Paradiso perduto

Di Giulio Pecci 

Quando hanno iniziato a trapelare indiscrezioni sul nuovo progetto di Donald Glover (Childish Gambino nella sua carriera musicale) sembrava quasi una presa in giro: un film a tema musicale, girato a Cuba con lo stesso Glover e Rihanna protagonisti. Una premessa che un appassionato di black music contemporanea non avrebbe neanche osato immaginare nei suoi più sfrenati sogni.

Il suo nuovo film, Guava Island, è un inno alla libertà d’espressione, presentato nel modo perfetto per rimarcare il concetto: proiettandolo in anteprima al Coachella subito prima di salire sul palco come Childish Gambino e mentre veniva presentata una nuova collaborazione con Adidas a suo nome. Donald Glover è tra i pochi creativi contemporanei a potersi permettersi una tale libertà senza perdere quasi mai qualità e la propria personale cifra stilistica in tutto ciò che produce.

Attore, musicista, sceneggiatore, regista e chissà cos’altro in futuro, Donald Glover ha confezionato, con l’aiuto del fratello Stephen alla sceneggiatura, del fidato collaboratore Hiro Murai alla regia e di Rihanna come co-protagonista, una piccola perla di colore, movimento e suono. Purtroppo il film non è esente da difetti che forse non permettono di apprezzare appieno il mondo di interessantissime idee all’interno del quale Donald Glover si muove da sempre.

La storia ha luogo sulla fittizia isola di Guava, abitata da una popolazione a metà tra l’afroamericano, l’indiano e il cubano. Come spiegato all’inizio dalla lussureggiante voce di Rihanna, al di sopra di una coloratissima animazione, un tempo l’isola era un paradiso terrestre, grazie anche alla pregiata seta blu prodotta da speciali bachi da seta. Questo fino all’arrivo del capitalismo, rappresentato da Red Cargo, capo dalla “famiglia Rossa” che si appropriò della produzione di seta diventando a tutti gli effetti proprietaria dell’isola e datori di lavoro di tutta la sua popolazione. La gente è repressa e depressa, impossibilitata a godersi la vita su quello che rimane un luogo meraviglioso: “Viviamo in paradiso ma nessuno di noi ha il tempo o la voglia di vivere qui veramente” afferma Dani Moore, il personaggio interpretato da Glover. Dani è un idealista, musicista per passione e lavoro, innamorato di Kofi (Rihanna), della sua terra e della sua gente. Il film si apre la mattina della giornata in cui sta organizzando un festival musicale per la sera stessa, alla ricerca di una canzone che possa unire tutta la popolazione, ricordandogli la bellezza in cui si muovono tutti i giorni. Un atto di ribellione che Red Cargo contrasterà fino all’estremo.

Visivamente il film è una polaroid lunga cinquantacinque minuti. La regia e la fotografia sono simili a quelle dell’eccezionale serie tv firmata da Glover, Atlanta: Hiro Murai è infatti il regista della maggior parte degli episodi delle due stagioni, oltre che del video di This Is America. La patina analogica che avvolge le immagini dona una profondità ancora maggiore alle meravigliose inquadrature e al contrasto tra colori primari, regalando un’esperienza visiva appagante in modo quasi furbo, à la Wes Anderson. Ogni inquadratura sembra essere studiata per poter vivere di vita propria, ognuna potrebbe essere ammirata indipendentemente dal resto.

