Avere poco fiato

In copertina: foto di Irene Tempestini, scattata a Villa Rospigliosi, Lamporecchio.

di Sofia Frigerio


Nella casa di riposo in cui lavoro, come in tutte le case di riposo, quando muore un ospite bisogna andare a constatarne la morte. Poi, mentre gli infermieri fanno un elettrocardiogramma, si compila il modulo ISTAT e un altro modulo, che va consegnato alle pompe funebri e in cui bisogna specificare il motivo per cui si dispone la chiusura della cassa prima che siano passate 24 ore dalla morte. Sul primo modulo che ho compilato ho scritto “sospetta infezione Covid-19”, ma l’impresario delle pompe funebri me l’ha fatto restituire da un infermiere perché aggiungessi “chiusura immediata della cassa”. Poi, mentre il telefono continua a squillare, con la mente contratta dalla stanchezza cerco nella cartella del defunto le sue informazioni anagrafiche; annoto indirizzi, date e luoghi di nascita, e sono nomi di paesi delle mie parti (Esino Lario, Oggiono, Alserio), paesi quasi sempre con un lago, o vicino a un lago, e riesco a vedere la cascina dove la signora Ada è nata novantadue anni fa, in primavera, con le galline che scorrazzavano nel cortile e la luce calda di un tardo pomeriggio. Faccio tutto il più in fretta possibile, perché intanto il telefono squilla ed è già tardi e ci sono ancora tutti i diari dei pazienti da compilare; ci metto venti minuti in tutto, cercando con cura di non pensare che questi venti minuti distratti siano l’unico e ultimo tributo che posso rendere alla signora Ada e ai suoi novantadue anni di vita. Poi infilo l’elettrocardiogramma piatto in una busta trasparente e metto la sua cartella in cima alla pila di quelle da archiviare.

Sono giorni che la signora Elsa, che è in buona salute a parte gli esiti di una frattura al bacino che le ha accorciato la gamba di un paio di centimetri, mi chiama per dirmi che ha uno strano prurito dietro le spalle, o che di notte sente dei gorgoglii alla pancia, o che l’occhio sinistro le brucia e non smette di lacrimare. Io allora la liquido in pochi minuti e scappo a prendere il suo foglio della terapia, aggiungo qualche goccia di collirio o dei fermenti lattici per l’intestino mentre cerco di ricordarmi cosa stessi facendo prima che mi interrompesse. Ieri per la prima volta l’ho trovata seduta sulla sedia accanto al letto. Aveva un golfino sulle spalle e una camicia da notte di cotone con le roselline, una coperta piegata sulle gambe che parlando ha sollevato per mostrarmi le cosce nude in una pelle quasi trasparente. Sorrideva molto, prima di mettersi a piangere come un uccellino e confessarmi, mentre mi diceva di suo figlio che non poteva tenerla a casa e di quell’altro figlio che era morto, che le prende ogni tanto qualcosa (e si portava una mano alla gola, al petto), qualcosa che la prende proprio lì e non passa, e non sa come dirlo ma si sente così sola, ecco, sì, si sente sola. Lo dice e poi quasi mi sorride per scusarsi, come se avesse detto qualcosa di sconveniente. Io intanto penso che la signora Elsa pesa sicuramente meno di quaranta chili e che in nessun momento, nei giorni precedenti, mentre mi affannavo a capire che collirio prescriverle, mi aveva mai sfiorato l’idea che volesse solo parlare con qualcuno e che quel qualcuno, per circostanze sfortunate, era un essere informe e frenetico in una tuta di plastica di cui si vedevano solo gli occhi, coperti anche quelli da una visiera. 

I pazienti non possono uscire dalle loro camere, tranne quelli del primo piano che possono ancora pranzare nella sala comune. Si è deciso così da quando ci sono stati i primi casi di febbre, verso la metà di marzo. Già a fine febbraio le attività ricreative erano state sospese e i parenti non potevano più accedere alla struttura. Spesso al mattino ne incontro qualcuno, spaurito, fuori dalla porta d’ingresso, con in mano una borsa piena di biancheria pulita: aspettano di passarla al braccio della segretaria che si sporgerà per prenderla dalla porta a vetri. Altre volte il passaggio avviene nel verso opposto ed è quando vengono i parenti a ritirare la borsa con gli effetti personali del defunto.

