Sotto lo schermo dell’iPhone

di Alessio Giacometti


La maggior parte degli smartphone in circolazione viene assemblata dalla Foxconn, negli ultimi anni denunciata a più riprese per i metodi oppressivi di sfruttamento della forza lavoro e per il numero anomalo di suicidi registrati tra gli operai. Nulla è però cambiato, nonostante la crisi commerciale che sta investendo le aziende committenti come la Apple.

Lo smartphone è con tutta probabilità l’artefatto più importante degli ultimi dieci anni, se non altro per la prodigiosa diffusione globale di cui è stato protagonista. Dal 2008 al 2018, il business dei telefoni “intelligenti” è cresciuto a un ritmo entusiasmante, senza flessione alcuna nemmeno negli anni più bui della recessione globale. Solo nell’ultimo anno la concorrenza sempre più spietata tra i maggiori produttori mondiali ha portato al raggiungimento dello smartphone plateau, la completa saturazione del mercato che il 2 gennaio scorso ha costretto l’amministrazione delegato della Apple Tim Cook a scrivere una lettera agli investitori per annunciare la revisione al ribasso delle stime sui ricavi previsti nel primo trimestre del 2019, con il titolo azionario della Mela che il giorno seguente si è visto bruciare un 10% di quotazione in borsa.

E pensare che nell’itinerario esoterico e transnazionale che dal nuovo progetto di design conduce agli scaffali del consumo, gli smartphone dei brand concorrenti transitano quasi tutti da uno dei 230 stabilimenti produttivi del medesimo fornitore, la Foxconn, colosso multinazionale dell’elettronica B2B e tra le prime tre corporation al mondo per numero di dipendenti, assieme a Walmart e McDonald’s. Secondo l’ultima rilevazione utile, sarebbero oltre un milione i dipendenti impiegati nei 32 stabilimenti aziendali in Cina, “cuore dell’impero”, e circa 400.000 quelli attivi nelle altre 198 filiali sparse in ogni latitudine, dal Brasile alla Repubblica Ceca.

Il censimento dei lavoratori impiegati dalla Foxconn è merito di una ricerca condotta nel 2012 da un collettivo di sessanta studenti e ricercatori provenienti da venti diverse università cinesi, e coordinati dalla sociologa di Hong Kong Pun Ngai. Da quello sforzo primigenio – rimasto un unicum nel suo genere, con i ricercatori che hanno intervistato migliaia di lavoratori della Foxconn e si sono fatti assumere come operai nei suoi stabilimenti produttivi – sono nati due libri capitali, tradotti in Italia da Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto con i titoli di Nella fabbrica globale. Vite al lavoro e resistenze operaie nei laboratori della Foxconn (Ombre Corte, 2014) e Morire per un iPhone (Jaca Book, 2015).

« Chi è interessato a conoscere in quali condizioni è stato fabbricato il computer o il telefono che ha tra le mani si trova davanti a una cortina fumogena », si legge in apertura a Morire per un iPhone. « Questo libro apre una finestra sulla vita, sulle condizioni di esistenza e sulle lotte del milione e più di operaie e operai che producono molti dei manufatti dei grandi marchi della nostra epoca ».

La volpe dei connettori

Negli smisurati stabilimenti della multinazionale Foxconn, racconta Pun Ngai in introduzione a Nella fabbrica globale, i componenti elettronici prodotti in subappalto vengono assemblati e combinati con gli altri fattori produttivi, tra cui la forza lavoro umana. L’organizzazione scientifica e oppressiva del processo manifatturiero permette di rispondere in tempi rapidissimi alle fluttuazioni del mercato globale dei device mobili, con un lato della domanda sempre più esigente e capriccioso. Quando nel 2007 Steve Jobs decise di rafforzare il vetro-schermo dell’iPhone a sole quattro settimane dalla data annunciata di lancio nei negozi, nello stabilimento Foxconn di Shenzhen « sono stati sospesi sia il codice della Apple relativo alla sicurezza dei lavoratori delle ditte fornitrici e agli standard nei luoghi di lavoro, sia soprattutto le leggi del lavoro cinesi che limitano le ore di straordinario ». L’ingegneria organizzativa e la razionalizzazione del processo produttivo in funzione delle oscillazioni della domanda si traducono « in un aumento di pressione sugli operai, soprattutto nella forma del taglio dei tempi e dell’allungamento dell’orario di lavoro ».

