L’illusione della partecipazione

Di Francesca Lombardi.

L’interattività rischia di diventare gioco fine a sé stesso se non viene sfruttata nella sua capacità politica. Bandersnatch  ne è un esempio: il coraggio di abbracciare una riflessione più profonda viene impossibilitato, davanti a Black Mirror diventiamo partecipanti codardi. Il teatro di Roger Bernat, pur utilizzando questa dinamica, carica lo spettatore di capacità reattiva.

Bandersnatch, film interattivo della serie distopica Black Mirror, propone un nuovo modello di formato televisivo seriale, dando la possibilità allo spettatore di interagire direttamente, modificando il corso della narrazione: ogni scelta presa influenza la storia consegnando la narrazione a diversi finali e “finalini”. Il gruppo catalano FFF (The friendly face of Fascism), diretto da Roger Bernat, propone una modalità differente di teatro, in cui lo spettatore non è più limitato nell’atto di guardare ma partecipa attivamente, diventando spett-attore. Guidati da dispositivi tecnologici che variano a seconda dello spettacolo (cuffie nel caso di Domini Public, schermo e telecomandi interattivi nel caso di Pendiente de Voto), i partecipanti si ritrovano a dover decidere autonomamente del corso dell’opera che, mantenendo una struttura sostanzialmente anti-narrativa, guida il pubblico attraverso un’esperienza non solo artistica ma politica.

Due linguaggi diversi per due diverse modalità di sviluppare il concetto di interattività, che si differenziano nelle modalità (obbligate dai diversi mezzi) e si somigliano nel risultato artistico finale. Sia per Bandersnatch che per il teatro di Bernat allo spettatore viene data unicamente l’illusione della libertà di scelta.

Stefan, il protagonista del film interattivo, viene comandato dalle nostre scelte, tant’è che realizza di non essere libero, percepisce la nostra presenza. Questo espediente narrativo non rende emancipato lo spettatore: ci troviamo bloccati in una dinamica che non abbiamo deciso autonomamente ma che subiamo, esattamente come Stefan. Il padre deve morire, Stefan deve uccidere. Non possiamo fare altrimenti, non possiamo salvare o proteggere il protagonista, la sua fine è già scritta, anche se con diverse sfumature. I diversi piani della narrazione risultano inglobati nella cornice-ombrello della cospirazione: utilizzando un leitmotiv di cartesiana memoria, la libertà individuale viene messa in dubbio. “Continuate a credere di vivere liberi”, sembra gridarci Black Mirror, non senza caricare i suoi contenuti di spettacolarità, coerentemente al mezzo televisivo.

Negli spettacoli di Roger Bernat, vuoi anche a causa del mezzo teatrale intrinsecamente diverso da quello televisivo, l’operazione viene ancora più esasperata. La partecipazione è concreta, il mezzo teatrale annulla la divisione spettatore-opera data dallo schermo del pc, i partecipanti si trovano ad agire, uno di fianco all’altro, senza vie di scampo. Prendiamo come esempio Domini Public, a cui io stessa ho assistito (uso questo termine deliberatamente, in quanto, come vedremo più avanti, nonostante gli attori siano di fatto gli spettatori, rimane uno spettacolo in primis da essere visto). In Domini Public agli spett-attori vengono consegnate un paio di cuffie isolanti da cui una voce gentile ma distante impartisce ordini mascherandoli da domande, in un gioco che, man mano che lo spettacolo si compie, si trasforma da divertente esperimento a ragionamento sulle dinamiche sociali, sull’individualità nella collettività, sul potere, la repressione e la scelta. Nonostante la partecipazione, lo spett-attore si trova a seguire uno schema orchestrato perfettamente dal regista e a dover rispondere, in maniera immediata, a domande che via via scavano all’interno dell’etica individuale, fino a non lasciare più scelta. La richiesta, da libera risposta (ma pur sempre binaria: affermativa-negativa), diventa imperativo. Nel finale i partecipanti vengono condotti davanti ad una teca in cui sono esposte delle miniature raffiguranti lo spettacolo a cui hanno appena preso parte: la visione straniata delle azioni consegna amaramente allo spettatore la consapevolezza di non aver preso parte a nulla di innocente, le dinamiche di potere vengono suggellate dalla rappresentazione visiva delle stesse (ed è qui che lo spettacolo si realizza come opera da essere vista). Altre domande, non più esplicitamente rivolte, semplici ma complesse vengono consegnate ai partecipanti: siamo veramente liberi? È facile scegliere la parte giusta? Comunichiamo realmente con gli altri? L’opera di Roger Bernat usa la partecipazione come mezzo per svelare i meccanismi contorti che comandano la nostra società; dando l’illusione della libertà di scelta, ottiene di rimando un potentissimo ragionamento sulla vita, le sue costrizioni e l’incapacità umana di creare una vera comunità sociale.

