Esercizi di mistificazione culturale

Uomo di Piltdown

L’uomo di Piltdown e la beffa che irrise l’accademia britannica

di Giovanni Padua


 

Mentre il ritmo dei picconi scandiva i secondi, nel 1908, lo sguardo stanco di un manovale della cava di Piltdown, nell’East Sussex dell’Inghilterra, si posò su dei frammenti fossili, abbarbicati tra le rocce. A prima vista, essi erano ciò che rimaneva di una calotta cranica fossilizzata. Quattro anni più tardi, la British Geological Society apprese dell’esistenza del fossile dalla voce di Charles Dawson, un avvocato dilettante appassionato di paleontologia, che lo presentò alla conferenza della società di geologia dopo aver ricevuto i reperti dall’operaio della cava. In altre due occasioni, accompagnato dal paleontologo e archeologo Sir Arthur Smith Woodward, Dawson aveva rinvenuto una mandibola e altri frammenti ossei, tra cui dei denti. 

Nonostante i numerosi pareri contrari, alla fine, il cranio appartenente a quella che si presentava come un’inedita specie del genere Homo, venne riconosciuto dalla comunità scientifica come il tanto agognato anello mancante della catena evolutiva che unisce le grandi scimmie ai sapiens. In quella cava erano state rinvenute le spoglie dell’Uomo di Piltdown, il presunto ponte tra la scimmia e l’essere umano.

Il nome di questo nostro antenato, probabilmente, non dirà nulla al lettore, eppure, quando presentarono la loro ricostruzione del cranio, Dawson e Smith Woodward erano davvero convinti di aver legato i loro nomi ad una scoperta epocale e come loro, gran parte della comunità scientifica ne fu convinta. Come mai, allora, non ricordiamo l’Uomo di Piltdown tra gli ominidi studiati a scuola? Perché, l’Uomo dell’Aurora (Eoanthropus), altro nome altisonante con cui furono battezzate le spoglie, aveva un non trascurabile difetto: era una bufala, un falso. In quella cava polverosa, quel curioso manovale in cerca di distrazioni dalla fatica del piccone, senza saperlo aveva dato inizio alla storia di una beffa epocale che, ancora oggi, ha il primato di aver contribuito alla definitiva scomparsa di un paradigma scientifico. 

Andiamo con ordine. Dobbiamo intraprendere una breve incursione nel cuore filosofico della biologia a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del Novecento, farlo ci permetterà di capire il come e il perché l’Uomo di Piltdown era così importante per la paleoantropologia evolutiva. C’erano molte speranze riposte nell’anello mancante, il suo ritrovamento avrebbe voluto dire dare conferma alle teorie evolutive di Charles Darwin, l’iniziatore della biologia moderna. L’evoluzionismo di Darwin era il nervo teorico principale di tutte le discipline che tentavano di ricostruire il passato preistorico. La paleoantropologia ad inizio Novecento, come ci ricorda Stephen J. Gould, era una disciplina imprigionata in un limbo tra scienza e pseudoscienza e veniva guardata con lo stesso sospetto con cui noi oggi guardiamo all’ufologia. Solo una conferma sperimentale poteva dare verità al darwinismo. Vi erano state in quel periodo delle interpretazioni del darwinismo, per così dire ‘spurie’, come la rilettura di Darwin eseguita dal celebre scienziato Ernst Haeckel, che era l’esemplare perfetto di una visione scientifica del mondo secondo cui la natura non procede per ‘salti’. 

Proprio in virtù di questo presupposto concettuale, Haeckel inventò il concetto di anello mancante. L’Anello mancante colmava il salto evolutivo che separava l’uomo dalle scimmie, Secondo Haeckel, l’evoluzione, come una grande e sterminata catena, era capace di riunire e stringere a sé la natura intera, dall’inorganico fino ai sistemi biologici complessi, dalla pietra al cervello umano. Per questo doveva necessariamente essere esistito un punto mediano tra i gibboni e gli uomini. 

Fu quando i moderni studi sul sistema nervoso travasarono lo Spirito assoluto del tardo idealismo tedesco nel mito del cervello, che la teoria dell’anello mancante assunse per la scienza inglese i connotati del dogma religioso. Gli scienziati spiritualisti vedevano infatti nel grande cervello la conditio sine qua non per attribuire il carattere di ‘essere umano’ al cospetto di una ricostruzione fossile. Si contrapponevano ad essi gli scienziati ‘materialisti’ che, come Engels, consideravano l’andatura eretta causa dell’evoluzione del sapiens, e non il cervello. Dunque erano più concentrati sulle caratteristiche strutturali della colonna vertebrale più che alla capacità volumetrica dei crani fossili. (Spoiler: alla fine vinsero quest’ultimi).