Il successo internazionale dei consorzi che dominano oggi il settore dell’elettronica dipende dunque da un modello produttivo basato sulla saldatura inscindibile e strutturale tra brand privi di fabbriche proprie e terzisti sprovvisti di un marchio autonomo: per intenderci, « la Apple fornisce il design e la tecnologia, la Foxconn organizza la produzione industriale ». Quest’ultima, pertanto, « non mette il suo nome su nessuno dei milioni di manufatti che produce annualmente per i vari grandi marchi ».

L’epopea imprenditoriale della Foxconn comincia nel 1974, quando un giovane aspirante tycoon taiwanese, Taiming Gou, decide di lanciarsi nel settore allora ancora incipiente della componentistica informatica fondando a Taipei la Fushikang, appellativo che nasce dall’ambiziosa e fortunata fusione dei caratteri cinesi Fu, “ricchezza”, Shi, “erudito” e Kang, “salute”. Affascinato dallo squarcio aperto nel futuro dalla nascente Silicon Valley, il giovane Gou mutuò lo stile imprenditoriale dei CEOs americani, per i quali il culto della personalità si affianca sempre a una precisa pedagogia del consumo proposta alle masse.

Tra gli anni ’80 e gli anni ’90 la Foxconn diversificò le linee di produzione asciugando la domanda mondiale di assemblaggio delle console dei videogiochi, dei personal computer e, in anni più recenti, degli smartphone e dei tablet. Man mano che la topografia dell’azienda comincerà a espandersi nei mercati internazionali, debordando oltre gli stretti confini della piccola Taiwan, il fondatore cambierà il nome suo e della sua creatura dando loro un suono più adatto alla lingua franca che si parla oggi nel villaggio globale: Terry Gou della Foxconn, la “volpe dei connettori”.

Nel 1988 verrà avviata la prima filiale cinese con soli 150 dipendenti nella  zona economica speciale di Shenzhen, nel delta del Fiume delle Perle, città-laboratorio che il presidente Deng Xiaoping aveva aperto ai capitali stranieri per poter osservare in vitro come funzionava, fascinans et tremendum, l’organismo vivo e sconosciuto del libero mercato. La sperimentazione sarà un successo, alba di quello che verrà definito un “nuovo inizio”: con la politica della “porta aperta” che negli anni a venire farà della Cina il vero paese protagonista della globalizzazione, Deng Xiaoping mise il cielo in terra e la terra in cielo, sostituendo la massima maoista e autarchica del “Servire il popolo” con un molto più prosaico “Arricchirsi è glorioso”. Nel giro di pochi anni « l’idea del “nostro” », scrive Tiziano Terzani nella prefazione del 1998 al suo La porta proibita (Longanesi, 1984), viene « rimpiazzata da quella molto più naturale, ma anche più disastrosa, del “mio” ». Nella repubblica popolare piovono i finanziamenti di Hong Kong e Taiwan, con le fabbriche che cominciano a spuntare come funghi sul terreno fertile delle zone economiche speciali del Guangdong, salvo poi delocalizzare in aree di prossimità con differenziali salariali più convenienti, come nelle metropoli industriali di Chongqing e Chengdu.

Il primo appalto della Apple alla Foxconn arriva nel 1998, sulla scia di altri grandi marchi dell’elettronica che volevano « tagliare i costi e liberarsi delle spese della previdenza sociale ». Oggi « sotto la bandiera della Foxconn veleggiano 15 diversi gruppi di imprese », attive ormai in tutti i settori merceologici dell’elettronica, dalle console da gioco alla telefonia mobile, per un fatturato complessivo che ha superato i 100 miliardi di dollari. Stando all’ultimo dato utile, nella prima filiale aperta dalla Foxconn a Shenzhen lavorano al momento più di 500.000 persone.

Forza amara

« Come un fiume in piena, a fine turno migliaia di operaie e operai si riversano fuori dalla fabbrica, teste accalcate che si affrettano silenziose in direzione del dormitorio ». I diari etnografici redatti da Pun Ngai e colleghi hanno la forza di evocare immagini immediate e durevoli come questa della fabbrica-dormitorio, pietra angolare del successo commerciale della Foxconn al di là dell’espansione liminale dell’intensità lavorativa e della contrazione dei costi del lavoro umano a detrimento degli operai.

