Quel che resta oltre il Caos

di Lucrezia Cirri


Che il mondo non sia altro che il dominio indiscusso della seconda legge della termodinamica è quello che Lulu Miller scopre a sette anni, quando chiede al padre scienziato quale sia il senso della vita. Risposta: nessuno. Che ci piaccia o no, è l’entropia a detenere ogni potere e noi non possiamo fare nulla per controllare la nostra sorte, perché nulla è quello che valiamo.

“Non dimenticare mai”, disse, indicando il tappeto di aghi di pino dietro casa, “che per quanto ti senta speciale, non ci sono differenze fra te e una formica. Sarai un po’ più grossa, forse, ma non più importante” […] “Tranne che…non mi sembra che tu stia aerando il suolo, vero? E non ti stai nutrendo di legna per accelerare il processo di decomposizione, o sbaglio?”

Mi strinsi nelle spalle.

“Non sbaglio. Quindi, direi che per il pianeta conti meno di una formica”.

Se suo padre aveva fatto della consapevolezza di “contare meno di una formica” un punto di forza per vivere in massima libertà e serenità, Lulu invece non ci era mai riuscita. Come si può, effettivamente, accettare a cuor leggero di non valere niente e che le nostre vite non abbiano alcun senso?

I pesci non esistono (add editore, 2020) nasce e si sviluppa proprio intorno a questa domanda, raccontando il lungo percorso della Miller alla ricerca di risposte e nuove speranze, per giungere a comprendere ciò che viene proclamato fin dal titolo del libro: che i pesci non esistono e che, come loro, non esistono categorie definite e immutabili.

Non è la prima volta che l’autrice americana ci stimola a guardare il mondo con occhi diversi. Dopo aver lavorato per Radiolab, infatti, nel 2015 è stata redattrice e co-fondatrice del programma radiofonico Invisibilia, una serie NPR che, intrecciando storie personali e nozioni scientifiche, vuole mostrare quanto il comportamento umano sia spesso fin troppo controllato e condizionato dalle nostre idee, le forze invisibili a cui allude il titolo del programma. Lo stesso intrecciarsi di autobiografismo e ricerca scientifica caratterizza il libro: con tono discorsivo e colloquiale, non senza ironia, la Miller racconta il suo incontro con David Starr Jordan e non manca, da buona divulgatrice scientifica, di spiegare e fornire dati certi sulle teorie con cui si trova ad avere a che fare.

Per moltissimi anni Lulu aveva provato a emulare la leggerezza del padre con scarsi risultati, continuando a sentirsi inadeguata e a vergognarsi ogni volta che leggeva la citazione darwiniana affissa dietro la sua scrivania: c’è qualcosa di meraviglioso in questa idea della vita. Di meraviglioso lei però non ci vedeva proprio niente. Così, dopo l’ennesima caduta – la rottura con il suo fidanzato, che lei aveva tradito con una ragazza – inizia a cercare disperatamente un diverso modello da seguire, qualcuno che non si fosse rassegnato al dominio del Caos e potesse mostrarle un nuovo modo di concepire l’esistenza: il tassonomista David Starr Jordan (1851-1931) sembrava fare esattamente al caso suo.

Io cercavo di non perdere la fede.

Ed è esattamente questo che mi fece sentire il richiamo di David Starr Jordan. Mi chiedevo che cosa gli avesse dato la forza di continuare ad affrontare Caos con un ago da cucito in mano, nonostante la certezza di non poterlo battere. Mi chiedevo in quale trucco si fosse imbattuto, in quale ricetta per trovare la speranza in un mondo indifferente. E siccome era uno scienziato, mi aggrappavo alla remota possibilità che a giustificare la sua testardaggine fosse qualcosa di compatibile con la visione del mondo di mio padre. Forse aveva decifrato un codice essenziale per ritrovare la speranza in un mondo senza più promesse, per tirare avanti nei giorni più bui.