Considerata la capacità cerebrale consistente e i tratti somatici così ‘moderni’ e al tempo stesso scimmieschi, l’Uomo di Piltdown rinvenuto da Charles Dawson dava ragione agli epigoni di Kant. I sostenitori della priorità cronologica dell’encefalo nel processo evolutivo della specie umana e venivano così confermate anche le ipotesi di Haeckel circa l’esistenza di uno stadio intermedio tra la scimmia e l’essere umano, l’Uomo-scimmia o Pithecantropo

Immaginate dunque il brusco risveglio della comunità scientifica, quando da un giorno all’altro, l’Uomo di Piltdown si rivelò una diabolica beffa. Nel 1953, dopo quarantun anni dalla sua elezione ad anello mancante, la ricostruzione del cranio di Piltdown proposta da Dawson e Smith-Woodward venne definitivamente smascherata come una chimera artificiale, letteralmente metà uomo e metà scimmia: si trattava infatti del cranio di un uomo medievale, abilmente agganciato alla mandibola di un orangutan, vecchia forse di cinquecento anni, a cui erano stati impiantati dei denti di scimpanzé abilmente limati. Infine, attraverso i prodigi della chimica, ne era stata simulata la vetusta genealogia.

Dopo la sconcertante rivelazione la paleoantropologia evolutiva rischiò di cadere nel discredito per sempre rispetto alle altre scienze moderne, trascinando con sé la teoria dell’evoluzione di Darwin. Questo perché, come abbiamo già anticipato, dal momento che il concetto di evoluzione darwiniano era stato monopolizzato dal paradigma dell’anello mancante assemblato da Ernst Haeckel, confutando l’autenticità del cranio di Piltdown veniva confutato a cascata l’evoluzionismo.   

Ma come fu possibile che un falso facesse ingresso nell’Olimpo delle scienze moderne? Ad un livello di ragionamento locale, la contraffazione riuscì a passare inosservata per circa quarant’anni a causa dei protocolli adottati dalla comunità scientifica del tempo, decisamente non adeguati. Il reperto superò, sì, le validazioni di eminenti scienziati, ma, difatti, occultato com’era nei sotterranei polverosi del British Museum, esso difatti non fu mai a disposizione degli studiosi. I ricercatori dovettero limitarsi per decenni all’analisi di un calco in gesso, il che non permise di riconoscere le evidenti manipolazioni a cui era stata sottoposta l’ibrido artefatto. 

Da un punto di vista globale, le ragioni erano di natura antropologica e culturale. È curioso notare come negli stessi decenni in cui l’Uomo di Piltdown veniva descritto nei manuali di antropologia, fossero stati scoperti i primi resti di austrolopitechi nel continente africano, ma la ricerca scientifica su quella che poi si dimostrerà la vera traccia da seguire per ricostruire il nostro cespuglio evolutivo, fu oscurata dallo spadroneggiare del paradigma dell’anello mancante.  Lo studio sugli australopitechi venne rigettato quasi istintivamente, poiché suggeriva che la nostra origine fosse da ricercarsi in Africa e ciò, per i parrucconi delle accademie europee, non era neanche lontanamente accettabile. 

Piltdown confermava la superiorità degli europei sul resto del mondo, ancora di più, il fatto che l’Inghilterra fosse la culla ancestrale dell’anello mancante, fu un toccasana per l’orgoglio patriottico di Smith Woodward e della Geology Society of London. Prima del rinvenimento dell’Uomo dawsoniano, la preistoria era infatti un affare sostanzialmente francese, ma dopo Piltdown, tutta la sala dei trofei preistorici, ornata con le spoglie dei ‘pittori’ delle grotte di Lascaux, Niaux e Cosquer, si rivelava per gli scienziati britannici il santuario delle degenerazioni di un prototipo che aveva raggiunto il suo acme evolutivo sul suolo inglese. Per questo, nonostante la comunità scientifica fosse spaccata, fu difficile rinunciare alla verità proclamata dal reperto trovato nella cava di Piltdown, farlo voleva dire rinunciare alla superiorità degli Inglesi e degli Europei sul resto del mondo.

Il cranio rinvenuto da Dawson rispondeva ad un mito e lo faceva in maniera così confortante che la realtà dei fatti venne piegata all’interesse per cui il mito era stato creato. Secondo lo strutturalismo i miti (dal gr. Mythos, ‘racconto’, ‘parola’) sono un bricolage che attinge ad un vasto repertorio di esperienze, tutto questo set di dati viene successivamente rielaborato a partire da una soggettività individuale o collettiva, che riaggrega e rielabora gli elementi sulla base di significati appartenenti al presente in cui il mito è attivo.