I vantaggi del modello basato sulla fabbrica-dormitorio –– che i dirigenti Foxconn chiamano, non a caso, “campus” –– diventano evidenti negli anni ’90, quando le autorità cinesi intensificano il processo di inurbamento, sradicando 250 milioni di contadini dagli stili di vita tradizionali e trasformandoli così in ku li, “forza amara”, gente che per vivere non può far altro che vendere la propria energia fisica. Kao tian chi fan, “per mangiare ci affidiamo al cielo”, è il motto che passa da una bocca all’altra dei contadini cinesi che, inurbati, sono divenuti proletari. Per sostenere la crescita delle aree industriali come quella nel delta del Fiume delle Perle venne persino allentato il rigido sistema dell’hukou, la registrazione domiciliare che vincola la possibilità di usufruire dei servizi sociali e sanitari al luogo di residenza, permettendo così all’amministrazione centrale di regolare i flussi migratori interni: « gli abitanti dei villaggi muniti di hukou rurale  erano [ora] liberi di partire e addirittura di accettare lavori in città. […] Tuttavia, la condizione legale di migrante, […] era usata come pretesto dai datori di lavoro per pagare bassi salari ». Il governo di Pechino era convinto che nello sfruttamento della forza lavoro proletarizzata risiedesse una condizione di necessità per lo sviluppo e la riproduzione del socialismo con caratteristiche cinesi, pantografico attualizzattore di quell’antropologia degradante e occulta che dall’uomo “mattone” di Mandel’štam arriva sino al “costruttore di mondi” di Saint-Exupéry. Lo sfruttamento della classe operaia parrebbe inconcepibile in un paese che al mondo si dice comunista, ma il paradosso si riassorbe non appena si scopre che sotto la patina rossa dell’impero di mezzo riposa una civiltà ancora profondamente confuciana.

A partire dagli anni ‘80, dalle campagne cinesi flussi incessanti di mingong, “lavoratori migranti”, partono alla volta delle immense periferie industriali con in testa il mito della città come luogo dell’avvenire. Un sogno appena abbozzato, da perseguire attraverso la ricerca di un’occupazione nella “fabbrica globale”: non a caso, la Foxconn « si presenta come l’ideale datore di lavoro per coloro che nella vita vogliono avanzare, specialmente giovani cinesi che si spostano dalla campagna alla città per trovare un’occupazione ». Nel manuale tascabile consegnato a ogni neoassunto, l’invito è diretto e cristallino: « affréttati a raggiungere i tuoi sogni più belli, rincorri una vita magnifica. Alla Foxconn puoi ampliare le tue conoscenze e accumulare esperienza. I tuoi sogni si dilatano da qui al domani ». Una volta che i lavoratori persuasi dal luccichio della retorica aziendale vengono assegnati alla loro postazione in manovia, si dissipa subito l’illusione entusiastica della ricchezza facile e a portata di mano, da realizzare attraverso il lavoro diligente in fabbrica, con i mingong che finiscono per diventare iSlaves, “schiavi informatici”, come li ha definiti Ralf Ruckus nella prefazione all’edizione tedesca di Nella fabbrica globale.

I ku li non sono periti, né tantomeno poeti. Non hanno bisogno di alcuna particolare capacità manuale o intellettuale per ottenere un posto alla Foxconn, dove la scomposizione estrema del processo produttivo in azioni minimali dequalifica il contributo del lavoro umano, del tutto asservito al funzionamento ipnagogico delle macchine: « prendo una scheda madre dalla catena, faccio la scansione del logo, metto la scheda in una tasca antistatica, le attacco un’etichetta e la rimetto sulla catena. Ciascuno di questi movimenti richiede due secondi. Ogni dieci secondi compio cinque movimenti », racconta un’operaia Foxconn intervistata da Pun Ngai e colleghi.

Il lavoro che non richiede alcun ragionamento conduce all’apatia, alla psicotecnica dell’operaio non più presente con i suoi pensieri: « mi sono accorto che durante il lavoro andavo in tilt. Avevo già interiorizzato tutti i movimenti, ma all’improvviso sobbalzavo e non sapevo se avevo lavorato il prezzo precedente oppure no. […] La sensazione è come quando scrivi alcune centinaia di volte il tuo nome su un pezzo di carta e poi non riesci più a cogliere le parole nel loro significato ». Poco a poco il cervello arrugginisce: « se stai a lungo alla Foxconn diventi scemo. Diventi lento di testa ».

