Jurassic PatriARKato

Jurassic Park di Steven Spielberg, Usa, 1993

In copertina: Jurassic Park di Steven Spielberg, Usa, 1993

 

Il mostruoso femminile tra Neumann e Doyle nel film cult di Spielberg

di Franco Cimei


 

Nel saggio “Il mostruso femminile” Jude Ellison Sady Doyle, scrittore e attivista trans-femminista, analizza come il terrore della femminilità insito nel patriarcato sia un tema ricorrente nella cultura di massa ed è stato particolarmente fecondo in quella che in Italia viene chiamata letteratura o cinema di genere.

Il libro è ben fornito di esempi in cui il mostruoso, l’orrore o il perturbante in queste opere si fa metafora della femminilità che il patriarcato interpreta come delegittimazione alla sua stessa esistenza e questo grande rimosso culturale della società odierna partorisce i suoi incubi più pop, da Frankenstein a Godzilla, dagli xenomorfi di Alien ai dinosauri di Jurassic Park.

Proprio su questo film di Spielberg si sofferma il quinto capitolo del saggio. Doyle lo analizza mettendo in risalto la dicotomia tecnica-natura, focalizzandosi sul rapporto scienziato-dinosauro, secondo una rigorosa prospettiva femminista. La costruzione del parco divertimenti più grande della storia si manifesta, così, come una proiezione del patriarcato che tenta di ingabbiare e spettacolarizzare il Mostruoso femminile.

Vorrei approfondire queste tesi sul film, dato che il libro per ragioni di economia di lettura ne dà una visione generale. Infatti, il capitolo tralascia alcuni elementi interessanti di analisi: le tre principali figure maschili, la paura di essere divorati, la donna come mediatrice.

La cold open di Jurassic Park è una dichiarazione d’intenti di quello che sarà il topos del film: “Non fatela uscire” grida Muldoon, il capo della sicurezza del parco, mentre uno degli operai cade dentro una gabbia e viene brutalmente divorato da un velociraptor.

Vediamo poi John Hammond, il creatore del parco, assillato dagli avvocati: dopo l’incidente gli investitori vogliono essere rassicurati sugli sviluppi del Jurassic Park, e così il loro rappresentante legale, Donald Gennaro, imbastisce un comitato scientifico per ottenere una valutazione competente sulla realizzabilità del progetto.

Ian Malcom, un eccentrico matematico, e la coppia di paleontologi Alan Grant e Ellie Sattler vengono arruolati ed elitrasportati sull’isola, completamente all’oscuro dei dettagli della loro visita, finché non li vediamo sconvolti dall’apparizione di un brachiosauro che bruca i rami più alti degli alberi.

Conclusa l’introduzione abbiamo bisogno di capire le regole che governano il parco, e di conseguenza il film, così nella scena seguente durante la visita ai laboratori genetici InGen, dove gli embrioni vengono creati, il Dott. Henry Wu ci spiega: “Non esistono procreazioni non autorizzate al Jurassic Park”.

Di fatto, i dinosauri del Jurassic Park non possono riprodursi dato che sono tutte femmine. Qualche linea di dialogo più tardi, infatti, apprendiamo che i dinosauri sono creati innestando DNA estratto da zanzare preistoriche conservate nell’ambra con i geni di un particolare tipo di rospo, il genoma viene così modificato di modo che i feti non possano produrre l’ormone che, a un certo stadio dello sviluppo, li renderebbe individui di sesso maschile. Il controllo demografico è alla base dei sistemi di sicurezza adottati dal parco con lo scopo di evitare la proliferazione della popolazione di dinosauri.

