continuare a fare il cinema per gioco, senza prendersi troppo sul serio, sarebbe veramente così male?