Nella fabbrica globale

All’alienazione e all’ottundimento di un sistema produttivo che instupidisce –– con gli operai che dopo una giornata di lavoro estenuante si rifugiano nei minuscoli cubicoli dei loro dormitori, ad alimentare via chat i propri sogni di libertà –– si aggiungono i rigidi dispositivi di disciplinamento con cui il management aziendale si assicura la completa estorsione del plusvalore dalla forza lavoro.

Quasi fossero detenuti, i lavoratori vengono controllati in entrata e in uscita dal dormitorio, prolungamento della catena di montaggio oltre il tempo della produzione, come nel peggiore degli incubi marxiani. Dentro le fabbriche Foxconn vengono invece isolati e atomizzati, così da impedire la sedimentazione della coscienza di classe e inibire ogni possibile scintilla di conflitto intestino che potrebbe dar fuoco all’intera prateria.  La struttura salariale è miserevole: secondo i dati riportati da Pung Ngai e colleghi, un operaio Foxconn in Cina guadagna in media 1.100 yuan al mese, l’equivalente di 130 euro. In più i salari vengono appositamente calmierati per spingere i lavoratori alle ore di straordinario, che diventano obbligatorie quando non si raggiungono gli obiettivi minimi di produzione giornaliera. Questi sono a loro volta fissati in base al tempo calcolato per svolgere ogni singolo gesto produttivo: « quotidianamente ogni operaio e ogni operaia nella linea di produzione esegue dai 18.000 ai 20.000 movimenti per turno di lavoro ». Negli stabilimenti Foxconn in Cina, si lavorano in media 12 ore al giorno, con soli 4 giorni al mese di quiescenza. Per i lavoratori vale la massima dell’« occhi aperti lavorare, occhi chiusi dormire », senza soluzione di continuità.

In un sistema produttivo come questo, capace di corrodere la percezione del senso della vita e di realizzazione personale nei lavoratori, il ruolo dei sindacati è pressoché nullo, e lo è sin da quando il Partito Comunista dispose la nazionalizzazione delle fabbriche e l’esautorazione della funzione sindacale nel 1953. « La liberazione dal lavoro è una mappa cognitiva che qui non è ancora stata disegnata ».

Una serie di salti

Senonché, lo sviluppo impetuoso e surrettizio della “fabbrica globale” subisce una svolta nel corso del 2010: tra i lavoratori cinesi della Foxconn si registra un’ondata anomala di suicidi tentati e riusciti, con un bilancio finale di 23 morti, 21 dei quali a seguito di un volo di venti metri dalle finestre dei dormitori aziendali. Una “serie di salti” che il management della Foxconn cercherà subito di minimizzare, scaricandone la responsabilità su ragioni di carattere personalistico. C’è voluta l’indagine sociologica condotta da Pung Ngai e colleghi –– fedeli ai principi basilari della disciplina che il padre fondatore Émile Durkheim ha scolpito per sempre nel suo Le Suicide (1897) –– per restituire la giusta collocazione eziologica ai suicidi avvenuti alla Foxconn. Mettendo « in evidenza il quadro dei fattori strutturali –– piuttosto che personali –– al fine di spiegare la morte dei lavoratori », i ricercatori hanno mostrato come « la scelta di alcuni di gettarsi dall’alto dell’edificio del dormitorio [fosse] un gesto di frustrazione, disperazione e disobbedienza »: all’origine di quel grappolo di suicidi non certo i “problemi emotivi” citati da Terry Gou ai microfoni dei media internazionali che lo incalzavano di domande, ma le condizioni di lavoro disumane in catena di montaggio.

La ricerca di Pun Ngai e colleghi si configura dunque come un’opera di svelamento, capace di inserirsi nell’interstizio che separa realtà e apparenza, con lo scopo dichiarato di sollevare « il velo di silenzio sulle condizioni di lavoro che stanno dietro i luccicanti prodotti high-tech, e al tempo stesso […] incoraggiare i lavoratori [della Foxconn] a organizzarsi all’interno e all’esterno dei posti di lavoro ». L’ambizione è dunque quella di vincere l’afasia degli asserviti, così come di scuotere la letargia delle coscienze dei consumatori occidentali in modo da regolare dal lato della domanda le esternalità negative di un’offerta globale ancora fondata sullo sfruttamento del lavoro umano. « Come possono i consumatori in giro per il mondo usare il loro potere d’acquisto collettivo per incidere sulla Apple e sugli altri giganti multinazionali? », si chiedono Pung Ngai e colleghi a margine di Morire per un iPhone.

