Indagare la letteratura nello spazio dei possibili

In copertina: Logo dello Spazio Letterario

 

Intervista a Riccardo Frolloni, Diletta D’Angelo e Graziana Marziliano, membri dello Spazio Letterario di Bologna.

di Fabio Ciancone


 

Chiunque entri in una libreria noterà che lo scaffale dedicato alla poesia, fatta forse eccezione per rari casi di attività indipendenti con una particolare propensione al genere, è uno di quelli che contiene meno testi. Il mercato letterario e l’accademia relegano ormai la poesia a un genere di secondo ordine: è poco studiata, pochissimo letta, ci sono rare occasioni di incontro, formazione e promozione di giovani poeti e scrittori. 

In risposta a questa tendenza a marzo 2022 è nato a Bologna Lo spazio letterario, un collettivo di scrittori e scrittrici, di giovani studiosi, traduttori e appassionati che si occupano di letteratura sotto varie forme e generi. Una realtà pressoché unica in Italia non solo perché è composta esclusivamente da persone giovani, ma anche perché promuove iniziative come laboratori di poesia e di metrica, presentazioni di libri, conferenze e rassegne che spaziano dalla poesia queer al confronto intergenerazionale alla prosa. Ho incontrato alcuni membri dello Spazio per discutere con loro di cosa significa e cosa implica fare poesia – e più in generale letteratura – nell’attuale panorama dell’industria editoriale, quali necessità comporta e come questo collettivo vuole inserirsi nell’attuale contesto letterario. 

«La premessa di tutto il nostro lavoro», dice Riccardo Frolloni, poeta e direttore dello Spazio, «è certamente che la poesia rappresenta, nel panorama commerciale contemporaneo, un genere minore. Tuttavia, mi è capitato di vedere anche tante presentazioni di prosa vuote e affatto partecipate. Ci siamo resi conto che sia un testo in versi sia uno in prosa possono cadere nel dimenticatoio molto presto, ma per certi aspetti la poesia ha un raggio d’azione nel tempo più lungo: una raccolta di liriche uscita da due anni è un libro ancora piuttosto nuovo, un romanzo o un saggio pubblicati da sei mesi sono già “superati”. Del resto, intorno a noi si fa ormai pochissima distinzione tra i generi: ci sono romanzi che hanno lunghissime sezioni liriche e poesie che sembrano testi in prosa». Da questo punto di vista, Lo spazio letterario è un vero e proprio spazio dei possibili, un gruppo animato da persone con interessi molto diversi. La ricerca del gruppo bolognese riguarda la letteratura anche lateralmente, fino a toccare gli ambiti dei media e delle arti visive, della musica, delle questioni sociali. «L’incontro tra persone con formazioni differenti» aggiunge Diletta D’Angelo, poetessa e segretaria artistica dello Spazio, «ci permette di assumere punti di vista che non avremmo mai immaginato. Un poeta, ad esempio, a volte non riflette sulla funzione dei personaggi nei romanzi».

Sebbene il collettivo sia composto in buona parte da scrittori a tutti gli effetti, i miei interlocutori specificano che questa non è una vetrina per chi di loro scrive: «Non facciamo eventi in cui presentiamo noi stessi. D’altra parte, è vero che partecipare allo Spazio è estremamente formativo per uno scrittore. Facendo attività, frequentandoci e incontrando gli autori impariamo molto. Ai nostri laboratori, ad esempio, hanno partecipato poeti affermati che si ponevano al nostro livello, intervenivano, commentavano quello che scriviamo. Alcune persone hanno i ferri del mestiere e ti sanno consigliare oltre il “mi piace” o “non mi piace”. Ci danno una vera e propria visione della poesia, un punto di vista sul lavoro artigianale che c’è dietro uno scritto. Di tanto in tanto ci ritagliamo del tempo per confrontarci e lavoriamo su una nostra silloge: questo ci aiuta a migliorare. Certo non si tratta di fare scuola o darsi una linea artistica, non avrebbe senso, la nostra impostazione è totalmente orizzontale e non gerarchica: per fare scuola ci vorrebbe un maestro e noi non siamo maestri».

Sarebbe forse limitante, quando si parla di letteratura contemporanea, operare una distinzione netta tra i generi, al di là di ciò che le logiche del mercato impongono. «Il piano sul quale vogliamo discutere e agire è quello generale della comunicazione e della divulgazione letteraria. Siamo convinti – dice ancora Riccardo Frolloni – che i lettori forti di prosa, anche non necessariamente “scolarizzati”, siano assolutamente in grado di leggere poesia, solo che in alcuni casi non lo sanno: non hanno avuto accesso alla lirica. È essenziale creare il pubblico della poesia e non è difficile farlo: la verità è che chiunque si interessi di letteratura nella sua vita ha scritto dei versi. Poi, a un certo punto, c’è stato un cortocircuito. È anche vero, d’altro canto, che il pubblico della poesia ha un bisogno estremo di conoscere il mondo della prosa per non auto-ghettizzarsi». 