Regolare le nascite attraverso il controllo del corpo femminile è stato da sempre tra gli obiettivi del patriarcato lo testimonia ancora oggi la diffusione della pillola che è usata da più di cento milioni di donne in tutto il mondo mentre gli studi sulla contraccezione maschile continuano ad essere pochi, mal finanziati, pervasi da un’aria di tabù. D’altra parte, l’uomo è incapace di concepire nuova vita autonomamente, e proprio all’annullamento di questo deficit sembrano ambire gli scienziati del parco: “la procreazione patriarcale, pura e scientifica, nel film prende le forme della combinazione di DNA” continua Sady Doyle, inseguendo l’ambizione di ottenere attraverso la tecnica l’emancipazione definitiva dalla donna, dal suo naturale potere generativo.

Il tema del controllo dei corpi è ricorrente e ossessivo in tutto il film: gabbie elettrificate, fuoristrada che corrono su binari, soste e pasti prestabiliti, telecamere a infrarossi, sensori di movimento.

Leggiamo nel libro di Doyle che “come in tutte le narrazioni che riguardano Ti?mat [la Grande Madre della cosmogonia Babilonese], anche qui il fulcro è il terrore per la riproduzione incontrollata, per la gravidanza e per il parto, che avvengono all’interno degli ingestibili corpi femminili e fuori dal dominio maschile”. Siamo davanti alla messa in scena della lotta di un maschile tecnologico e razionale con un mostruoso femminile che combatte per la propria autodeterminazione, che non vuole farsi ammansire come la creatura del Dott. Frankenstein, spettacolarizzare come un King Kong a Broadway.

Il fascino del mostruoso va di pari passo con la sua pericolosità, è qualcosa di irrinunciabile fin dalle prime mitologie fondative: si continua a guardare anche mentre si viene divorati. Erich Neumann, psicoanalista tedesco e discepolo di Jung, nella sua opera più importante “Storia delle origini della coscienza” ha sviluppato una teoria evolutiva della psiche umana. Così analizza il superamento dello stadio infantile dell’individuo ed il conflitto con il fascino oscuro della figura materna: “Il femminile nel suo aspetto di grande madre viene vissuto come qualcosa di negativamente affascinante. Due sono i caratteri sottolineati in maniera particolarmente frequente e chiara: il primo è la natura sanguinaria e crudele della Grande Dea Madre, il secondo il suo potere magico e ammaliatore.”

Non basta tentare di controllare il corpo femminile; se l’uomo riesce ad appropriarsi del suo potere più primordiale, la capacità di generare altra vita, allora, in una società capitalistica, può farne una merce, monetizzando quello che è ora a tutti gli effetti uno dei tanti prodotti del suo ingegno.

In una scena successiva, davanti ad una tavola imbandita, attorno schermi che proiettano immagini promozionali in rotazione, il comitato scientifico radunato da Hammond, il visionario e annoiato creatore del parco, si incontra per discutere dei problemi ipotetici o per dare un veto tecnico alla struttura e rassicurare gli investitori. Gennaro, l’avvocato che li rappresenta, è entusiasta: la visione dei diplodochi, i pacifici erbivori, già preannuncia le migliaia di biglietti strappati, l’intrattenimento inedito, i grandi profitti. Ian Malcom, preoccupato, però attacca: “lei se ne serve [delle scoperte genetiche] come un bambino che gioca con la pistola del padre”. Poi continua, più esplicito: “scoperta? È una penetrazione che ferisce ciò che esplora, ciò che lei chiama scoperta è uno stupro della natura”.

È interessante a questo punto notare come in Jurassic Park tutto lo staff che controlla il parco è esclusivamente di sesso maschile ed usa per amministrarlo quelle che oggi definiremmo le armi più vistose del patriarcato: violenza, segregazione, controllo.

Le parole usate da Malcom possono sembrare parossistiche ma se intendiamo l’uniformità sessuale degli esemplari di dinosauro in senso più ampio allora acquistano una nuova luce: la pistola del padre, la penetrazione che ferisce, lo stupro sono immagini simboliche (fin troppo reali nella cronaca) della dominazione di un archetipo femminile che nel nucleo più puro e primordiale è sempre apparso agli uomini come incontrollabile, incomprensibile e mortale. Mortale nel senso di potenzialmente divoratore, castrante, pronto ad inghiottire e dissolvere quello che è l’ego virile mettendo in discussione la supremazia maschile sulla natura come sulla donna.