La signora Rita è a letto da molti giorni perché lei e la sua vicina hanno avuto la febbre. Non è mai stata sposata e non ha figli. Oggi mi ha chiamato suo nipote, l’unico parente segnato alla voce “Persone da contattare in caso di necessità”. Mi ha detto che abita a Reggio Emilia e che per questo già prima della chiusura non poteva venire quasi mai a farle visita. Gli ho detto che sua zia stava bene e che gliel’avrei salutata; e così ho fatto, dopo qualche ora e senza nemmeno mettermi la tuta, perché non avevo voglia di cambiarmi per l’ennesima volta. Quando sono entrata nella sua stanza, lei aveva lo sguardo fisso sulle ginocchia piegate davanti a sé e un’espressione tranquilla, le labbra schiuse in un leggero sorriso. L’ho chiamata per nome ma non ha reagito, allora le ho toccato la spalla e lei mi ha guardato sorpresa ma come una persona che cogli nel mezzo di una fantasia piacevole. Comunque è stato un errore non mettermi la tuta, perché mentre ero lì la signora Rita non ha smesso un attimo di tossire, ripetendomi che non dovevo preoccuparmi perché lei è soggetta alla tosse e ringraziarmi per averle detto di suo nipote Giovanni, le aveva fatto un gran piacere sapere che aveva chiamato. Io più tossiva e più indietreggiavo, senza smettere di sorriderle per compensare la mia ritirata e sperando che potesse indovinare il mio sorriso dalla piega degli occhi. Sono uscita e ho cercato di capire perché sentissi questa stretta nella gola e poi ho capito che non era la sua felicità mite per la chiamata, non era nemmeno l’espressione in sé e per sé, quell’espressione beata e assorta di prima che le toccassi la spalla; no, era soprattutto il non sapere da quanto tempo fosse ferma così e la possibilità concreta che lo fosse da molto tempo. E anche, ma questo l’ho capito solo questa sera, ora che mi sforzo di rivederla per capire il mio malessere, il non sapere che cosa vedesse, mentre si guardava le ginocchia con gli occhi ben aperti e senz’ombra di disperazione. 

Sulla tovaglietta di carta che copre il vassoio su cui viene servito il pranzo, la signora Olga, 82 anni e il corpo paralizzato a metà da un ictus, ha scritto una poesia coi pennarelli, cambiando colore e alternando il corsivo allo stampatello secondo un pattern che non identifico ma che sono certa non sia casuale. Me la recita con rabbia e la voce ferma e grave di chi è abituato a recitare in pubblico le proprie poesie. Gli ultimi versi dicono: vivere col coronavirus / non è gradevole / xkè nemmeno l’aria si può respirare… / poveri bimbi forse loro si divertono / divertono con le / mascherine.

La signora Ines sta morendo da diversi giorni. Ha il letto vicino alla finestra, da cui si vede il fiume Lambro che a quel livello è un piccolo torrente in discesa, con rocce piatte che sporgono dalla superficie. Su una di queste rocce c’era ieri un airone cinerino che saggiava con la zampa l’acqua gelida e poi la tirava fuori senza decidersi a far nulla. Dall’altro lato del Lambro c’è il giardino di una grande villa, di quelle che le famiglie benestanti di Milano facevano costruire in queste zone per venirci in villeggiatura il fine settimana e durante l’estate. Mi dice che ha sete, e questo non è strano perché la maschera dell’ossigeno asciuga le labbra e le mucose della bocca. Le tolgo la maschera e le avvicino la borraccia, dove hanno messo un addensante così che non le vada di traverso, perché fa fatica a deglutire e da diversi giorni non mangia più. Succhia quell’acqua gelatinosa che non si capisce bene di che colore sia perché la borraccia è di plastica azzurra, ma una volta l’ho vista in un bicchiere ed era arancione brillante e grumoso. La signora Ines mi dice qualcosa che non capisco, ha la bocca storta e le parole le escono senza fiato; mi avvicino alla sua bocca senza mascherina da cui le particelle del virus escono a fiotti riempiendo lo spazio che ci separa e poi si disperdono come pulviscolo nella stanza illuminata dal pomeriggio. Me lo dice accennando alla finestra, fa ruotare il collo grinzoso e poi torna con lo sguardo su di me e la ripete di nuovo, la frase con cui ha scelto di sprecare il suo preziosissimo fiato e sprecarlo tre volte finché io, sempre più vicina alla sua bocca, capisco bene e una volta per tutte, che lei, vedova di 89 anni, con tre figlie che ogni giorno mi chiamano a rotazione per sapere come stia la loro madre che non possono vedere, vorrebbe scendere di sotto e bere alla fontana

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