È innegabile che a scuola e all’università, i luoghi in cui principalmente si incontra la letteratura, la poesia contemporanea è quasi del tutto assente. La scuola fatica ad inserire nei programmi degli ultimi anni lo studio di Ungaretti e Montale, mentre la maggior parte delle lauree umanistiche prevede corsi che si spingono al più fino alla poetica di Sereni, sempre con scarsa attenzione al testo poetico e alla lettura in sé a vantaggio della teoria e della critica letteraria. La poesia e i poeti, in questo modo, sembrano sempre materia morta. «Ma c’è di più», dice Frolloni: «La critica della poesia è in crisi: Luperini, Siti, Lavagetto, Mengaldo, l’hanno detto tutti. La generazione dei critici nati dagli anni ‘70 in poi non la conosciamo neanche noi che ci siamo dentro. Se l’accademia fatica, e di conseguenza la critica, la scuola non può che risentirne. Nell’ambito della lirica questo è un problema gigantesco, pochissimi sanno quanto sia grande e variegato il mondo poetico contemporaneo quando escono dalla scuola o dall’università».

Diletta D’Angelo, che si è occupata di pedagogia e letteratura, sostiene che «quando una persona giovane come noi è dentro il mondo accademico ha come riferimenti soltanto pochi canali chiusi e approcci limitanti alla poesia contemporanea e non si rende conto di ciò che gli gravita attorno. La scuola è ferma agli anni ‘50, chi conosce in maniera approfondita la poesia lo fa perché vi accede per contatto diretto con qualcuno che già l’ha studiata, magari un membro della propria famiglia. Se in università non si arriva mai a studiare l’ultra-contemporaneo, non si possiede criticamente il quadro generale della letteratura circostante. Quasi tutte le persone che vengono per la prima volta ai nostri laboratori di poesia, come estrema conseguenza di questo fenomeno, scrivono come gli autori che studiano a scuola. C’è chi scrive alla maniera di Pascoli, c’è chi vira verso lo sperimentalismo alla Zanzotto o alla Sanguineti, chi compone cose molto intimiste, chi riprende dal cantautorato anni ’60». 

Lo Spazio non è soltanto una fucina di eventi ma, quasi in risposta alla rigidità dell’accademia, un gruppo che promuove vera e propria ricerca sul contemporaneo, portando avanti progetti come una rivista di poesia contemporanea (Almanacco) e la traduzione di poesia internazionale (Almanacco internazionale). Nell’ambito del commento e della traduzione viene difficile pensare che chi se ne occupa non si ponga criticamente nei confronti del testo: in questi casi, la totale orizzontalità organizzativa e la massima apertura, alla base dell’attività del collettivo, devono essere bilanciate da uno sguardo critico e attento. In qualche modo, seppure la critica e la letteratura oggi cerchino di rifiutare il più possibile il concetto di canone in senso tradizionale, è innegabile che un’operazione come questa comporti una selezione. Dice Riccardo Frolloni: «L’Almanacco con i suoi breviari di poesia contemporanea e la traduzione sono effettivamente il frutto di una scelta critica. Traduciamo autori mai pubblicati in Italia e in quel caso c’è una selezione in qualche modo canonica. Sul piano nazionale, invece, abbiamo iniziato con note di lettura ma nel tempo vogliamo aprirci a piccoli saggi, interviste, recensioni. Siamo consapevoli che recensire tutto ciò che viene pubblicato è impossibile, perciò la scelta ricadrà su libri che, nel bene o nel male, ci hanno colpito, ci hanno detto qualcosa. Non per forza libri belli, ma libri significativi. Nella recensione è importante anche l’aspetto critico e questo nell’industria culturale spesso si perde».

Il lavoro del gruppo bolognese non riguarda soltanto la conoscenza degli strumenti della scrittura, ma anche dei meccanismi stessi del mondo letterario. Aggiungono a questo proposito Frolloni e D’Angelo: «Un esempio lampante è il mondo dei concorsi: è pieno di fuffa e di truffe. Quest’anno ci sarà lo Strega Poesia, forse sarà l’occasione per aprire un dialogo nuovo con il pubblico, ma anche così il rischio è che si apra un grosso gap tra le principali case editrici che pubblicano nomi importanti e l’aspirante scrittore, che non si orienta e non sa più cosa salvare tra ciò che legge. È la poesia stessa, in ultima analisi, a risentire delle logiche del mercato».