Ma ecco che a metà del film il dominio degli uomini si capovolge: Dennis Nedry, il responsabile informatico del parco, disattiva il generatore elettrico per eludere gli allarmi, così da sottrarre dai laboratori gli embrioni di dinosauri e rivenderli ad un’azienda concorrente. Nel suo tentativo di fuga però si perde nella pioggia e diventa preda di un dilophosauro. Con la sua morte, i sistemi di sicurezza non potranno più essere riattivati fino alla fine del film e l’incantesimo di onnipotenza scientifica si rompe insieme alle gabbie che contenevano i dinosauri.Da questo momento lo staff del parco da divinità regolatrice delle leggi naturali scenderà i gradini della catena alimentare per trasformarsi in preda, venendo meno l’assistenza della tecnologia che aveva fornito alla mente razionale lo strumento per dominare la natura. Rimane soltanto il corpo vulnerabile degli scienziati davanti alla primordiale ferocia dei dinosauri. Il numero dei morti aumenta e il sangue comincia a scorrere mentre Alan Grant, perso nella gabbia del T-Rex insieme ai due nipoti di Hammond, incontra uno spettacolo inaspettato: il nido di un dinosauro con delle uova schiuse. La natura ha avuto il sopravvento.

“In origine si immolava sempre il maschile, l’elemento fecondante, perché la fecondazione è possibile soltanto attraverso l’offerta del sangue, nel quale è contenuta la vita. La terra femminile esige di essere fecondata dallo sperma-sangue del maschio” – così Neumann descrive gli antichi sacrifici umani, auspici della fertilità. Simbolismo e scienza si mescolano in maniera sorprendente nella trama. Le specie di rospi africani utilizzate dai ricercatori per il loro DNA per creare gli embrioni di dinosauro – in situazioni di forte stress demografico ( come in branchi monosessuali ) possono mostrare episodi di inversione sessuale in cui un individuo sviluppa caratteristiche del sesso opposto così da permettere la riproduzione e la sopravvivenza.

Parallelamente nel film questo avviene solo nel momento in cui si compie il sacrificio, lo smembramento della vittima sacrificale, e il maschio, vivo o in questo caso morto, torna a compiere una mera funzione fecondativa, veicolo del liquido sangue-sperma necessario alla procreazione femminile.

Neumann continua: “Quando è scatenata, la natura passionale, selvaggiamente emotiva del femminile è un pericolo per l’uomo e per la coscienza. L’aspetto pericoloso della sfrenatezza femminile, represso, misconosciuto e illusoriamente minimizzato nel periodo patriarcale, è ancora un’esperienza viva nei tempi primitivi. Questa paura esiste ancora nel profondo di ogni uomo come un’angoscia radicata nello stadio evolutivo dell’adolescenza.”

Possiamo rintracciare tratti adolescenziali in ognuna delle tre figure maschili principali presenti in Jurassic Park.

Richard Hammond, il proprietario del parco, insofferente alla legge e agli avvocati che la rappresentano, annoiato ormai dalle riserve naturali che possiede in Africa, vuole creare il più grande parco di divertimenti della storia per realizzare un folle sogno di onnipotenza infantile: sovvertire le leggi dell’evoluzione e riportare in vita i dinosauri.

Alan Grant, il compagno di Ellie Sattler, il paleontologo infelice e frustrato da un mondo in cui non si riconosce, più di ogni cosa teme il futuro, i bambini e la tecnologia; perciò si rifugia in un passato statico, immobile, come le ossa fossili dei velociraptor che tenta di dissotterrare.

Ian Malcom, il matematico-rockstar, che vanta una collezione invidiabile di ex-mogli e tenta goffamente di sedurre Sattler, è infantile e narcisista, esperto della teoria del caos ma inadatto alle incontrollabili relazioni umane che sembrano mosse da quello stesso caos che si sforza di studiare.

