Aggiungere quello che manca: un altro romanzo di Jane Austen

foto © Rui Palha

di Francesca Romana Cicolella


A parlare di Jane Austen sono bravi tutti. Lei è una di quelle scrittrici che, due secoli dopo la sua esistenza, attira ancora molti commenti. Peccato che la maggior parte siano dettati dalla presunzione di conoscere davvero quel che ha scritto e fatto, da un pregiudizio che risulta complesso da sradicare quanto la tendenza delle case editrici a riempire di fiori autunnali e tazzine di the le copertine delle sue ristampe.

Gentile signor Chapman, grazie di avermi spedito i capitoli di Persuasione. Mi fa molto piacere averli. Ho pensato spesso di scrivere un articolo sulla crudezza di Jane Austen. La gente che ne parla come di una zitella tutta smorfie e smancerie mi irrita sempre. Ma probabilmente io irrito loro.

Lo scrisse Virginia Woolf in una lettera privata da cui parto, per giungere a quel che forse di questa autrice c’è da dire.

Persuasione è il più bel romanzo di Jane Austen, anche perché è quello che rende l’idea di chi Jane Austen sia stata davvero e sia diventata scrivendo. Questo scritto ha al centro Anne, giovane donna appartenente ad un’antipaticissima famiglia, che si lascia persuadere dell’inadeguatezza delle sue scelte, per poi scoprire che il suo istinto è la sola strada giusta per raggiungere la felicità. Quella che ci troviamo di fronte in Persuasione è una storia diversa da quelle che siamo abituati a leggere; Jane Austen non delude i suoi lettori ma rilancia con qualcosa che scava più in profondità, inserendo l’amore in questa storia come elemento e non come protagonista, dando forza maggiore all’interiorità e al carattere dei personaggi.

In questo romanzo Jane Austen mostra in maniera chiara la crudezza e la potenza della sua ironia, senza mai smettere di narrare come aveva sempre fatto. Una satira più dura del solito viene utilizzata per modellare personaggi e situazioni, trasmettendo in maniera molto più forte l’atmosfera che si respira in ogni casa. L’autrice non risparmia nessuno, la sua unica capacità di rendere dolce un passaggio ironico e viceversa viene qui fuori con veemenza ed eleganza. Anche le considerazioni, che la Austen fa da narratrice o affida ad Anne, sono qui impregnate di una maturità personale e artistica palpabile. Anne, unica e sola protagonista di Persuasione, è innamorata di un uomo, che la ricambia. Ma non è questo il punto. Persuasione è la storia degli otto anni di vita di una ragazza che diventa donna senza condividere nulla con l’uomo che ama, che fa dell’amore la completezza di cui certamente aveva bisogno ma che non era necessaria né per la sua crescita né per la sua indipendenza. Anne sembra una ragazza degli anni duemila, si trova a fare i conti con una famiglia a cui si sente legata per bontà d’animo ma non per comunanza di valori, che evidentemente appartengono solo a lei. Si scontra con l’indifferenza e il poco spessore del padre e delle sorelle, ma si adatta ad un ambiente da cui sa farsi apprezzare sinceramente. Si fa guidare da Lady Russel, amica di famiglia che sostituisce una figura materna di cui avrebbe avuto bisogno, fin quando, a ragione, si ritiene abbastanza matura da ascoltare solo sé stessa. Eppure Lady Russel, che ha ostacolato la storia d’amore di Anne, non è una figura negativa ed è già qui la bravura di Jane Austen. Questa donna, che ad Anne vuole bene davvero, cerca di darle giusti consigli, di crescerla nel modo amorevole che merita. Ed Anne vi si affida, sente che quel rapporto è prezioso e va custodito, sfruttato fino al punto in cui le serve per crescere.

 Anne, a ventisette anni, aveva idee molto diverse da quelle che le si erano imposte a diciannove. Non dava la colpa a Lady Russel, non accusava se stessa per essersi lasciata guidare da lei, ma sentiva che se una giovane, in circostanze simili, avesse dovuto chiederle consiglio, non ne avrebbe certo dato uno che comportasse tanta infelicità immediata e un beneficio futuro così incerto.

Anne è una donna che diventa grande anche grazie alla mente chiusa di chi la circonda, sa guardarsi attorno e poi scavarsi dentro, sa dare spazio alle sue emozioni rendendosi conto di quanto sia importante viverle.