Per Barthes il mito è un “modo di espressione”, “una forma di comunicazione”, un processo culturale ininterrotto di semiotizzazione del reale. Potremmo dire che esso è la forma di storytelling più antica, impegnata in un’incessante attività di worldbuilding, ma bisogna prendere atto del fatto che ogni mito è sempre politico e che la scienza, così come la religione, agisce e viene agita dai miti, miti che possono influenzare profondamente la nostra percezione della realtà. Essendo sempre un dispositivo conservativo, il mito crea ‘identità’ ed è pertanto l’orizzonte per tutti gli individui o gruppi sociali integrati, che in esso trovano riparo. 

Questi elementi sono sufficienti a capire quali furono le falle nel sistema scientifico e quali invece erano i bias culturali che permisero agli autori della beffa di spacciare un’evidente mistificazione per una verità scientifica. Non sono però sufficienti a capire il perché della truffa, molte delle persone coinvolte morirono prima che fosse svelata e ciò ci porta a pensare che possa essersi trattato di una sadica burla, andata fuori controllo. 

Le speculazioni su Piltdown ci dicono che la truffa fu architettata da più complici, tra i sospettati Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes ma pare fosse implicato pure il celebre paleontologo francese Teilhard de Chardin, così come lo stesso Charles Dawson. Quest’ultimo, come uno studio accademico rivelò nei decenni successivi, aveva  un’ossessione maniacale che lo portò ad esporre tra le proprie collezioni di reperti fossili una serie impressionante di contraffazioni. 

Tra i sospettati è elencato pure un personaggio ambiguo e decisamente sopra le righe, l’aristocratico irlandese Horace de Vere Cole, a nostro avviso il personaggio chiave della vicenda. Dietro la truffa noi rintracciamo un’intenzionalità, per così dire, situazionista e il sospettato coinvolgimento di Horace de Vere Cole fornisce elementi preziosi alla nostra indagine. Si trattava di un membro della nobiltà, invischiato con i servizi britannici e appartenente al gruppo d’artisti Bloomsbury. De Vere Cole era un troll ante-litteram, molto celebre tra la fine dell’ottocento e il novecento. 

Tra i centinaia di atti compiuti contro la pubblica morale, Horace de Vere Cole noto per aver organizzato insieme a Virginia Stephen, successivamente eternata tra i classici con il cognome Woolf, un altro celebre prank dimenticato ai danni della marina inglese e ad una sua nave ammiraglia, la Dreadnought.

La poetessa insieme al fratello, a Vere Cole e ad un gruppo di amici inscenarono la visita ufficiale alla nave Dreadnought di nobili emissari della corte reale abissina. Lo stesso Horace de Vere Cole si spacciò per un alto ufficiale della marina e fece visitare la nave alla Woolf e agli altri compari, camuffati da dignitari abissini, con tanto di blackface e abiti sontuosamente confezionati.

Il gruppo si prese gioco lungo tutto l’arco della giornata degli ufficiali della marina britannica. I diabolici poltergeists, come spiritelli dispettosi nelle soffitte delle istituzioni, comunicavano tra loro, e con i militari, in un pidgin linguistico bizzarro, che mescolava una fantasiosa pronuncia del greco e del latino. Da questa beffa nacque l’espressione ‘bunga bunga’, l’equivalente di ‘grazie’ nella lingua creata dal gruppetto, espressione che successivamente prese ad essere usata per schernire la marina britannica.

Era la neutralizzazione dell’autorità per mezzo della messa in ridicolo delle Istituzioni imperialiste che Vere Cole intendeva perseguire con rigore attraverso il suo stile di vita. Oltre alla beffa contro la Marina britannica, Vere Cole organizzò sempre nel 1910 una finta esposizione di arte moderna a Burlington House, convincendo la Royal Academy a esporre opere di artisti inestistenti; l’anno successivo organizzò un finto incontro tra il Principe di Galles e una ballerina del Mouline Rouge. De Vere Cole era un agente del caos, il cui trollaggio ebbe come bersagli le fondamenta della cultura dell’impero britannico.

Ora, è certamente un caso, ma la beffa della Dreadnought avvenne nel 1910, periodo che si interseca perfettamente con il confezionamento e la successiva sacralizzazione scientifica del cranio di Piltdown. Dalla descrizione dello scherzo ideato da Vere Cole, non appare impossibile ipotizzare che la mente del diabolico irlandese avesse potuto partorire uno scherzo ai parrucconi delle accademie scientifiche britanniche. Egli probabilmente sfruttò il desiderio di fama di Dawson, che abbiamo detto essere solito spacciare falsi fossili per acquisire crediti nel mondo accademico, e poi quest’ultimo, probabilmente manovrato da Vere Cole, attirò nelle maglie della truffa Smith Woodward, probabilmente all’oscuro del misfatto, il cui fervore e posizione accademica erano necessari alla validazione scientifica del reperto. 

