Semiosi del wrestling

di Niccolò Protti


Il wrestling è finto e lo sanno tutti. Tuttavia, la finzione della disciplina è diversa rispetto a quella che si percepisce a primo impatto e, dunque, ci sono dei concetti da chiarire. Anzitutto, è opportuno capire cosa sia il wrestling. Secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani, il wrestling è un

genere di lotta, derivato dalla lotta libera con l’aggiunta di prese e manovre acrobatiche provenienti per la maggior parte da varie arti marziali. Il w. viene praticato da atleti professionisti che si affrontano in incontri dall’esito prestabilito, nel corso dei quali si esibiscono in azioni spettacolari.

Questa descrizione è fondamentalmente esattama non centra la questione. Partiamo da un presupposto: il wrestling è qualcosa che non si afferra subito, ma che ha bisogno di pazienza. Dapprima si può essere catturati dalle mosse (finte), dalle prese (finte), dai calci e dai pugni (finti), dall’entusiasmo del pubblico nelle arene (vero), dai look esagerati degli atleti e delle atlete. Poi però non basta più, perché il fan di wrestling non occasionale sa che le mosse sono finte, sa che l’esito degli incontri è predeterminato, sa che sta vedendo qualcosa di imparentato con la soap opera. Eppure continua a guardare, perché ha avuto la pazienza necessaria in primo luogo per capire e poi per apprezzare.

Ciò che il fan ha compreso è che ridurre il concetto di wrestling ai soli incontri è un errore grossolano che pregiudica le valutazioni successive. Suonerà strano a chi non è avvezzo alla disciplina (e come una spiegazione dell’ovvio a chi invece mastica wrestling), eppure dietro ai singoli match ci sono delle storyline – cioè delle trame più o meno lunghe, più o meno complesse costruite sulle scritture di personaggi proprio come accade per i libri, per i film o per le serie tv – le quali funzionano in modo tale che poi i match, per citare una frase esemplare di uno dei wresler più famosi al mondo, Chris Jericho, non si riducano «a due uomini in mutande che rotolano su un ring».

Da questo si capisce come il wrestling possa formalmente essere paragonato ad un film e gli incontri alle scene clou: il punto è che se lo spettatore non conosce il come e il perché siamo giunti al momento topico non sarà poi in grado né di riconoscerlo né di dargli la giusta importanza. 

La natura dei match di wrestling poi, prescindendo dal filone narrativo principale che fa da spinta propulsiva, si configura effettivamente come nella definizione Treccani, ovvero un cocktail di sport e spettacolo. Resta da capire, però, in che percentuale.

È il 1957 quando Roland Barthes pubblica Miti d’oggi (in Italia per i tipi di Einaudi), una raccolta di testi scritti tra il 1954 e il 1956 che, come l’autore precisa nella premessa, sono il tentativo «di riflettere sistematicamente su alcuni miti della vita quotidiana francese». L’intento di Barthes – che si basa sulla convinzione che «il mito è un linguaggio» – è quello di analizzare, attraverso un approfondimento delle intuizioni semiologiche di Ferdinand de Saussure contenute nel Cours de linguistique générale (1916) vari esempi di quelli che lui definisce “miti contemporanei” (dal viso della Garbo, a bistecca e patatine, dalla Letteratura al Tour de France) col fine ultimo di demistificarli. L’esempio che troviamo in apertura all’opera si intitola Il mondo del catch e raccoglie le riflessioni dell’autore sul wrestling.

Roland Barthes esegue una Frog Splash

«Certe persone», scrive Barthes all’inizio del saggio, «credono che il catch [termine che viene utilizzato dall’autore per indicare il wrestling] sia uno sport ignobile. Il catch non è uno sport, è uno spettacolo […]» e per giunta «[…] uno spettacolo eccessivo. Vi troviamo un’enfasi che doveva essere quella dei teatri antichi». Questo discorso è tanto semplice quanto fondamentale: il centro di attenzione del wrestling (inteso come match di wrestling) non è lo sport-verità, ma lo spettacolo, il lato dell’intrattenimento. Questo approccio può sembrare molto simile a quello della definizione Treccani, tuttavia nell’utilizzare gli stessi elementi ne cambia l’ordine e, di conseguenza, ne altera il senso. Anteporre l’entertainment al lato sportivo significa aver capito quale sia l’idea trainante, ovvero, ancora una volta, la capacità di raccontare qualcosa. 