Finalmente Anne arrivò a casa, più felice di quanto avrebbe potuto immaginare chiunque vi si trovava. Ogni sorpresa e incertezza, e ogni altro momento doloroso della mattinata erano stati dissipati da questa conversazione, ed ella rientrò a casa così felice che dovette cercare di calmarsi con qualche momentanea apprensione che tale felicità potesse non durare. Un intervallo di meditazione, grave e pieno di gratitudine, era il miglior correttivo per tutto quello che vi era di pericoloso in una felicità così intensa. Andò nella sua stanza e ne ritornò calma e decisa dopo aver reso grazie per questa gioia.

Jane Austen, che all’inizio sente il bisogno di difendere Anne dalle grinfie di ambienti e lettori, di lei ci dice che “Era stata costretta alla prudenza da giovane e perciò si era imbevuta di romanticismo con gli anni; il seguito naturale di un inizio innaturale.” Poi l’autrice si concentrerà sul distruggere i personaggi peggiori e sul dare risalto ai migliori, consapevole che lei camminerà sulle sue gambe e apparirà da sola per quel che è.

In alcuni momenti viene da pensare che Anne sia debole, che sottostia ai capricci di famiglia e amici, che sia troppo buona – e questo forse è vero – ma è quello il momento in cui, consapevolmente o meno, lei sta costruendo la sua personalità e, poi, il suo futuro. Ogni personaggio di Persuasione ci risulta noto. Sappiamo che Mary ama essere al centro dell’attenzione ad ogni costo, che Elizabeth – all’inizio figura quasi trasparente – è in verità superficiale e cattiva quanto suo padre. Anne invece va oltre, non si scontra mai con nessuno ma fa i conti con i grandi difetti di tutti, con diplomazia ed eleganza, rendendosi inattaccabile.

Come faceva Anne ad aggiustare tutte queste cose? Poteva soltanto ascoltare pazientemente, addolcire i risentimenti, e scusare l’uno presso l’altro, suggerire a tutti la tolleranza che era necessaria fra parenti così prossimi e rendere più esplicite quelle allusioni che erano intese a beneficio di sua sorella.

Jane Austen crea un personaggio che diventa perno di tutte le storie che nel romanzo si svolgono. Non c’è nulla che nel testo non vada nel verso giusto se non grazie ad Anne, al suo modo unico di gestire tutto di cui tutti sembrano non accorgersi ma di cui non possono fare a meno. Anne ricorda le tipiche protagoniste Austeniane nell’essere diversa dalle altre donne superficiali e sciocche, ma è probabilmente qualcosa più delle altre. Lei è consapevole di quel che non ha avuto e di quel che è necessario, guarda quel che le altre sono e senza sforzi diventa diversa, senza mai perdere femminilità e senno.

Intanto torna Wentworth – l’uomo colpito dalla persuasione di non essere quello giusto, che non riesce a perdonarla ma non sa starle lontano, lui che alla fine si rende conte che senza di lei “è al mondo ma non libero” – occasione per Anne non solo di concedersi l’amore che merita, ma anche per dimostrare che anche nell’amore è diversa. Lei è stata capace di trattarlo male nonostante ne fosse innamorata, di pensare che se qualcuno di più grande fosse convinto dell’inadeguatezza di quel rapporto potesse avere ragione. Anne accetta che questa persona torni, sa di amarlo ma senza invadenza sa gestire anche il momento in cui lui sembra iniziare una nuova storia d’amore. “Ora erano come estranei, anzi peggio che estranei, perché non potevano più conoscersi. Era una rottura definitiva, completa.”

Anne non ha bisogno di nessuno per scoprire chi mente e chi è sincero, non le serve nessuno per sciogliere i nodi relazionali che Jane Austen è sempre stata bravissima a creare. Non c’è chi aiuta l’eroina, perché questa volta Anne un’eroina lo è per davvero. Si incastra nei suoi pensieri e sentimenti e sa uscirne, è una persona vera e stimabile e, alla fine, può godersi l’amore che ha difeso e guadagnato. Eppure è l’unica cui la Austen concede un finale lieto ma condito di amaro sarcasmo, quello adatto alla vita vera.

Leggere Persuasione apre un enorme capitolo della riflessione attorno al personaggio Jane Austen, considerata tale, ancor prima che scrittrice, dai critici. Quelli che di lei hanno parlato come di una donna sola e immersa in una vita poco interessante non hanno probabilmente mai considerato quel che dentro di lei, a prescindere dagli avvenimenti materiali, potesse accadere. La maggior parte delle critiche su Jane Austen sembrano dettate da letture superficiali delle sue opere e di Persuasione, che anche sola descrive con chiarezza i moti interiori di chi vive la storia ma anche, evidentemente, di chi la scrive. Di fronte a quel che di lei hanno detto viene da chiedersi in quanti abbiano realmente letto le sue opere, in quanti siano andati oltre una prima veloce lettura di Orgoglio e Pregiudizio per arrivare alla profondità e al cambiamento dell’autrice nemmeno troppo nascosti in Persuasione.