Cercare di ordinare le componenti di questo mondo, classificandole, è il compito dei tassonomisti.

A dare il via alla pratica era stato Linneo, che nel Systema naturae (1758) aveva suddiviso il mondo naturale in tre regni: animale, vegetale e minerale. Sulla sua scia, moltissimi scienziati si sarebbero poi impegnati ad osservare il mondo per cercare di svelarne la legge morale. Si credeva infatti che nella natura esistesse una gerarchia di perfezione – già Aristotele parlava di scala naturae – e che, riconoscendone i vari gradi, si potesse arrivare a decifrare il progetto di Dio.

È dunque facile immaginare con quanto sdegno i tassonomisti accolsero L’origine della specie (1859) di Darwin, in cui si spiegava chiaramente che natura non fecit saltus e che quindi, di fatto, non esisteva nessuna gerarchia segreta da scoprire. Contrariamente alla maggior parte di loro, in quell’occasione Jordan non si indignò, ma si convinse semplicemente che non doveva essere stato Dio, ma il Tempo, a forgiare la scala naturae – un piccolo dettaglio che ci permette di capire il modo di pensare di quest’uomo di scienza, almeno apparentemente, sempre rivolto al progresso.

Jordan si era specializzato in ittiologia, un campo che sembrava all’epoca apertissimo perché carente di studi, e lungo gli ottant’anni della sua vita riuscì a scoprire almeno un quinto delle specie esistenti al suo tempo.

Come Lulu legge nell’autobiografia di lui, The Days of a Man, il suo incontro con i pesci avvenne per la prima volta a ventidue anni, quando fu ammesso a partecipare a una colonia estiva organizzata dal luminare Louis Agassiz sull’isola Penikese (Massachusetts); ma già prima, da bambino, si era reso conto di quanto piacere gli desse conoscere le cose e metterle al proprio posto, dando loro un nome. Aveva iniziato guardando le stelle e poi si era interessato alle mappe e alle piante. Che la madre, puritana, considerasse le sue passioni una inutile perdita di tempo e cercasse continuamente di scoraggiarlo poco importava: dare un nome ai fiori che coglieva e attaccava sul diario e sulle pareti della sua stanza gli regalava un senso di pace infinita.

Sono molte le filosofie per cui nominare le cose significa regalare loro un’esistenza, quindi non è strano che Jordan possa aver dato tanta importanza alla questione della nomenclatura. Si pensi, per esempio, a Le parole e le cose di Foucault, opera in cui lo studioso cerca di individuare le diverse forme di conoscenza con cui l’uomo si è trovato ad avere a che fare nel corso dei secoli. Parlando dell’età classica – quella che segue le teorie di Cartesio, quella del razionalismo e del meccanicismo –, egli spiega come questa si basasse sulla classificazione del reale: il mondo classico era un mondo ordinato e misurabile, che poteva essere conosciuto profondamente attraverso il metodo del confronto, al fine di ottenere una generale e completa conoscenza delle cose, una taxonomia universalis. Cosa poteva concorrere al raggiungimento di questo obiettivo meglio del linguaggio? Tramite le parole, infatti, la nostra conoscenza e i nostri pensieri si concretizzano; è il linguaggio che garantisce la rappresentazione del mondo che si sta cercando di descrivere, e partendo dal presupposto che la natura prima delle parole è di essere nome – perché le parole, prima di tutto, indicano – risulta chiaro quanto sia stretto il rapporto parola-cosa, in un sistema di classificazione binario come era quello dell’età classica. Nominare le cose significa identificarle e farle esistere; identificarle ci permette di classificarle e ordinarle; essere riusciti a classificarle significa averle (ri)conosciute e poterle, adesso, in qualche misura controllare e possedere.

Così, per David:

Ogni pesce, ogni creatura, ogni nome affibbiato a un pezzo di universo portava con sé quella sensazione impossibile, inebriante. Quel dolce miele sulla lingua. Quella scarica di fantasia di onnipotenza. Quell’adorabile idea di ordine. Che balsamo, un nome.

