Patrick Bateman e i veri leader della Cancel Culture

Patrick Bateman e Cancel Culture

di Denise Tshimanga


 

Se quella autopsia della cultura yuppie anni ottanta che fu il romanzo American Psycho uscisse oggi, verrebbe liquidato come un cattivo esempio: una storia depravata e immorale con un protagonista toxic, manipolatore e narcisista. Queste sono le parole che usiamo oggi per certi maschi bianchi con l’ossessione per il biglietto da visita perfetto e lo stereo costoso. Ogni parola che abbiamo riscoperto negli ultimi anni e preso in prestito dalla lingua inglese, verrebbe utilizzata per descrivere il comportamento di Patrick Bateman e le decisioni narrative del suo creatore Bret Easton Ellis. Non ci sarebbe spazio per un personaggio del genere, sarebbe troppo problematico.

Non c’era spazio per lui nemmeno nel 1991 quando American Psycho, il terzo romanzo di Ellis, fece il suo debutto nelle librerie. Il romanzo racconta le vicende del ricco e spietato Patrick Bateman, uno dei tanti lavoratori di Wall Street che ha, beh, una vita uguale a quella di tutti i broker di Manhattan – sveglia presto, in ufficio tutto il giorno, ristoranti di lusso, belle donne intorno, soldi a non finire – se non fosse che è un serial killer. La sua mania per gli omicidi non è nemmeno la qualità più bizzarra che gli appartiene. Bateman è estremamente preciso, ossessionato dalla sua stessa ricerca per la perfezione, vive ogni giornata nello stesso identico modo, tutto è una routine studiata, sembra non provare nessuna emozione, soltanto fastidio e alienazione. 

Il libro venne criticato pesantemente da diverse testate giornalistiche – Jonathan Vierdly nel Washington Post lo definì “spazzatura” e “piatto” – e oltre a criticare in maniera negativa il libro, si parlava male anche dell’autore: Patrick Bateman venne interpretato come un riflesso distorto di colui che lo aveva creato, e Ellis, che è sempre stato sicuro delle proprie scelte, cinico e anche leggermente menefreghista, ha cavalcato l’onda e ha detto più volte che lui, da giovane, si sentiva alienato dalla società proprio come Bateman.

Queste sue affermazioni però, sono sempre state dissezionate e tradotte così: Bret Easton Ellis è un misogino che odia tutti.

La distinzione tra finzione e realtà, una storia inventata e ciò che viviamo tutti i giorni, negli ultimi anni è scomparsa quasi del tutto. È vero, siamo diventati più cautious, più attenti, ma siamo anche più rispettosi? Le persone che si eleggono paladini della giustizia sui social con una storia su Instagram, sanno veramente di cosa stanno parlando? Sono questi i nostri attivisti? La cancel culture esiste davvero?

Forse il mondo è diventato più crudele, difficile, stancante. E di certo questo non ha aiutato le persone a sentirsi al sicuro, a stare bene, a credere di potersi aprire ed essere vulnerabili quando hanno bisogno di aiuto. Basti pensare all’aumento dei suicidi tra i giovani, che è salito al 75% dal 2020 a oggi; i più piccoli che commettono il suicidio hanno anche 9 anni. Pensiamo al malessere che ha inondato gli studenti universitari negli ultimi anni (in Italia, uno studente universitario su tre, soffre di un forte disagio psicologico ).

Sono aumentati i pericoli, le discriminazioni, le sparatorie, gli attentati, le guerre, e insieme a loro è cresciuta la paura, la desolazione, la censura, il controllo. Le sparatorie di massa negli Stati Uniti d’America, non fanno che aumentare, solo nel 2023, dall’inizio dell’anno, sono state superate le 100 sparatorie. 

Abbiamo paura degli altri ma abbiamo anche paura di noi stessi.

