In copertina: La classe di Danza – Edgar Degas (1871)
Storie, metodi ed eredità di Martha Graham in La memoria del sangue
Esiste una luce nel rischio. Il danzatore la conosce bene, perché gli è indispensabile nella sua impresa di artista. Quel rischio, il profumo dell’incognita e del pericolo, si fa movimento nel qui ed ora, unico spazio in cui la danza può esistere. È la parte preferita di Martha Graham in La memoria del sangue: quella senza paracadute, priva di sicurezze. Ma è proprio l’assenza di certezze che fa emergere una brama di vivere ineguagliabile, la stessa che ci mantiene in piedi sul filo degli eventi, su quella corda tesa dove la forza di gravità ci urla che cadremo, e invece non cadiamo. Scegliamo di non cadere. È la “danza della vita”, espressione che commuove la Graham, poiché secondo lei “lo strumento attraverso cui parla la danza è lo stesso con cui si vive la vita: il corpo umano”. Non c’è panorama dell’anima più esplicativo del corpo. Non c’è raccolta di memorie più consistente di un volto che porta i segni di ogni emozione. Ci si specchia tutti i giorni, ma raramente si coglie il miracolo di uno sguardo o di un passo. Ed è qui che la danza costringe a celebrare quel miracolo, suggerendo che solo danzando sia possibile imparare a conoscersi fino in fondo. La memoria del sangue (Blood Memory) è un vero e proprio testamento della danzatrice americana – frutto della trascrizione di alcune conversazioni con la cara amica, nonché rinomatissima Ex first lady Jacqueline Onassis – ed è rivolto a tutti, in particolar modo agli artisti e a coloro che non sanno fare a meno dell’ “idea di sangue e movimento”. Scrivere di lei mi imbarazza, mi rende inerme di fronte ad una grandezza artistica formidabile, intrisa di racconti concepiti e sviscerati con una sensibilità unica. Dalla sua anima sento provenire un’aura strabiliante, una di quelle che risuonano nella testa finché non decidi di ricercare l’origine di quella chiamata attiva e insistente.
E allora ho fatto un tuffo tra queste sue parole, cercando di afferrare ogni insegnamento possibile ed immaginabile, trovando così numerosi spunti tecnici e artistici. L’allenamento di cui parla la Graham è un’indagine sulle potenzialità dell’organismo umano in ogni sfera che lo riguardi: emozionale, nervosa, motoria, affettiva e plastica. Lei punta ad una totalità organica, passando per il centro del corpo – individuato in una zona prossima all’ombelico – fino alle zone periferiche. La funzione del torso come sede del cuore e del respiro evoca sia un’eco delsartiana, sia le teorie di Isadora Duncan riguardo il plesso solare, situato esattamente sotto il diaframma, identificato come dimora di tutte le emozioni e, in quanto tale, come fonte dei movimenti che – prima di prendere forma all’esterno – prendono vita all’interno con una spontaneità riconducibile solamente alla natura e al mito della wilderness. Tuttavia, il plesso solare della Graham si trova leggermente più in basso ed è il nucleo della sua tecnica più famosa denominata contraction/release, divenuto il marchio di fabbrica della danza moderna. C’è, nel suo modo di muovere e di intendere il corpo, una fusione immediata tra gesto e spirito che nasce dal respiro. La forza della contrazione e del rilascio richiama le lezioni di St. Denis e le pratiche essenziali delle arti marziali oltre che del teatro orientale: è una spinta vitale che prende forma, si condensa nella materia del corpo, scorre dalla mente al terreno attraverso lo sforzo fisico e si compie in una bellezza capace di parlare a tutti.
In questa grammatica dell’armonia risiede una concezione della forza di gravità e del recupero del movimento animale molto precisa. La prima – che nel balletto classico è parte di uno schema rigido e viene intesa come ostacolo – è invece osservata dalla Graham come potente mezzo per imparare a cadere: sì, la fisica ci conduce al pavimento, ma da esso possiamo recuperare le energie utili allo slancio e al rimbalzo. È così che i suoi allievi e sostenitori vedono le cadute grazie al suo stile coreografico: sia in senso profondamente pedagogico, poiché per effettuare delle rotazioni, delle spirali, delle asimmetrie, delle sospensioni o dei salti non è possibile essere allergici alla gravità, anzi, quest’ultima dovrebbe essere la migliore amica di un danzatore; sia in senso metaforico, e qui mi animano alcune citazioni – provenienti da un romanzo giallo letto qualche tempo fa dal titolo “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker – estranee a questo libro, ma molto vicine alla poetica grahamiana: «Impara ad amare i tuoi fallimenti, Marcus, perché saranno loro a formarti. Saranno i tuoi fallimenti a dare sapore alle tue vittorie».