Al di là dei risultati scientifici, quello che l’autrice ammirava davvero del tassonomista e primo rettore di Standrford (nel 1891) era l’incredibile ostinazione con cui si rialzava e ricominciava da capo, sempre, quasi non facesse caso ai giorni bui della vita. Roba da lasciare a bocca aperta: aveva perso la prima moglie e subito si era riaccompagnato, aveva perso una figlia e aveva visto anni e anni di lavoro andare in frantumi davanti ai suoi occhi all’improvviso, per ben due volte, senza sconfortarsi.

La prima volta a portarsi via tutto fu un incendio – era il 1883 e Jordan insegnava scienze all’Università dell’Indiana –; la seconda fu il terremoto di San Francisco, il 18 aprile del 1906, precisamente alle 05:12 del mattino. Quando la terra smise di tremare, nessun pesce aveva più il suo nome. Le etichette erano sparpagliate per terra e tutto era tornato nell’ignoto. Ci vollero giorni e un incredibile sforzo di memoria, ma pian piano David riuscì a riconoscere chi fosse cosa e cucì su ogni esemplare una targhetta nominativa, non volendosi più affidare ai soli contenitori. Ago e filo contro l’oblio.

Come aveva fatto? Che cosa si era raccontato, contemplando l’evidenza della sua disfatta? Perché non aveva semplicemente lasciato perdere e non si era dedicato al solo insegnamento, invece di mettersi a cucire?  

È lui stesso a dire che nel tempo aveva sviluppato una sorta di “scudo di ottimismo”. Effettivamente, molti studi – che la Miller riporta e analizza con precisione e attenzione – dimostrano come le illusioni positive siano in grado di far sviluppare nei soggetti una particolare “grinta”, utile a restare concentrati sull’obiettivo finale e a fare di tutto per raggiungerlo.

Sembrava strano però che un uomo di scienza come lui, che detestava qualunque cosa potesse mostrare forme alterate di realtà, come l’alcol o la droga, si fosse affidato alle illusioni. Esattamente come il Signor Miller, anche Jordan credeva che si dovesse affrontare la vita uno scalino per volta, cercando quotidianamente motivi di gioia pur restando ben consapevoli che per questo mondo valiamo meno di una formica. In un saggio intitolato The Philosophy of Despair, addirittura, dichiarava che tristezza e disperazione fossero una scelta. Peggio, una scelta facile, perché di motivi per scoraggiarsi se ne trovano ogni giorno, e chi si abbandona allo sconforto “puzza di morte”. Diceva che:

Il problema di chi consuma tempo meditando sulla futilità delle cose è che spreca la preziosa elettricità concessagli dall’evoluzione – l’elettricità che fa provare splendide sensazioni e concepire splendide idee – e la getta nella fogna dell’indagine esistenziale, finendo per morire “mentre il corpo è ancora vivo”.

La ricerca dell’autrice, a questo punto, potrebbe dirsi conclusa e priva di risultati. Forse l’unico antidoto per resistere alla vita è prenderla così com’è e accettarla, guardando al buono delle cose e andando avanti con cieca fiducia, nella speranza che prima o poi il destino sorriderà alle nostre cause. Altrimenti, pazienza. E invece no. Nell’autobiografia a un certo punto Jordan cita un piccolo saggio, di pochi giorni successivo al terremoto, in cui scrive che è la volontà umana a plasmare il fato.

La lezione del terremoto e del fuoco è che l’uomo non si lascia scuotere e non si lascia bruciare […] ciò che è contenuto nell’uomo è più grande di tutto ciò che egli può fare.

Poche righe bastano a contraddire il pensiero di una vita: nel momento più buio della sua esistenza anche Jordan si era raccontato una bugia e aveva dovuto crederci per non farsi consumare dalla disperazione.