Una parte importante dell’autoformazione che Lo spazio letterario prova a portare avanti è, quindi, il contatto diretto con la dimensione editoriale. Chiunque, indipendentemente dalla propria esperienza, può proporre progetti, a condizione che siano idee realizzabili e ben strutturate. Di conseguenza, chi intraprende un percorso simile passa per il dialogo con il mondo “istituzionale” della letteratura: le case editrici, gli autori, le librerie locali, gli enti che si occupano di cultura: «Dove va a parare un giovane scrittore che voglia pubblicare un inedito? Affidarsi alla grande casa editrice in molti casi è deleterio, noi ci stiamo rendendo conto che le cose sono molto più sfaccettate e complesse di come le recepisce una persona che non è dentro questo mondo. Attivarci su questo piano ci fa capire tante cose sui meccanismi dell’editoria e questo ci aiuta anche nella nostra rete di relazioni: aiutiamo persone meno esperte a trovare i contatti giusti».

Un lavoro di questo tipo implica inevitabilmente un contatto diretto con il territorio in cui l’associazione opera. Avere rapporti con la città, occuparne gli spazi, dialogare con le sue istituzioni porta con sé una dimensione sociale e politica della propria attività. Di questo ho discusso con Graziana Marziliano, curatrice per l’associazione – insieme ad Alessandro Farris – della rassegna di poesia queer “String Figures”, nome ripreso da una delle categorie letterarie teorizzate dalla filosofa americana Donna Haraway: «Cerchiamo di lavorare sul territorio in maniera diffusa, collaborando e aprendoci al dialogo con tante realtà. In questo modo chiunque si avvicini alle nostre attività può avere un panorama sul contemporaneo anche al livello cittadino: non ci limitiamo a collaborare con associazioni direttamente connesse al mondo culturale. Organizzare eventi di questo tipo porta con sé anche un mandato sociale: già solo selezionare i luoghi in cui fare gli eventi implica un posizionamento». 

La questione politica legata alla produzione e allo studio della letteratura, tuttavia, non può limitarsi a una dimensione puramente spaziale e relazionale. Un elemento importante sta nella natura aperta, orizzontale e gratuita dello Spazio e di tutte le sue attività, che vengono autofinanziate attraverso l’organizzazione di appositi eventi. «Anche in questo», aggiunge Marziliano, «sta la volontà di distaccarsi da determinate logiche del mondo letterario, soprattutto al livello di praticabilità e apertura. Anche String Figures è nata per esigenza politica e personale, nel tentativo di cercare un terreno per le questioni di genere nell’ambito della critica che non sfugga né alle responsabilità e ai compiti dello studioso né a quelle dell’intellettuale politico. Quando si sta dentro l’accademia è difficile mantenere fede a determinati ideali se bisogna scendere a compromessi e se i concetti espressi da un ricercatore diventano sempre lo scheletro di sé stessi, fino a perdere di potenza e di rilevanza. Questo lavoro contaminerà in futuro altri ambiti della nostra ricerca, ad esempio dedicheremo un mese alla traduzione. Tutto ciò arricchisce anche noi e ci porta a riflettere sugli usi linguistici, sui modi del parlato e dello scritto. Nel contesto politico bolognese, poi, che è molto attivo e radicato, con una lunga tradizione di attivismo, mancava un discorso specificatamente letterario. Vogliamo distaccarci da un canone che preveda una distinzione tra una letteratura alta e dignitosa e una bassa, aprendo la nostra idea di narrazione. Per questo cerchiamo di analizzare il modo per fare e disfare il concetto di genere nel canone letterario, per esempio leggendo canzonieri d’amore queer o presentando poeti e poetesse trans e studiando il loro lavoro sul linguaggio. È necessario fare tentativi, sbagliare anche, se serve, ma cerchiamo, in occasioni come queste, di risemantizzare la letteratura». 

In virtù della sostanziale novità e della quasi unicità in Italia di un gruppo di persone che porti avanti un lavoro a tutto tondo sulla poesia e più in generale sulla letteratura, il progetto dello Spazio letterario sta attirando l’attenzione non solo di poeti e poetesse, ma anche delle case editrici e delle stesse università, quasi a sopperire alle mancanze del sistema scolastico. Dopo il nostro dialogo, prendo parte a un incontro del laboratorio di poesia: «Bologna da questo punto di vista è un ambiente molto vivace», mi spiega Riccardo Frolloni. «Ad alcuni incontri vengono anche sessanta persone. Magari non tutte comprano assiduamente libri di poesia, però è un dato importante». 

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