Ritengo che il pensiero dell’artista americana si lasci attraversare dalle riflessioni del protagonista di Dicker, quando dice che “la vita è una lunga caduta” e che “la cosa più importante è saper cadere”. Altrettanto rilevante è la scelta della ragione per cui cadere, della missione per la quale si è disposti a fallire infinite volte pur di portarla a compimento. Martha non potrebbe vivere senza danza. E lei stessa, ispirata dalle poesie di Ben Belitt che scrive di alcuni “Acrobati di Dio”, ci dice:
«Cos’è un Acrobata di Dio? Credo sia qualcuno, non per forza un danzatore, capace di vivere con assoluta pienezza, capace di correre il rischio di cadere».
Si svela in Lamentation – assolo coreografico del 1930 – dove possiamo ammirare la ballerina seduta su una panca, avvolta in un abito tubolare di maglia. Molte delle sequenze prevedono cadute e risalite che disegnano momenti di forte intensità emotiva. La semplicità e la raffinatezza del metodo restano però costanti: il pavimento diventa una sorta di piattaforma che permette di sfruttare peso, rimbalzo e attrito. Ne deriva un effetto sorprendente, una continuità energetica in cui la danzatrice si lascia cadere e si rialza con un’armonia che sembra cancellare ogni fatica.
Ma se la Graham non cede alla natura e ai suoi fenomeni tutta la responsabilità, non si chiude nemmeno dentro tattiche artificiali e artificiose. Il corpo può davvero liberarsi e scoprire di essere acrobatico esplorando la sua essenza selvaggia, ma non senza un buon esercizio in grado di far sbocciare la cosiddetta e rara “interezza dell’io” citata più volte nel libro. Senza allenamento dinamico, interessato al corpo quanto alla mente, non c’è paesaggio nell’anima che possa essere illuminato. Non è esente da questo discorso una chiara devozione al piacere. Il corpo viene sacralizzato dalla Graham, nonostante l’educazione intransigente ricevuta dalla famiglia, e mentre racconta il suo viaggio all’interno di sé, svela alcuni aneddoti familiari che – anziché allontanarla dalle trasgressioni – la rendono più scaltra e curiosa, al punto da condurla a sperimentare esperienze relazionali ancor più moderne della sua danza. La sua filosofia sul piacere? Riguarda tutto fuorché la procreazione. Lei è già madre della sua arte.
Con questa prospettiva sulla felicità edonica, è impossibile farsi sfuggire l’influenza di Martha Graham nella società americana attraverso la sua vita danzante. La danza moderna – da lei insegnata e praticata con rigore – affronta temi psicologici e sociali complessi come il potere, il controllo e la vulnerabilità. La sua enfasi sull’espressione personale e sulla fisicità ha “partorito” un nuovo paradigma di ballerini, capaci di superare i limiti del movimento e di entrare in contatto con una visione flessibile della propria immagine corporea. La danza può, quindi, ricoprire un ruolo fondamentale nella percezione che abbiamo di noi stessi? Numerosi performers, compresa la Graham – ma anche la Duncan, Pina Bausch, Elsa Piperno e altri personaggi noti e meno noti del nostro tempo – ci illustrano le difficoltà riscontrate con il proprio riflesso nello specchio, con cui hanno dovuto confrontarsi duramente prima di renderlo la casa ideale in cui abitare. In questo contesto, si rivela centrale il critico John Martin, secondo cui “l’insegnamento ideale della danza […] è quello che educa l’allievo a scoprire il suo tipo di movimento”. Se rileggiamo questa affermazione di Martin in un’ottica molto attuale e la indirizziamo verso la necessità che in ogni persona “connessa” emerge, ovvero quella di scoprire il proprio movimento – inteso sia come auto-realizzazione che come valorizzazione delle proprie peculiarità, fisiche e caratteriali – ci rendiamo conto che questa missione non riguarda più solo i danzatori.
In che modo Martha Graham può insegnarci ad essere padroni del nostro corpo? Questo è un cruccio intellettuale che probabilmente si sarebbe posta lei stessa, amante com’era della connessione tra fenomeni del passato e realtà presente. Stiamo assistendo ad una depersonalizzazione che ci rende assenti persino a noi stessi e, anche inconsciamente, veniamo spogliati della nostra umanità e identità personale tutte le volte che consideriamo il corpo come oggetto da guardare, giudicare e di cui disporre: si verifica quella che Frederickson & Roberts definiscono auto-oggettivazione, cioè la tendenza a percepire e giudicare il proprio corpo secondo un ipotetico sguardo esterno interiorizzato, la stessa percezione che abbiamo quando entriamo in una stanza piena di gente e i loro occhi sono puntati su di noi. Bene, tutto questo in una testa sola e in una stanza vuota, senza una folla reale che ci squadri dalla doppia punta del capello fino allo smalto sulle unghie dei piedi. Eppure l’effetto è identico, se non peggiore, perché ci scontra con i giudici più cattivi: noi stessi. Ma è in questa impresa che la danzatrice americana e la sua autobiografia ci vengono in soccorso con un approccio alla corporeità, e quindi all’essere corpo, molto simile a quello che si ha quando si indossa un sacred garment (indumento sacro), invitando ad osservarla come qualcosa di prezioso, da rispettare, da amare senza vergognarsene, senza sentire l’urgenza di nasconderla.
