La colpa è donna

Immagine in copertina: Nudo di schiena, Egon Schiele, 1917

di Roberta Donato


A proposito della genesi del suo romanzo, Tolstoj affermò di avere immaginato, mentre era sdraiato sul divano, un “nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico”, e da questo particolare quanto mai affascinante, quasi come se fosse una suggestiva sineddoche, derivò il resto del corpo, dell’animo, della storia e del mondo di Anna Karenina.

Quando la sua protagonista prese forma, lo scrittore la connotò di una particolare “vitalità impressa sul suo viso” e di un disperato desiderio di essere felice, davanti al quale però, pose un limite ontologico: la colpa.

Nel suo saggio di prefazione all’edizione Einaudi del romanzo, Natalia Ginzburg scrive: “In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità. Accanto ad Anna e a Vronskji, che non possono essere felici insieme, vediamo come Levin e Kitty ottengono (…) quello che è negato agli altri due”.

Kitty è il personaggio femminile principale dopo la protagonista. E’ una giovane donna di bell’aspetto che si affaccia per la prima volta alla società, all’amore. Conosce l’affascinante conte Vronskji e cade vittima di una forte infatuazione, credendo di aver trovato in lui la chiave della felicità futura. Ma i suoi sogni sono destinati ad essere infranti dall’attrazione che si innesca tra Anna e il conte.

Kitty vede sgretolarsi sotto i suoi occhi l’inconsistente felicità della vita da pupilla dell’aristocrazia; prende coscienza per la prima volta del risvolto della medaglia, della natura apparente ed illusoria della passata condizione, e piomba nell’infelicità più nera:

Per Kitty ogni cosa, il ballo, il mondo intero si coprì di nebbia. Solo la dura scuola a cui era stata educata le consentiva di trattenersi e la costringeva a fare quello che si pretendeva da lei, cioè ballare, rispondere alle domande, parlare e persino sorridere. Ma prima dell’inizio della mazurka (…) Kitty fu presa da un attimo di disperazione e terrore.

Tolstoj salva Kitty dall’infelicità grazie all’unione con Levin, che permette loro, esenti da colpe, di ottenere quello che è negato agli altri due. Anna, invece, non ha vie d’uscita: essere colpevole di adulterio la inserisce in un circuito distruttivo che culmina inevitabilmente nella tragedia. Non esiste un istante per lei in cui la felicità non è accompagnata dal suo contrario, e questa compresenza trova la sua ragion d’essere nella colpa. Ogni spiraglio di felicità è oscurato dal senso di colpa, una colpa così opprimente ed inesorabile da pendere come un’ascia sul suo capo fino a quando non le ricade addosso in maniera definitiva.

– A che pensavate?

-Sempre a una sola cosa – ella disse con un sorriso. 

Ella diceva la verità. Ogni volta, in qualunque momento, le avessero domandato a cosa pensava, poteva rispondere senz’errore: a una cosa sola, alla sua felicità e alla sua infelicità.

Anna si uccide consumata dal suo stesso desiderio di felicità, per liberarsi di questa pulsione così istintivamente umana, e pagare il proprio debito nei confronti della vita, pagare la colpa di aver voluto essere felice. Tolstoj infligge alla protagonista del suo romanzo la più severa delle condanne, ma non tralascia di far conoscere ogni più minuto dettaglio della sua serrata lotta interiore tra bene e male, e quanto più intimamente possibile la conflittualità del suo animo.

Per poco non scoppiò a ridere per la felicità che, senza una ragione, di colpo si era impossessata di lei. Sentiva che i suoi nervi, come corde di violino, si tendevano sempre più attorno ai perni che continuavano ad avvitarsi. Sentiva che i suoi occhi si spalancavano sempre più, che le dita delle mani e dei piedi si muovevano nervosamente, che nel petto qualcosa le fermava il respiro. (…) Veniva continuamente sopraffatta dal dubbio che il treno stesse andando all’indietro o in avanti o fosse fermo. (…) E io chi sono, sono io o sono un’altra? La spaventava lasciarsi andare a quest’oblio, ma qualcosa la attraeva e doveva decidere se cedere o resistere.

Tolstoj non racconta la storia di un’adultera che va incontro a una giusta punizione, ma quella di un essere umano che vuole disperatamente essere felice, senza riuscirvi mai completamente. Insieme ad Anna, si apprende che ogni passo mosso verso la felicità è un passo che ci avvicina anche al suo contrario.

Benché Anna Karenina sarà sempre un nome irrimediabilmente associato all’adulterio, azione deprecabile soprattutto sotto un profilo etico-morale, la complessità e la grandezza del suo personaggio sta proprio, paradossalmente, nell’essere definito dalla sua costante tensione etica e morale. Anna si interroga continuamente sulla fondatezza delle sue azioni, nessuno nutre più biasimo verso di lei di se stessa; non si concede un istante libero dal peso del peccato, e sarà sempre lei ad auto-infliggersi la punizione. Anna è inconsciamente convinta di non poter essere completamente felice, di non meritare la felicità a causa della sua macchia. Questo dualismo di felicità ed infelicità provocano in lei una scissione: è alienata sia da se stessa che dalla realtà.