Questo trittico è inoltre un ottimo compendio dei ruoli che il maschile può assumere nel mondo patriarcale: il padre, il marito, l’amante. Ruoli statici che manifestano l’esigenza di imporre il proprio potere simbolico su una realtà intimamente sconosciuta e dalla quale sentono messa in pericolo la loro stessa individualità.

Sono le armature sociali che hanno permesso al maschile di proteggersi da quello che Neumann descrive come “l’abbraccio possessivo della madre terra-inconscio che si presenta all’eroe come drago da superare. Nella prima parte del combattimento la madre ostile, ingoiando il figlio, cerca di ridurlo stabilmente alla condizione di embrione, perché così gli impedisce di nascere, o per lo meno cerca di inchiodarlo per sempre al ruolo di lattante e di bimbo piccino. Essa è dunque la madre uroborica mortale, l’abisso che inghiotte il sole a occidente, il regno dei morti, il mondo degli inferi e le fauci divoratrici della terra, in cui l’uomo comune debole e remissivo, precipita e muore dissolvendosi nell’incesto uroborico e matriarcale”.

Il femminile rappresenta un pericolo per l’uomo bloccato in uno stato evolutivo non ancora maturo, in cui il rapporto con la sessualità si pone ancora come oppositivo: l’unica figura femminile conosciuta è la madre-divinità, imperiosa e prevaricante. L’uomo-adolescente si sente minacciato nella sua individualità e non può far altro che innescare una lotta per la propria sopravvivenza.

Nell’analisi di questa ossessiva dicotomia sessuale presente in Jurassic Park ho volutamente tralasciato un’ulteriore variabile: Ellie Sattler, la paleobotanica chiamata sull’isola per far parte del comitato scientifico e unica donna adulta presente nel film.

La Dottoressa Sattler è un personaggio molto particolare, totalmente estraneo a qualunque tipo di evoluzione narrativa. È l’unica che sembra comprendere fin da subito l’entità della forza primordiale che sta agendo nel parco, anzi sembra parteciparvi intimamente. Dopo la disfatta totale della gestione del parco è lei ad avere l’ultima parola nella scena risolutiva: “Non avete mai avuto il controllo” risponde ad Hammond, che ancora preda della propria onnipotenza aveva appena dichiarato: “la creazione è un atto di assoluta volontà, quando riavremo il controllo…” le misure di sicurezza del parco intanto sono saltate e i dinosauri cacciano liberi. In una scena successiva, nel momento di decidere chi dovrà intraprendere la missione per riattivare il generatore elettrico, Hammond si propone timidamente: “dovrei andarci io”, e Sattler ribatte serena: “Parleremo della discriminazione sessuale nei casi di emergenza al mio ritorno”.

Sattler è infine il personaggio in cui si manifesta la sintesi delle diverse entità in lotta nel parco. La mostruosità primordiale e la razionalità dominatrice in lei trovano una naturale mediazione in un atteggiamento di stoico rispetto della vita in tutte le sue forme; la sua umiltà cosciente del limite dell’esperienza umana si risolve in una positiva passività nei confronti dei conflitti tra le forze archetipiche che agiscono dentro e fuori l’individuo.

Così quando il fuoristrada, che avanza pigramente sui binari della visita guidata, si ferma davanti alla gabbia del T-Rex, gli occupanti si sporgono dai finestrini per cogliere un movimento, una minima testimonianza della vita, dietro le sbarre enormi, tra gli alberi intricati che la nascondono. Malcom come in preda a una strana estasi profetica recita: “dio crea i dinosauri – dio distrugge i dinosauri – dio crea l’uomo – l’uomo distrugge dio – l’uomo crea i dinosauri”, Sattler conclude: “i dinosauri mangiano l’uomo – la donna eredita la terra”.

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