Oggi, questa pittura dei corpi proposta dalla Graham potrebbe inserirsi perfettamente nei movimenti di stampo americano, ma soprattutto statunitense, dal Fat Acceptance sfociato in body positivity fino alla nuovissima body neutrality promossa sui social media. La body positivity ha reso visibili corpi esclusi, ma ha rischiato di trasformare l’accettazione in una nuova estetica obbligatoria; d’altro canto, la body neutrality invita a sottrarsi a questo meccanismo: il corpo non va “accettato” per forza, in maniera quasi passiva, ma va riconosciuto come parte della nostra esperienza, quindi per le proprie potenzialità. È una prospettiva che nel mondo della danza esiste da sempre: ascolto, funzione, dinamica, qualità del gesto. Questi dibattiti mostrano una verità scomoda: continuiamo a confondere il valore di una persona con la forma che occupa nello spazio. La danza, invece, guida nell’altra direzione. Intere generazioni di danzatori hanno dimostrato che il corpo funziona quando è presente, non quando è “giusto”, e che l’espressività non ha taglie. Ciononostante, la danza conosce molteplici ombre e storie drammatiche, ma che non rivestono il ruolo di conseguenze inevitabili dell’arte in sé: provengono da pedagogie rigide, da idee estetiche ereditate, da maestri che confondono disciplina con controllo. Una buona formazione educa, senza spazio per la discriminazione; spinge a usare il corpo come linguaggio, superando lo stereotipo secondo cui debba funzionare come biglietto da visita; costruisce forza mentale e fisica. È proprio qui che la danza può intervenire con una potenza che nessun movimento online possiede: ti costringe a essere dentro il tuo corpo sinceramente, profondamente. E lì dentro non c’è giudizio che possa prendere il potere, perché ogni cellula è impegnata in quel meraviglioso processo creativo che restituisce al corpo la sua complessità anatomica, la sua bellezza pluridimensionale, donandogli la chiave per la sua libertà.
In questa scoperta e riscoperta del metodo Graham, ho colto la sua essenza e la sua eredità nelle ultime pagine di Blood Memory, più precisamente nell’intervista di Caterina Piccione ad Elsa Piperno – pioniera della danza contemporanea in Italia e divulgatrice della tecnica, del repertorio e del pensiero di Martha Graham – quando, alla domanda della ricercatrice sul futuro della tecnica Graham, lei risponde:
Talvolta ho sentito dire che la tecnica Graham è vecchia o datata: io compiango chi fa queste affermazioni. […] Dico sempre ai miei allievi che negli anni Settanta io ho portato avanti le lotte politiche sui diritti civili, mentre loro hanno questa battaglia: la difesa della terra e della natura. La tecnica Graham è radicata in questo mondo, ne insegna la complessità e la bellezza. […] La tecnica rende liberi: questa è la chiave di volta. Se impari la tecnica a fondo, puoi fare qualsiasi cosa. Martha diceva: i miei danzatori sanno fare qualsiasi cosa tranne volare. Ed è vero, io l’ho visto, io l’ho sperimentato.
L’immaginazione gioca un ruolo fondamentale nel movimento: Elsa Piperno comunica ai suoi allievi che essa è la via per sublimarlo, perciò “ciascuno è chiamato a produrre in se stesso le sue personali immagini”, affinché si verifichi un ritorno all’autenticità tramite il ritorno a se stessi. Saper danzare non significa saper volare, ma i danzatori sanno essere i migliori interpreti dei volatili, pur restando ancorati alla terra.
La memoria del sangue invita le nuove generazioni ad accogliere il rischio. A non temere la gravità. Ad osservare il fuoco che si ravviva all’arrivo di altra legna e ad emularlo. A far risplendere la propria luce con il fiammifero che più si desidera. A scegliere la danza come riparo per quella luce. Immagino Martha Graham volare dalla gioia ogni volta che nasce un danzatore.
Che luce sia.
Nel corpo, nell’anima, nel sangue.