In copertina: una scena de Il dittatore dello stato libero di Bananas. Fair use/Wikipedia
Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971)
Non è un caso se Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) compare nella classifica AFI delle migliori commedie americane di sempre. È un delirio comico scritto con demenzialità d’autore, un film che fa sul serio senza prendersi sul serio, una satira sociopolitica che adotta a pretesto l’odissea di un inetto per immettersi nella tradizione della parodia dittatoriale. Dopotutto, Allen ha grandi esempi a cui ispirarsi: Chaplin con Il grande dittatore e La guerra lampo dei fratelli Marx, del suo mentore Groucho.
Il protagonista, Fielding, un giorno si innamora della giovane attivista Nancy, che sta raccogliendo firme per convincere la Casa Bianca a interrompere le relazioni con Bananas, immaginario stato del Sudamerica dove il generale Vargas ha da poco instaurato una dittatura militare. Quando Nancy lo lascia, Fielding parte per Bananas e, dopo una serie di disavventure, si ritrova prima fra i ribelli di Castrado – che vogliono rovesciare Vargas – poi a capo del governo.
Allen guarda al suo tempo. Sono gli anni del Vietnam, di Fidel Castro, dei movimenti studenteschi. Bananas, che racchiude in sé tutti gli stati sudamericani oppressi da continui stravolgimenti politici, è introdotto attraverso la spettacolarizzazione parodica di un golpe. Un inviato di Telemondo Sport racconta a mo’ di telecronaca – come se fosse un incontro di box, con tanto di pubblico esultante – l’imminente assassinio del presidente. Mentre il corpo del moribondo giace fuori il palazzo del governo – qualcuno gli ha sparato, ma non importa chi – il giornalista corre a intervistare Vargas. Come da tradizione, chiuderà i giornali, rinforzerà l’esercito e darà la caccia ai ribelli. È tutto già scritto: cosa avverrà (l’omicidio), chi sarà il successore (Vargas) e chi il nemico (Castrado).
La storia si ripete quando Castrado prende il potere e rinnega la democrazia. Torna la spettacolarizzazione. Fucilare i dissidenti vuol dire: stadio pieno di spettatori, e condannati in fila al patibolo che aspettano – numerino alla mano – il proprio turno come al supermercato.
Ma la satira politica gioca anche in casa. Allo scoppio delle ostilità fra Vargas e Castrado, un manipolo di soldati statunitensi è in volo verso Bananas. «Si combatte pro o contro il governo?», chiede uno. «La CIA non vuole correre rischi questa volta», spiega un altro. «Metà di noi sono per e l’altra metà sono contro».
Ovviamente Fielding è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, e Allen assoggetta a lui lo slapstick per enfatizzarne l’inettitudine e sfortuna. Ad esempio, a inizio film è in metropolitana con due energumeni che stanno importunando i passeggeri. Niente dialoghi, solo un pianoforte in stile cinema muto. Fielding ha paura, poi la metro si ferma e, con uno slancio eroico, sbatte fuori i malfattori. Le porte si chiudono: loro picchiano contro i vetri, lui esulta sbeffeggiandoli. Peccato che le porte si riaprono all’improvviso e… Il resto vien da sé.
Stessa cosa quando finisce fra i ribelli di Castrado. Attraverso musica da cabaret a supporto delle gag, Allen mostra le sue difficoltà di adattamento alla vita militare. Lo addestrano a usare le armi: toglie la sicura a una granata e per sbadataggine lancia la sicura; la granata gli esplode in mano. Ci riprova: con l’arto fasciato toglie la sicura e lancia la granata; questa volta esplode la sicura.
Fielding non è solo in balia degli eventi, anche dei personaggi, di Nancy soprattutto, che lo lascia perché in lui, dice, manca qualcosa e non so cos’è. È un accenno a quell’incomunicabilità di coppia che troverà piena maturità in Io e Annie. Forse il problema è che vorrebbe stare con un capo, dice. Ma è così? Nel finale Fielding torna negli Stati Uniti in qualità di presidente di Bananas, camuffato con un’improbabile barba finta perché dato per morto. Nancy è attratta da lui in quanto leader rivoluzionario. Ci va a letto ed è più che soddisfatta, ma quando Fielding si rivela esclama:
«Oh mio Dio, lo dicevo che mancava qualcosa».