All’ominosa bufera di critiche mosse nei suoi confronti dalla stampa internazionale dopo l’ondata di suicidi, la Foxconn reagirà « mettendo in campo una serie di misure migliorative per riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica ». Ecco che come atto di contrizione vengono subito promessi un aumento generale dei salari e una limitazione degli straordinari, viene costituito un centro di assistenza psicologica ai lavoratori e vengono messi in sicurezza i dormitori con un complesso sistema di videosorveglianza, inferriate di protezione alle finestre e “reti di trattenimento” per prevenire ulteriori salti nel vuoto. Come un bambino che, nella foga corriva di nascondere una malefatta finisce per commetterne di ulteriori, l’immagine delle reti che imbragano i dormitori della Foxconn fa il giro del mondo, talismano in mano a quanti coltivano il sogno recondito di infliggere il colpo letale all’invitto capitalismo.

Il danno inopinato alla reputazione della Foxconn si propaga veloce alle aziende committenti quali la Apple, che come nessun’altra « vive della sua immagine –– innovativa, moderna, trendy –– e incarna […] l’ideale dell’individuo sempre connesso, all’altezza dei tempi ». Il modello narrativo proiettato sul mondo è quello di uno sparuto manipolo di geni dell’informatica che negli open-space di Cupertino mescolano arte e tecnica, design e tecnologia, dando forma e sostanza agli oggetti che popolano i desideri dell’individuo post-moderno. Come è tipico del corporate storytelling, la distorsione dell’immaginario avviene in due sensi: occultando i processi produttivi appaltati a terzisti come la Foxconn ed esasperando metonimicamente la visibilità pubblica delle fasi produttive a maggior valore aggiunto, come appunto la progettazione e il design. Il lavoro manuale tende a scomparire dietro al valore immateriale dei marchi, all’esaltazione estetica e alla singolarizzazione dei prodotti, con il software che in termini di creazione del valore prevale sempre sull’hardware: « nel software è lunga la galleria delle innovazioni presentate come colpi di genio di singoli individui », mentre le vite umane consumate nell’assemblaggio dell’hardware entrano sistematicamente nella sfera del rimosso e dell’irrilevanza sociale.

La retorica pubblicitaria proposta ai consumatori di tutto il mondo giustifica il valore aggiunto dei prodotti Apple nella sua capacità di fare innovazione tecnologica, nel design e nel marketing, mentre « rimangono virtualmente invisibili i costi della forza lavoro che produce e assembla ». L’esplicitazione della presenza cinese nella filiera produttiva potrebbe infatti corrompere il brand e guastare la preponderanza del lavoro di progettazione su quello di assemblaggio. Una prevalenza, questa, che si riflette anche sulla distribuzione dei margini operativi, con la “Mela” che riesce a trattenere circa il 60% del prezzo finale di ogni iPhone prodotto, mentre meno del 2% finisce nelle tasche delle maestranze cinesi.

Con l’accusa di essere corresponsabile dell’ondata di suicidi alla Foxconn, l’intero edificio della più iconica azienda al mondo pare vacillare: se l’immagine pubblica di se stessa che la Apple dà in pasto ai consumatori oscura le condizioni di lavoro negli stabilimenti del suo più grande fornitore, cosa succede alla miriade di lavoratori delle altre aziende in subappalto che popolano l’intero indotto? Che cosa accade, per esempio, ai minatori africani di coltan, il minerale utilizzato per realizzare i superconduttori elettromagnetici largamente impiegati in smartphone e computer? Anche « le materie prime strategiche che convergono nell’hardware giungono da un mondo minerario spesso insanguinato », si legge in Morire per un iPhone.