È vero, insomma, che i pensieri positivi aiutano a generare la spinta necessaria per andare avanti – e che raccontarsela e battersi da soli una mano sulla spalla, ogni tanto, fa bene.

Si tratta sostanzialmente di un processo di “story editing” sul nostro modo di interpretare i fatti grazie al quale, apportando mentalmente qualche piccola modifica al nostro vissuto, potremmo riuscire a viverlo – e a vivere – in modo migliore. Sugli ottimi e sorprendenti risultati di questa pratica, che necessitano comunque di un po’ di tempo per essere riscontrati, la Miller aveva già avuto modo di confrontarsi anche con lo psicologo Tim Wilson, in una puntata del suo programma radiofonico intitolata Editing Your Life’s Story Can Create Happier Endings.

Lasciate perdere millenni di esortazioni all’umiltà; forse David Starr Jordan è la prova che una dieta a base di superbia è il modo migliore per superare avversità insormontabili.

Se incontrollate, però, anche le illusioni positive possono presentare effetti collaterali. Lo “scudo di ottimismo” che Jordan si era costruito gli aveva permesso di non dubitare mai di sé e di riuscire a controllare la sua vita, eliminando quel senso di vertigine che aveva provato da bambino, guardando le stelle. Nasceva però da lì anche l’allucinante ostinazione che lo aveva portato a raggiungere sempre i suoi scopi senza farsi il benché minimo scrupolo, anche quando sarebbe stato il caso. Uscì sempre illeso da qualunque accusa e la sua immagine non fu mai intaccata. Non fu mai incolpato della morte di Jane Standford, nonostante i noti dissapori fra i due, e nonostante la donna fosse morta avvelenata dalla stricnina – “la cosa più amara del mondo” -, che egli maneggiava abitualmente per catturare i suoi pesci. Non fu neanche mai giudicato per essere stato uno dei maggiori sostenitori e promulgatori dell’eugenetica, che in America portò a esiti terribili come la sterilizzazione e la reclusione forzata di migliaia di persone.

Cosa può insegnare dunque la vicenda di un uomo che, a questo punto del racconto, si potrebbe considerare quasi spregevole?

Paradossalmente, le grandi domande che l’autrice porta con sé per tutto il libro, trovano risposta proprio a partire dagli errori del suo mito-non più mito.

Parlando con Anna e Mary, due vittime della follia degli eugenisti, Lulu comprende che suo padre e Jordan avevano torto: non è vero che non valiamo nulla. La consolazione di vivere sotto il dominio del Caos si trova in quello che l’autrice indica come il “principio del tarassaco”, una pianta considerabile un comune piscialletto o un’utile erba medica, a seconda del contesto.

A nostro modo, quindi, anche noi siamo importanti per gli altri. Come Anna e Mary non sarebbero riuscite a superare il loro tragico passato, se non si fossero aggrappate l’una all’altra, così ognuno di noi è, sì, una piccola pedina infinitesimale, ma che nella vita di chi gli sta accanto e gli vuole bene può avere un valore fondamentale – ed essere faro e accompagnatore, e spalla su cui piangere, e corpo da abbracciare nei momenti belli.

Lentamente prese forma l’immagine di una piccola rete di persone che si tenevano a galla a vicenda. Tante minuscole interazioni che dall’esterno potevano voler dire poco, ma per chi ne era coinvolto rappresentavano tutto, le catene che ci tengono attaccati a questo pianeta.

Torniamo un attimo all’ultima domanda che ci siamo fatti: cosa ci può insegnare la vicenda di Jordan, ora che lo conosciamo davvero per quello che è stato nel bene e nel male?

La risposta è semplice: ci insegna come fare ad applicare nel concreto del nostro quotidiano il “principio del tarassaco”, senza vivere nell’illusione. L’intera vita e l’intera carriera di Jordan, infatti, nonostante i grandi riconoscimenti ricevuti, non si sono basate su altro che su un’illusione.