Per mettere in risalto questo aspetto (che è il fulcro di tutto l’intervento) Barthes posiziona il wrestling sullo stesso piano del teatro classico e lo fa dando importanza alla gestualità e al corpo:

nel catch non c’è problema di verità come non c’è a teatro. In questo come in quello, quanto ci si aspetta è una raffigurazione intelligibile di situazioni morali abitualmente nascoste. Questo svuotamento dell’interiorità a vantaggio dei suoi segni esteriori, questo esaurimento del contenuto nella forma, è il principio stesso dell’arte classica trionfante. Il catch è una pantomima immediata […] perché il gesto del lottatore non ha bisogno di nessun racconto, di nessuno scenario, in una parola di nessun rimando, per apparire vero.

Credere nelle dinamiche del wrestling significa immergersi in una realtà altra, fatta di gestualità gonfia e prese barocche portate all’eccesso che trovano il loro senso di esistere – o meglio, di apparire – perché rappresentano qualcos’altro. È proprio per questo che il wrestling è considerato un “mito contemporaneo”, perché si configura come quello che il critico francese chiama un «sistema semiologico secondo», ovvero un linguaggio che vale per qualcos’altro.

(I match – per fare un salto nella contemporaneità e quindi dimostrare come dagli anni ‘50 la situazione sia evoluta – possono essere in realtà considerati un sistema semiologico terzo: uno show di wrestling, nella sua concezione attuale, è formato da un complesso di trame le quali costituiscono un sistema semiologico secondo. Queste trame sono a loro volta portate avanti attraverso svariate modalità narrative tra cui, ovviamente, i match; questi ultimi, raccontando già di per sé una storia, sono a tutti gli effetti un sistema semiologico secondo all’interno del sistema semiologico secondo rappresentato dall’intero show.)

L’equazione del vale per di Barthes regge perché si basa su un accordo tacito tra l’azione e i fruitori dello spettacolo: ciò a cui si assiste non è vero in assoluto ma è verosimile, il tutto semplicemente perché, saussurianamente parlando, significa all’interno di quel determinato codice:

il pubblico si disinteressa altamente di sapere se l’incontro è truccato, e ha ragione; si abbandona alla prima virtù dello spettacolo, che è quella di abolire ogni movente e conseguenza: non gli importa ciò che vede ma ciò che crede. 

E poi prosegue con un’affermazione assolutamente fondamentale per capire l’intera concezione di wrestling: «lo spettatore non si interessa al consolidarsi di un successo, aspetta l’immagine momentanea di certe passioni». Quando vediamo due lottatori/lottatrici su un ring in un qualsiasi altro sport da combattimento vero (ma lo stesso ragionamento può essere esteso in generale a tutti gli sport) il nostro interesse è rivolto verso il risultato e solo dopo, eventualmente, al come il risultato sia maturato. Nel wrestling – come detto in precedenza – il discorso è pressoché opposto. L’esito del match è sì importante ma non così fondamentale agli occhi del fruitore: c’è un favorito per cui tifare e qualcuno da “odiare”, tuttavia il fan smart è in grado di riconoscere la rilevanza del risultato o, ancora meglio, sa che il risultato è stato predeterminato in funzione della storia che vuole essere raccontata da chi scrive gli show. Il fine è, con le parole di Barthes, «una sorta di piacere intellettuale nel veder funzionare così perfettamente i meccanismi della morale», un raggiungimento del reale frutto del linguaggio-wrestling, ovvero quella «immagine momentanea di certe passioni» che fa del wrestling qualcosa che si avvicina alla «perfezione di un’iconografia».

Ed è chiaro che, per raggiungere questo scopo, un ruolo fondamentale sia giocato dal fattore umano, la capacità del(la) wrestler in qualità di persona fisica in grado di incarnare doti motorie e recitative col fine creare una connessione col pubblico. Uno degli aspetti più controversi che lo spettatore occasionale riscontra è proprio dovuto al tipo di interpretazione che viene fornita: movenze eccessive, esagerate, plateali, che molto facilmente portano a formulare l’opinione del “fenomeno da baraccone”. Eppure la criticità si trova esattamente qui: il wrestling deve essere sovraesposto, deve essere aumentato per risultare efficace. Lo spiega magistralmente Barthes in uno dei suoi numerosi paragoni col mondo del teatro delle maschere:

il catch espone il dolore umano con tutta l’amplificazione delle maschere tragiche: il lottatore che soffre sotto l’effetto di una presa ritenuta crudele […] presenta la figura eccessiva della Sofferenza, […] lascia vedere il volto esageratamente deformato da un’afflizione intollerabile. Si capisce che nel catch il pudore sarebbe fuori posto, in contrasto con l’ostentazione programmatica dello spettacolo, con quella Esposizione del Dolore che è la finalità stessa del combattimento.

Il/la wrestler supera la concezione della persona che rotola su un ring e si fa non solo attore/attrice ma, attraverso la propria performance, anche veicolo di significazione per raggiungere la completezza del segno-wrestling.

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