Teilhard De Chardin, reduce da un viaggio in Egitto, terra da cui proveniva la mandibola di orangutan, e Horace De Vere Cole furono probabilmente gli autori veri e propri della beffa e furono coadiuvati da Conan Doyle, solo per confezionare, letterariamente, il tiro mancino più clamoroso ai danni della cultura europea. È affascinante pensare che Piltdown e la Dreadnought fossero parte di una stagione di terrorismo culturale in cui un aristocratico bufalaro, in rivolta contro i costumi dell’epoca, si diede al sabotaggio della credibilità istituzionale. Se la beffa della Dreadnought fosse collegata al caso dell’Uomo di Piltdown, sarebbe facile notare come il trait d’union rintracciabile in entrambi gli episodi sia lo scherno sadico dell’autorità, nella sua valenza di istituzione guerrafondaia e in quella di indottrinamento istituzionalizzato del popolo nazionale.   

Le aberranti teorie proliferate attorno al concetto di anello mancante vennero annientate non dai lumi della ragione ma dall’azione di un artista che usò un falsario per distruggere e illuminare la falsità del paradigma assemblato da Ernst Haeckel e di tutta la serie di implicazioni che a cascata derivavano dall’idea che i gradi più alti dell’evoluzione contenessero e ripetessero nel loro sviluppo gli stadi inferiori. 

La società vittoriana e la modernità novecentesca si pensavano come punto di arrivo di un viaggio a cui bisognava donare un inizio quanto più coerente possibile alle conclusioni a cui era destinato. Se fosse davvero lui l’artefice della beffa di Piltdown, è certo che in questo modo Horace de Vere Cole consegnò se stesso alla storia, visto che ad oggi, non esiste – sono ben accette le smentite – un caso di truffa fraudolenta nel mondo delle scienze umane e della scienza in generale con delle conseguenze così esplosive come quelle che seguirono alla smentita dell’Uomo di Piltdown. 

Sarebbe interessante chiedersi se oggi una beffa di questa portata possa essere replicata, ci sono stati diversi casi simili di frodi e imbrogli nel mondo accademico, uno dei più noti è probabilmente quello del biologo sudcoreano Hwang Woo-suk, che nel 2004 pubblicò un articolo sulla rivista “Science” in cui dichiarava di aver clonato il primo embrione umano. In seguito è emerso che l’articolo era stato falsificato e che Hwang aveva manipolato i dati per ottenere i risultati desiderati. O ancora, il caso di Diederik Stapel, professore di psicologia sociale olandese che si occupava principalmente di studi sulla percezione, la motivazione, l’auto-giudizio e l’influenza sociale. Autore di più di cinquanta studi sulla psicologia della creatività e sull’effetto della musica sulla percezione, i risultati delle sue scoperte si rivelarono in gran parte falsificati. 

Eppure, nonostante le molte analogie, Diederik Stapel e Hwang Woo-suk erano solo dei mitomani, come lo era Charles Dawson, falsari incalliti, ma se i primi due furono artefici di una truffa bella e buona, Dawson e la sua smania di fama accademica furono a loro volta usati per portare un attacco distruttivo alla torre d’avorio dell’Accademia britannica, intenzione che trasforma la truffa  di Piltdown in “beffa”, rendendola una performance proto-situazionista che dovrebbe essere studiata dalla storia dell’arte. 

Il senso del falso in ambito scientifico, così simile come dimensione oggettuale all’imitazione in campo artistico, ci dà una buona immagine di come affrontare le insidie del discorso pubblico. Il gruppo diretto da Horace De Vere Cole distrusse un mito con le armi della mistificazione, evidenziando la forza distruttiva della risata e della beffa. Oggi, dovremmo chiederci: a chi appartengono i miti che governano le nostre esistenze? Di chi è preda il presente in cui viviamo?  E prima di rispondere, dobbiamo sempre ricordare che il nostro Oggi è gravido di passato, capire quale mitologia è attiva nella nostra attualità e farlo insieme a Roland Barthes, ricordandoci che:

La scienza va dritta e veloce per la sua strada; ma le rappresentazioni collettive non stanno al passo, sono arretrate di secoli, mantenute stagnanti nell’errore dal potere, dalla grande stampa e dai valori d’ordine.

 

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