Tutta questa bellezza, contrapposta alla cruda trama, contribuisce a creare quel senso di realismo magico che è anche la nota distintiva di Atlanta, e di molti dei videoclip di Childish Gambino fin dall’inizio della sua carriera. Le scene si susseguono come in un sogno a occhi aperti, con il passare dei minuti che ci fa precipitare sempre di più all’interno di un mondo bellissimo, a volte confuso, di cui perdiamo il senso. Aspetto visivo e narrativo si intrecciano in modo originale: la scrittura della storia è rarefatta, i contorni sono sfumati, l’attenzione narrativa è solo su quello che sta succedendo in quel momento sullo schermo. La sensazione finale è quella di vivere un costante presente narrativo attraverso tutto lo svolgimento del film, qualcosa in cui Glover è bravissimo e che definisce il suo stile come autore di cinema e tv. Seppur pochi, i cambiamenti all’interno della trama sono vissuti da noi in prima persona, sono nascosti con bravura all’interno delle immagini e della musica, lasciando allo spettatore la possibilità di vedersi srotolare la storia davanti agli occhi insieme ai protagonisti. In ciò il movimento è un elemento fondamentale: Danny, il protagonista interpretato da Glover, non è mai fermo, corre in giro per l’isola da una parte all’altra e a noi sembra di seguirlo, di arrancare sempre un passo dietro di lui.  

Gli unici momenti di pausa sono quelli in cui la musica diventa assoluta protagonista. Donald Glover si serve di alcuni dei suoi più recenti brani come Childish Gambino, partendo dall’ormai globalmente famosa This Is America, passando per Summertime e Saturday, inserendoli all’interno dell’impianto narrativo in un modo che è allo stesso tempo naturale e “forzato”, con veri e propri momenti da musical a volte fin troppo sentimentali. La musica, in varie forme, è probabilmente la reale protagonista del lungometraggio: appare nella prima inquadratura in assoluto per chiudere poi l’ultima scena. Durante tutto il film non c’è momento in cui Donald Glover sia in scena e non stia suonando, cantando o ballando. È un peccato, invece, che al personaggio di Rihanna non sia stato concesso neanche un momento per esprimersi nello stesso modo: è una grande pecca che in un film prettamente musicale la protagonista femminile, interpretata da una delle più grandi pop-star del pianeta, non canti e non balli neanche in una scena.

La musica – per estensione l’arte – è soprattutto lo strumento di emancipazione dall’oppressione che affligge tutti gli abitanti dell’isola. Il tema dello sfuggire alle aspettative dell’industria dell’intrattenimento è sempre stato presente in Glover, fin dal primo disco ufficiale pubblicato come Childish Gambino, Camp del 2011. È comprensibile che il tema gli stia molto a cuore: chi come lui è riuscito a inserirsi in due delle serie comedy meglio riuscite degli ultimi anni (30 Rock come sceneggiatore e Community come attore), continuando a coltivare una carriera come musicista di grande successo arrivando a firmare come factotum una delle più innovative serie televisive di questo periodo (Atlanta), deve tenere molto alla propria libertà d’espressione. A questo proposito sarebbe stato semplicissimo far interpretare ad attori caucasici la famiglia di oppressori, nessuno avrebbe avuto da ridire niente.

La scelta di affidare il ruolo a personaggi che sono uguali in tutto e per tutto agli oppressi, dal colore della pelle agli strani accenti ibridi parlati, non può essere casuale. Glover è sempre stato un attento narratore delle questioni razziali insite all’interno della comunità afroamericana, affrontando il tema sia nell’ottica dei continui attacchi esterni di una società a tutt’oggi profondamente razzista, che dell’ostracismo e della tendenza all’autodistruzione interni alla stessa comunità nera americana. Gli stessi colori identificativi dei due gruppi sociali abitanti l’isola, il blu e il rosso, riportano alla mente la distinzione cromatica tra le due più famose gang losangeline, i Bloods (rossi) e i Crips (blu), nemici giurati fin dagli anni Sessanta. Ai tempi del suo primo disco come Childish Gambino, Glover aveva già avuto modo di scontrarsi con gli stereotipi (specificamente quelli relativi a mascolinità tossica e violenza, caratteristiche che a lui non sono mai appartenute) che sono all’interno della sua comunità d’appartenenza, parlandone diffusamente nell’album ( “Questi ragazzi neri vogliono qualcosa di diverso lo giuro, lo direbbero se non fossero imbarazzati, tutto ciò che faccio è fare roba che mi sarebbe piaciuta da ragazzo”)  e anche in alcuni pezzi di stand-up comedy.