Bandersnatch e Domini Public giocano sull’illusione per creare nello spettatore consapevolezze. L’interattività dischiude scenari intrinsecamente opposti al suo stesso significato, eliminando la reciprocità comunicativa dai suoi intenti: lo spett-attore non comunica su un piano di parità con la narrazione in cui viene inserito ma subisce la volontà del creatore. La differenza, tra Bernat e Black Mirror, è negli esiti che produce questa passività-interattiva. La nuova trovata pubblicitaria Instagram di Netflix Italia, The Black Game, non va che a confermare e sigillare questa differenza. Per un giorno intero, tramite i sondaggi nelle Instagram Stories, era possibile “comandare” la vita di un ragazzo e assistere live alle conseguenze delle scelte degli utenti. Dopo varie scene tra il ridicolo e l’insignificante, l’evento si conclude con una voce femminile camuffata che pronuncia queste frasi: “Dentro questi specchi, per quanto neri, avete preso decisioni terribili per uno sconosciuto. Avete giudicato, commentato e odiato. Per alcuni abbiamo oltrepassato il limite, per altri, non l’abbiamo neanche sfiorato. Chi ha pensato che fosse tutto finto, chi fin troppo vero. Ognuno di voi ha cercato il proprio Black Game attaccato, per tutto il giorno, a uno schermo. Quindi, vogliamo farvi un’ultima domanda: siete sicuri di aver avuto davvero il controllo?”. La mia conclusione combacia con la voce alterata della donna: non abbiamo avuto il controllo. La scelta binaria tipica dei sondaggi di Instagram non permette una vera libertà di azione, ancora una volta abbiamo seguito un pattern precostruito, non prendendo troppo sul serio quello che stavamo facendo. La volontà di colpire e impaurire è superiore alla volontà di (ri)fare di Black Mirror (dico rifare perché da quando la serie è diventata di produzione americana ha perso l’incisività che contraddistingueva le stagioni di produzione inglese) una serie distopica che analizzi le pieghe e le oscurità del futuro prossimo nella nostra società neoliberista. Che cosa avviene quindi? Le logiche di mercato televisive non permettono, proprio perché portate avanti dal guadagno immediato che piattaforme come Netflix consentono, di utilizzare modalità nuove senza svuotarle di contenuto politico. Il substrato di Black Mirror rimane quello angosciante della distopia ipermoderna, ma il risultato fruito viene disinnescato. Coerentemente alle logiche che governano il sentimento pubblico di questi decenni, la riflessione viene appiattita e svuotata. Non innesca ma disinnesca reazioni. Non essendo progettata per essere fruita in un contesto comune, ma al contrario finalizzata ad un consumo comodo, solitario e inframmezzabile, perde di capacità riflessiva. Il teatro sfugge da questa logica perché, proprio per la sua natura effimera e in presenza, rivive nella mente di chi l’ha visto. La passività dello spett-attore di Roger Bernat è vera nel gioco a cui prende parte ma si attiva nel momento in cui costringe a ragionare sulla stessa natura del teatro e nel ricordo dello spettacolo stesso. Non fruendo in solitudine delle dinamiche del gruppo catalano veniamo spinti ad una consapevolezza comunitaria delle meccaniche proposte, partecipiamo e quindi, anche se non direttamente, dialoghiamo e creiamo contatti con gli altri. Nell’atto stesso di esserci, facciamo un passo avanti nella consapevolezza e nel superamento della solitudine individualista che caratterizza la nostra società.

Che senso ha, in conclusione, presentare un prodotto come Black Mirror ma non portarlo a compimento?

 

 

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