La cancel culture esiste, ma non funziona. Lo vediamo continuamente con influencer e youtuber americani che vengono accusati di grooming (l’adescamento di minori, principalmente online) e abusi, come James Charles, influencer e youtuber americano che è riuscito a creare una carriera grazie alla sua passione per il make up. Oltre ai video e ai post su Instagram, ha realizzato numerose palette per il brand Morphe, ed è finito in copertina su Covergirl diventando così il primo ragazzo ad occupare quello spazio per la rivista. Ha fatto milioni e milioni di dollari, ma nessuna banconota o collaborazione glam, è riuscita a nascondere la sua vera natura. James Charles infatti, è stato accusato più volte di grooming e comportamenti problematici. 

L’impatto che hanno avuto queste accuse sul suo lavoro, è quasi nullo. Per un periodo di tempo Youtube aveva “bloccato” la monetizzazione del suo canale, quindi Charles non guadagnava nulla dai suoi video (ma continuava a guadagnare con pubblicità, collaborazioni, e con le sue palette). Questa presa di posizione non è durata per sempre: James Charles ha trascorso del tempo lontano dal mondo di internet “per pensare”, e poi è tornato a pubblicare video con milioni di visualizzazioni. Ma ci sono altri influencer e star del web, che sono state accusate di comportamenti simili: Jake Paul, lo streamer di Twich Dream, Onision, il super milionario David Dobrik e molti altri.

Questo capita anche a Hollywood: durante l’ultima cerimonia dei Golden Globes, Brad Pitt ha ricevuto una dose di complimenti e adulazioni che sembravano quasi calcolate, una trovata PR. Era seduto in prima fila, un sacco di suoi colleghi lo hanno nominato varie volte in maniera positiva, mentre la sua ex moglie Angelina Jolie lo ha accusato di violenza domestica e Maddox, uno dei figli maggiori, ha testimoniato contro il padre proprio riguardo alle vicende di aggressione. Lo stesso Maddox aveva postato delle storie Instagram – poi cancellate – contro il padre. Queste le sue parole:

“Buona festa del papà, stronzo! Non hai alcuna considerazione o empatia nei confronti dei tuoi quattro figli più piccoli, che tremano dalla paura ogni volta che ti avvicini a loro. Non comprenderai mai il danno enorme che hai causato alla mia famiglia. Hai reso un inferno, la vita delle persone che amo di più. Puoi raccontare a te stesso e al mondo quello che vuoi, ma un giorno la verità verrà alla luce. Quindi buona festa del papà, feccia umana.”

In questi casi l’occhio di bue della cancel culture viene spento. Roman Polanski è stato difeso da innumerevoli attori e attrici nonostante sia stato accusato di violenza sessuale e stupro ben quattro volte nel corso degli anni. Ci sono molti nomi del cinema e dello spettacolo, che hanno ricevuto e continuano a ricevere un trattamento speciale, nonostante gli atti illegali che spuntano accanto al loro nome nella barra di ricerca di Google.

Harvey Weinstein è stato protetto per anni fino a quando la sua bolla è scoppiata; abbiamo Woody Allen, abbiamo Kevin Spacey, abbiamo Marilyn Manson, la lista è molto lunga. Davanti a un bel film o una bella canzone però, tutti si dimenticano (o fingono di aver dimenticato) le accuse e i crimini di quel soggetto. Quell’attore, quel regista, non vengono psicoanalizzati, non finiscono in un rogo virtuale. Vengono invitati agli eventi mondani, nominati alle premiazioni, vengono lodati; si fa finta di niente. La realtà viene ignorata, mentre la fantasia e il mondo della fiction vengono accerchiati, limitando l’espressione narrativa e perdendo spesso una vera e propria struttura critica.

I romanzi e i racconti, mischiano la fantasia e la realtà, prendono elementi concreti che conosciamo bene (l’amore, il razzismo, la violenza, il sesso) e li gettano in un mixer per dare vita a personaggi stravaganti, sbagliati, imperfetti, freddi, interessanti, antipatici e vibranti. Una storia di fiction racconta la realtà con una lente diversa, per farci entrare nella mente di una persona che non conosciamo e che alla fine del libro, ci sembrerà di aver già incontrato milioni di volte. Ci assomiglia, assomiglia a un nostro amico, a qualcuno che non sopportiamo.