Il discorso è diventato sempre più raffinato e complesso, trovando la sua massima espressione in Atlanta soprattutto nella seconda stagione, piena di riferimenti sottili (e magistralmente inseriti) alla Black Culture americana e alla sua storia, passata e presente. Inserendosi nel discorso della violenza e dell’autodistruzione, il finale del film è struggente se guardato alla luce del recente assassinio di Nipsey Hussle, il rapper californiano assassinato il 31 marzo scorso a soli trentatré anni. Come il compianto Hussle, il protagonista del film Dani viene ucciso a colpi di pistola, da uno scagnozzo di Red Cargo. Nipsey Hussle era una figura amatissima nella sua zona per una serie di atti di beneficenza e di investimenti nella sua comunità, un vero punto di riferimento per molti, così come Dani nel film, rispettato da tutti per la sua capacità di portare gioia e spensieratezza. Dopo la morte del personaggio, un’imponente processione coinvolge tutta la città, in una festa commovente che sembra sconfiggere la cattiveria dell’antagonista. Solo qualche giorno fa, a Los Angeles, più di ventimila persone si sono riversate per le strade per seguire il feretro di Nipsey Hussle, con la musica che non ha mai smesso di accompagnare l’ultimo saluto al rapper. Se Dani viene ucciso per essere andato contro il potere rappresentato da Red Cargo, i fan di Nipsey Hussle hanno immediatamente elaborato una teoria molto simile, secondo cui sarebbe stato addirittura il governo americano ad ordinare l’assassinio del rapper a causa di un controverso documentario sull’operato di un finto-dottore (tale Dr. Sebi) nel quale si sarebbero però sollevate pesanti accuse al governo circa l’aver tenuta nascosta la cura per l’HIV/AIDS. Poco più che teorie cospirazioniste, ma che regalano un’ulteriore aderenza tra le due storie.

Questo non vuol dire che Donald Glover sia un veggente, ma conferma ulteriormente la sua eccezionale capacità narrativa e di aderenza alla realtà in modo creativo e affatto didascalico. Nel film, Glover esplora ancora una volta il particolarissimo punto di vista da cui ha deciso di commentare la sua comunità d’appartenenza, quel suo stare dentro e fuori allo stesso tempo (proprio come il suo personaggio in Atlanta), esaltandone gli aspetti più virtuosi e difendendola a spada tratta dagli attacchi esterni, ma contemporaneamente portando avanti una severa critica interna.

In Guava Island, Glover sembra aver cercato il modo di declinare queste tematiche a un pubblico ancora più ampio, in modo più soft e pop. Purtroppo spesso il film si perde in una retorica a tratti banale («L’America è un concetto. Qualunque posto in cui per diventare ricco devi far diventare ricco qualcun altro è l’America»), in sentimentalismi scadenti, in una costruzione dei personaggi totalmente piatta che finiscono per soffocare una sottotrama interessante: Rihanna è ridotta a una figurina adorante e preoccupata per il suo uomo, l’altra importante attrice presente (Laetita Wright, star di Black Panther e Black Mirror) è poco più che una comparsa. Le stesse meravigliose inquadrature finiscono per risultare quasi più interessanti di ciò che sta accadendo sullo schermo. L’attenzione è quindi completamente sul personaggio di Glover che rimane comunque niente più che un simbolo, un feticcio rappresentante gioia e passione, ma privo di qualunque tridimensionalità.

In definitiva, Guava Island potrebbe essere un lunghissimo videoclip musicale (come lo ha definito Pitchfork), o una puntata tropicale e annacquata di Atlanta. Chi ama e conosce a trecentosessanta gradi la produzione di Donald Glover non rimarrà deluso, ritrovando i temi che il creativo ha fin qui trattato, uniti a una perfezione estetica che ancora non aveva raggiunto e alla sua musica, che è sempre una gioia ascoltare. Viste le paradisiache premesse iniziali, rimane comunque un po’ di amaro in bocca per non aver assistito a qualcosa di più strutturato e importante a livello di scrittura, che rimane la dote forse più originale di Glover.

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