Paradossalmente, fu proprio grazie a quel metodo di analisi basato sull’osservazione, che David si era impegnato a lasciare in eredità ai posteri, che i suoi studi vennero vanificati. Seguendo la regola numero uno della tassonomia – domandarsi chi è il parente più prossimo di chi – e concentrandosi sulle novità evolutive presenti nei vari esemplari, i cladisti riuscirono a svelare novità sorprendenti, come che i funghi siano parenti più stretti degli animali che delle piante e che le balene appartengano alla stessa famiglia dei cervi, per esempio. Soprattutto, però, conclusero che i pesci non erano una legittima categoria di creature, e che per anni gli scienziati avevano chiuso in quel termine un infinito universo di sfumature.

Obiettivamente, anche per uomo non di scienza è strano dire che i pesci non esistano, trattandosi di una di quelle nozioni elementari che nessuno ha mai neanche pensato di mettere in dubbio. Eppure il grande consiglio della Miller è proprio questo: per andare avanti bisogna rinunciare ai pesci, ossia prendere tutti gli schemi prefissati che ci hanno sempre accompagnato – o che ci siamo costruiti – e ammettere che potrebbero essere fasulli, imparare a guardarli con dubbio, capire che si reggono su un’arbitrarietà che dobbiamo sempre essere pronti a veder crollare. A insegnarlo, in fin dei conti, è la storia:

Così era successo con le stelle. Alcuni erano rimasti terrorizzati dalla rinuncia alle stelle. Li faceva sentire troppo piccoli e insensati, troppo privi di controllo. Non ci credevano. Se l’erano presa con chi aveva osato annunciarla. Quando Copernico rinunciò alle stelle lo condannarono per eresia. Quando vi rinunciò Giordano Bruno, lo misero al rogo. Quando fu Galileo a farlo, venne messo agli arresti domiciliari. Altri ne avevano tratto ispirazione per nuove invenzioni e progetti. […] Se oggi possiamo toccare con mano la Luna, lo dobbiamo ai loro sogni più sfrenati.

Con I pesci non esistono Lulu Miller vuole regalare al lettore quel che ha scoperto al termine del suo viaggio alla ricerca di una fede e di un motivo per restare in piedi. Un segreto inaspettato e a primo impatto assurdo, ma capace di renderci consapevoli che spesso le nostre scelte, sia di azione che di immobilità, non sono dettate che dalla paura – paura di perdersi, di essere travolti, di non avere alcun controllo sulla nostra vita.

La rinuncia ai pesci, lo story editing e la legge del tarassaco non sono che trucchetti utili a sconfiggere questa paura che non serve a niente, e ad accettare che molte cose non dipendono e non dipenderanno mai da noi e dalla nostra volontà. Se è vero, però, che non siamo in grado di controllare tutto quello che succede, è anche vero che il Caos primigenio ribolle di infinite possibilità. Avere paura e cercare riparo non ci difenderà e non fermerà l’accadere degli eventi; imparare ad accoglierli, invece, significherà crescere.

Bisogna ricordare che non è mai soltanto “tutto qui”, che dietro ogni regola c’è un re […] che una categoria è nella migliore delle ipotesi un surrogato; nella peggiore un giogo.

Al termine del libro, date queste considerazioni, al lettore non resta forse che da chiedersi che cosa sia meglio: raggiungere queste consapevolezze e costruirci sopra un’esistenza serena, o avere lo stesso destino di David Starr Jordan, che in vita ha goduto di tutti i riconoscimenti possibili e resterà eternamente inconsapevole dell’inesattezza dei suoi studi, non assaggiando mai la sconfitta?

La risposta non è importante: neanche questa, in fin dei conti, è una scelta che ci spetta.

(E in sottofondo Doris Day: que sera sera, whatever will be will be, the future’s not ours to see, que sera sera).

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