Un personaggio fittizio ha una personalità, dei modi di fare e di pensare  esattamente come ce li abbiamo noi. Può starci simpatico, può starci antipatico, a volte siamo d’accordo con le sue decisioni, altre volte vorremmo strappare le pagine del libro o gridare davanti allo schermo quando commette un errore.

American Psycho, andava e va preso per quello che è: una satira, un ritratto dello stereotipo del bianco etero ricco che lavora tutto il giorno, si veste con capi firmati, non ha una vita sociale al di fuori del lavoro, tratta le persone con supponenza, è limitato, e ha dei valori completamente avventati.

I colleghi di Patrick Bateman, sono uguali a lui. Ognuna di quelle persone è una copia dell’altra, vivono cercando di riempire la propria esistenza con tutto quello che la società gli ha fatto credere di dover ottenere per stare bene e avere successo. Everything is a copy, of a copy, of a copy scriveva Chuck Pahlaniuk in Fight Club, un altro manifesto della mascolinità tossica.

Fight Club venne accolto molto meglio dai critici. Quando uscì il libro nel 1996 il successo non fu immediato, ma con l’arrivo del film diretto da David Fincher, l’attenzione tornò all’origine ovvero al romanzo di questa storia. È un’opera controversa ed è stata giudicata spesso negli anni, ma ha ricevuto comunque un trattamento diverso rispetto ad American Psycho

Fight Club va contro la toxic masculinity, va contro il capitalismo, è una storia potente e speranzosa ma con quel tipo di speranza che viene annientata dalla triste realtà dei fatti. Anche American Psycho critica e prende in giro i finance guys e il loro mondo di plastica, eppure la violenza del protagonista ha coperto tutti gli altri elementi della storia ed è diventata la vera star maledetta della vicenda. Non è la storia di un serial killer, non abbiamo nemmeno la certezza che Patrick Bateman abbia veramente ucciso tutte quelle persone, l’autore stesso ha detto che non trovava interessante rispondere alla domanda “sta succedendo davvero?”. Ciò nonostante, le descrizioni ossessive e dettagliate degli omicidi e delle sue opinioni violente, hanno travolto la visione di molti scettici.

Se American Psycho uscisse oggi, verrebbe etichettato come un cattivo esempio, ma lo è? Si tratta di un romanzo scritto da un uomo omosessuale (proprio come l’autore di Fight Club) che ha voluto raccontare la vita vuota e insoddisfatta di una categoria di persone. L’arte dovrebbe continuare ad esistere senza oppressioni. La vera guerra si dovrebbe fare contro i mostri di cui sentiamo parlare tutti i giorni, non con quelli dei libri. Sigmund Freud nel 1933 diceva: 

“Che progressi stiamo facendo. Nel Medioevo mi avrebbero messo al rogo. Adesso gli basta bruciare i miei libri”.

Abbiamo bisogno di personaggi e storie di qualsiasi tipo. Lasciamo agli autori la possibilità di creare persone contorte, difficili, insopportabili, discutibili, dal cuore di ghiaccio, senza cuore, sbagliate. Non mettiamo la creatività in una gabbia. Lasciamo vivere quei personaggi nei romanzi e nei film, e togliamoli dalle strade; togliamoli dalle scuole, dal posto di lavoro. I cattivi  piacciono a tutti. Tra le pagine di un libro, in un film della Marvel, in una serie HBO. In tutti quei posti in cui sono a debita distanza, non possono farci del male, non possono sconvolgere la vita di nessuno, sono i nostri burattini. Non lasciano ferite addosso, non ci picchiano, non ci derubano, non ci molestano. Al culmine della storia, scegliamo noi che finale dargli.  

Rispondi