Anna Karenina sviluppa il concetto cristiano della donna come peccatrice, rea addirittura del peccato originale, definita proprio dalla colpa. Ma la tradizione biblica, inevitabilmente, richiama alla mente il modello letterario per eccellenza, quello omerico. Parlando di colpa e di tradimento, non si può non pensare all’adultera per antonomasia: Elena di Troia. “Omero è stato implacabile verso Elena quanto Tolstoj verso Anna”, scrive Rachel Bespaloff, e aggiunge: “Di colei che nel suo poema incarna il fato erotico Omero ha fatto la figura più severa, più austera. (…) Elena attraversa l’Iliade come una penitente. (…) Questa regale reclusa è la creatura meno libera, ancora meno libera della schiava”.

Come Anna, Elena era una madre ed una moglie, che abbandona la propria famiglia, la propria casa, la propria vita, il proprio mondo per amore. Entrambe rinnegano una vita sicura, ripudiano ogni certezza, per andare incontro all’ignoto. Entrambe sono mosse da una speranza priva di garanzia e dal desiderio di voler essere felici. Ed è proprio questo desiderio che causa loro la maledizione di essere ricordate per il tradimento, per la colpa di aver voluto cercare la felicità in un mondo in cui anche la felicità è arbitraria dell’uomo.

Non molti fanno caso al fatto che Anna Karenina si apre con un altro adulterio, che ha molta meno risonanza di quello di Anna. Infatti, in questo caso, a commettere il peccato non è una donna, ma un uomo. Tolstoj offre la possibilità di confrontare le conseguenze di un tradimento commesso da un uomo e quelle di un tradimento commesso da una donna, e le conclusioni che si possono trarre, per un romanzo ambientato nell’Ottocento, non sono troppo differenti da quelle che purtroppo si potrebbero trarre anche oggi.

La protagonista entra in scena come eroina, chiamata a risolvere la situazione dal fratello che la prega di intercedere per lui presso la moglie: Anna, per ironia della sorte, è l’unica speranza affinché il tradimento venga perdonato. Dolly, la moglie del fratello, è una donna orgogliosa ed intelligente, ma sa che per preservare la sua felicità futura, e soprattutto quella della sua famiglia, è costretta a perdonare e dimenticare. Per questo, dà ascolto alla cognata, si riconcilia con Stiva, e la tragedia familiare, com’era consuetudine, si risolve nel giro di qualche giorno, senza alcuna ripercussione, nel silenzio, senza assurgere agli onori della cronaca. 

Quello che differenzia in modo più significativo la situazione del fratello da quella della sorella non è ovviamente la colpa, che è la stessa, ma il senso di colpa: completamente assente in Stiva, ed invece, dominante in Anna. A seguito del litigio con la moglie, l’uomo non faceva che ripetersi:

E la cosa peggiore è che sono io la causa di tutto, sono io la causa e non ne ho alcuna colpa.

Tolstoj redime completamente Stiva, preservandolo incolume da qualunque tipo di punizione:

Stepan Arkad’evic era un uomo onesto verso se stesso. Non poteva ingannarsi promettendo di pentirsi di ciò che aveva fatto.

Ma riserva alla sua protagonista un trattamento completamente diverso, condannandola ad un conflitto perenne, senza neanche permetterle di vivere la felicità fino in fondo, obbligandola a chinare la testa un tempo altera e allegra e ora piena di vergogna:

Lei si sentiva talmente colpevole e criminale che non le restava che umiliarsi e chiedere perdono.

Un’altra differenza sostanziale sta nel fatto che Anna viene confinata nella solitudine più totale e asfissiante, giudicata e disprezzata da tutti, scontando una pena che si auto infligge ed un isolamento che la società le impone, mentre il fratello vive delle dinamiche completamente diverse:

Nonostante Stepan Arkad’evic fosse del tutto colpevole nei confronti della moglie, (…) quasi tutti in casa, persino la bambinaia, la più fedele amica di Dar’ja Aleksandrovna, erano dalla sua parte.

Riflettere sul romanzo da questo punto di vista non restituisce solo un quadro realistico della radicata misoginia del contesto maschilista e patriarcale dell’Ottocento, ma apre soprattutto gli occhi su quanto perduri, da allora, nella stigmatizzazione di una donna adultera, di contro a quella complice e gioviale comprensione che nasce spontaneamente verso l’uomo che tradisce. 

Le modalità possono essere esattamente le stesse ancora oggi, ma si manifestano in maniera meno evidente, più sottile: la traditrice viene allontanata e biasimata da tutti, lasciata da sola a combattere con il suo atavico senso di colpa; mentre l’uomo viene giustificato dalla simpatia, anche in senso etimologico, che non manca di suscitare. 

A permanere è la tendenza per cui un uomo che cerca la felicità all’infuori del matrimonio non ha colpe, ma risulta impossibile tollerare che una donna faccia lo stesso. Si ritiene che un uomo abbia il diritto di essere felice anche se, per esserlo, deve commettere un’azione eticamente scorretta; mentre è assolutamente immorale che lo faccia una donna, alla quale si addice il sacrificio in nome dei valori familiari o di una fantomatica virtù femminile. E questo porta a dedurre che, nel mondo in cui viviamo, il diritto alla felicità sembra essere esclusivamente maschile, e quello che risulta lecito per un uomo, appare invece come la peggiore delle colpe per una donna. 

Ancora oggi, ad una donna non è concesso il desiderio di essere felice.

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