Il mondo dopo i salti

Negli anni i libri sovversivi di Pun Ngai e colleghi sono stati tradotti in diverse lingue e hanno cominciato a circolare, punto sorgivo di nuovi e vigorosi contributi: documentari, reportage, video-interviste ai lavoratori, libri di altri autori più volte mandati in ristampa. E ancora siti internet dedicati, vertenze legali, sit-in degli attivisti, comitati su comitati. Ciononostante, le richieste di miglioramento delle condizioni di lavoro alla Foxconn sono nel tempo sfumate, non arrivando a logorare in maniera efficace i rapporti capitalistici su cui la “volpe dei connettori” ha edificato il suo intero successo imprenditoriale. « Dalla condizione precaria e dal lavoro a ritmi serrati dei migranti nel settore elettronico non sono scaturite –– se non episodicamente –– aperte campagne per la rivendicazione di diritti politici e di migliori condizioni di vita e di lavoro ». La ricerca sediziosa di Pun Ngai e colleghi è rimasta una gracile sortita in un universo nero e potente che si è subito richiuso su se stesso.

Alla caduta della dialettica proletaria –– con l’operaio che si è oggi spoliticizzato e alleato all’imprenditore nella sfida all’anonimato dei mercati globali –– si è accompagnato il disincanto nei confronti dell’idea che sia sufficiente pigiare il dito sulle lettere di una tastiera per risolvere il deliquio delle coscienze, che basti inondare il mondo con fiumi d’inchiostro e di byte per decostruire la realtà e ricostruirne una diversa, augurabilmente più equa e giusta. A essere fragile è il principio secondo cui sia dovere morale del consumatore leggere l’etichetta, informarsi sulla filiera del prodotto che sceglie di acquistare tra infiniti altri, contribuendo con le sue piccole scelte di consumo a rendere più responsabile un’offerta di per sé orientata alla sola etica del profitto. Il mercato scarica così sulla domanda la responsabilità di bonificare le proprie anomalie, siano esse sociali o ambientali: le imprese cominceranno a pagare di più i lavoratori solo quando saranno boicottate dai consumatori, manderanno in produzione prodotti rispettosi per l’ambiente solo quando a richiederli sarà il mercato stesso.

Mentre scienziati sociali come Pun Ngai e colleghi continuano a coltivare strenuamente il sogno di rendere meno dolorosa l’esperienza del lavoro attraverso la mobilitazione collettiva, la Apple è diventata l’azienda più ricca al mondo, con una capitalizzazione in borsa che il 2 agosto 2018 ha sfondato il muro dei mille miliardi di dollari per la prima volta nella storia della finanza. Il giorno seguente, la Huawei ha superato la Mela nelle vendite trimestrali, posizionandosi al secondo posto dietro alla Samsung. Negli ultimi tempi, lo scontro politico-commerciale tra le due superpotenze della telefonia mondiale è andato via via intensificandosi: dopo che le autorità americane hanno chiesto l’estradizione per violazioni delle sanzioni contro l’Iran di Meng Wanzhou, CFO della Huawei e figlia del fondatore Ren Zhengfei, Pechino ha risposto con una sentenza della Corte intermedia del Popolo di Fuzhou che ha sospeso la vendita in Cina dei vecchi modelli di iPhone, con l’accusa di violazione di due brevetti del produttore di chip Qualcomm Inc. Il 3 gennaio scorso, invece, il crollo finanziario della Apple a seguito della revisione al ribasso sui ricavi attesi per via del rallentamento della domanda mondiale e dell’aumento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, terzo mercato di riferimento per la Apple.

Nemmeno la guerra commerciale tra superpotenze mondiali e la crisi tecnologica del suo maggiore committente ha però intaccato la crescita sfavillante della “volpe dei connettori”. In tempi recenti, il CEO Terry Gou ha pure deciso d’intensificare l’automazione dei processi produttivi annunciando l’installazione negli stabilimenti cinesi dei nuovi “Foxbot”, « bracci robotizzati che eccellono nella verniciatura, nella saldatura e nell’assemblaggio delle schede dei circuiti stampati di alta precisione ». I mingong, sradicati e proletarizzati per lavorare alla Foxconn, temono ora una seconda proletarizzazione, con l’automazione che avanza e minaccia il posto di lavoro cui è aggrappata l’intera loro esistenza.

A distanza di qualche anno dalla “serie di salti” denunciata da Pun Ngai e colleghi lo smottamento del caso Foxconn pare ormai scotomizzato, le coscienze dei consumatori non sono cambiate, chi prende le difese dei lavoratori cinesi sfruttati continua a sparire, e in questa fetta di mondo l’iPhone non smette di vibrare nelle tasche di milioni di persone. Crisi internazionali permettendo.

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