In copertina: una scena di Prendi i soldi e scappa. Pubblico dominio/Wikipedia
Prendi i soldi e scappa (1969)
L’ometto alleniano nasce nel 1969. Allen – trentacinquenne – scrive, dirige e interpreta il primo dei suoi personaggi nevrotici, a volte cinici, a volte ingenui, sempre velleitari.
È l’esordio di una maschera con gli occhialoni neri e la parlata balbettante, un marchio di fabbrica, derivazione filologica della bombetta e del bastone per Charlie Chaplin e dei baffoni per Groucho Marx.
Siamo negli anni della controcultura. Gli spazi di libertà economica ed espressiva del secondo dopoguerra hanno lasciato sviluppare ideali di amore, spiritualità e giustizia che stanno mettendo in discussione il sogno americano. Rispetto ai suoi predecessori Allen deve rispondere a nuove esigenze, a un pubblico che vuole nuove storie.
Ci riesce già con Prendi i soldi e scappa, usando la tecnica del mockumentary per spettacolarizzare l’odissea di un disadattato qualunque, Virgil, che vorrebbe vincere le sue insicurezze croniche attraverso un’improbabile carriera criminale. Tra filmati di repertorio e interviste, scopriamo che Virgil nasce in una famiglia castrante ed è oggetto delle prevaricazioni altrui. Si getta a capofitto – con esiti disastrosi – nello studio del violoncello, che vorrebbe suonare in una banda marciante. Lo vediamo, infatti, nel bel mezzo di una parata con questo enorme strumento. Tutti avanzano e lui si ferma: posiziona la sedia, prova a intonare una nota e deve di nuovo spostare la sedia per non rimanere indietro. È il diverso emarginato dai normali, ma anche un atto, fine a se stesso, di resilienza e tenacia. Perché Virgil è fatto così: ci prova e si impegna, soprattutto nella sua carriera criminale, scandita da una bizzarra professionalità.
Anche se i fallimenti lo deprimono, Virgil non si dà per vinto. Come nella bellissima scena in banca, dove consegna all’impiegato allo sportello un biglietto: “Mettete sul banco quindicimila dollari e agite con calma. Vi tengo sotto tiro”, e la rapina fallisce perché i due, più un terzo poi chiamato in causa, passano tutto il tempo a discutere se in realtà ci sia scritto “apite con calma” o “vi tengo sotto giro”. Quando finisce in carcere, intaglia da una saponetta una finta pistola, annerita con del lucido da scarpe, per scappare minacciando due secondini. Peccato che sul più bello inizia a piovere e l’arma si scioglie. Si sottopone, allora, alla sperimentazione di un vaccino che lo rende un rabbino per due ore come effetto collaterale, evento che gli permette di ottenere la libertà vigilata e incontrare Louise, la sua futura moglie.
«Lei era così tenera, così dolce mentre camminavo accanto a lei nel parco che dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla; dopo mezz’ora avevo rinunziato del tutto all’idea di rubarle la borsetta».
È l’inizio delle tante riflessioni che, di film in film, Allen rivolgerà al rapporto uomo-donna. Fra Louise e Virgil proprio non va. Lei lo ama pur conoscendo la verità sul suo conto. Il problema è a monte, nell’impossibilità nel relazionarsi l’uno all’altra. Basti pensare alla reazione di Virgil quando Louise annuncia che avranno un bambino.
L: Me l’ha detto il dottore, è sicuro. Sarà il mio regalo per Natale.
V: Ma a me bastava una cravatta!
Tante disavventure e nessun successo. La miseria, dice Virgil all’intervistatore del mockumentary, ha rischiato di farlo “scivolare fuori dall’illegalità”, ma lui rivendica la sua scelta. Nel finale lo troviamo di nuovo in carcere. Il giornalista chiede:
«Come passi il tuo tempo libero? Hai qualche hobby?».
E Virgil, intagliando col cucchiaio una saponetta a forma di pistola, dà la chiosa al film con una risposta ironica e pungente, un sunto del suo personaggio, dalla sfortuna alla tenacia, passando per la continua ricerca di un riscatto, qualunque esso sia, anche se criminale:
«Adesso sto lavorando a… Ecco mi diletto molto di sculture e modellismo. Sono diventato abile… Per caso fuori sta piovendo?».