Ascoltare la vera voce di Jane Austen che non dice niente, quando i critici si sono interrogati se fosse una donna, se dicesse la verità, se sapesse leggere e se fosse personalmente esperta di caccia alla volpe, è davvero frustrante. Vogliamo ricordare che Jane Austen scrisse romanzi. Sarebbe utile che i suoi critici li leggessero.

Disse Virginia Woolf, evidentemente quella che fu la più grande amica di Jane Austen. Nacque 65 anni dopo la sua morte e decise di indagare su una figura tanto chiacchierata partendo dalla considerazione più semplice del mondo: se Jane Austen ha passato la vita a scrivere aveva qualcosa da dire, quel qualcosa lo si può trovare solo nei suoi scritti.

Per parlare di Jane Austen dunque basterebbe Virginia Woolf che, unica e sola, su di lei ha scritto tantissimo senza farsi mai trascinare dai pregiudizi. Anzi, ha fatto di più: ha raccolto tutti quei pregiudizi, ha cercato di comprenderli, li ha smontati e poi ha ricostruito la figura di Jane Austen per ciò che è e sempre ha voluto essere, una scrittrice.

Fu Virginia Woolf a parlarmi per la prima volta di Persuasione. “Persuasione presenta una bellezza particolare e una particolare monotonia” ha detto. Persuasione è il romanzo in cui Jane Austen lascia le solite ambientazioni, cambia modo di raccontare le cose e snobba i salotti borghesi protagonisti degli altri romanzi: mai affermazione della Woolf fu più vera di quella in cui dice che in questo romanzo la Austen abbandona i fatti e si concentra sulle emozioni. Se è vero che anche qui troviamo case modeste e famiglie borghesi, passeggiate in campagna e amori di ogni genere, famiglie variegate e intrecci è altrettanto chiaro come al lettore risulti tutto diverso. Quei salotti, quei personaggi vengono messi da parte non perché non ci siano, ma perché quando ci sono servono per descrivere quel che accade nell’interiorità di chi li vive. Sono le sensazioni, i sentimenti, le delusioni, il disprezzo o l’estrema gioia a diventare protagonisti. L’ambiente è solo un contorno, il racconto è concentrato sul cosa più che sul come, i salotti borghesi scatenano l’ironia e il sarcasmo utili a metterne in evidenza la superficialità dei protagonisti. Il cambiamento narrativo di Persuasione è chiaramente sintomo di un cambiamento dell’autrice. “Jane Austen inizia a scoprire che il mondo è più vasto, misterioso e romantico di quanto aveva creduto.” dice Virginia Woolf.

L’autrice di Una stanza tutta per sé non ha parlato di lei solo in questo libro, lo ha fatto anche in alcune lettere – che Minimum Fax ha ripubblicato nel volume Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto – in The Common Reader e Books and Portraits. Tutti gli scritti di Virginia Woolf su Jane Austen si possono ora leggere in un unico volume edito Elliot edizioni. Ne viene fuori un quadro molto chiaro di chi Jane Austen fosse ma anche, e soprattutto, di quanto Virginia Woolf sia stata brava non a leggere tra le righe, come intendevano fare tutti i critici che della Austen parlavano, ma a leggerne attentamente ogni parola.

Virginia Woolf ha considerato la vita di Jane Austen senza trascurarne i romanzi, anzi partendo da questi.

Scriveva per tutti, per nessuno, per la nostra epoca, per la propria; in altre parole, perfino in tenera età, Jane Austen era una scrittrice.

Jane Austen era una scrittrice a dispetto della famiglia che bruciò le sue lettere dopo la sua morte, dei critici che la etichettavano come zitella acida e di chi vedeva nei suoi romanzi solo storie d’amore banali. Morendo a 42 anni non ha avuto il tempo di completare un percorso di vita e una maturazione artistica che le avrebbe forse dato riscatto, di avere finalmente fiducia in sé stessa, ammesso che quella che aveva non fosse già abbastanza. Jane Austen, e questo emerge anche e soprattutto dal ritratto che Virginia Woolf ne fa, non si fece mai realmente travolgere da quel mondo borghese che l’ha cresciuta e fin troppo disprezzata. Lei era una scrittrice e come tale quel mondo aveva imparato a leggerlo, ne scriveva per sottolinearne pregi e difetti ed è stata indubbiamente quella che ha saputo farlo meglio.

I critici di lei hanno detto che non era all’altezza – probabilmente anche in quanto donna – di scrivere del mondo borghese. Poi, per non perdere l’esercizio di distruzione, sono passati a dire che non sapeva scrivere altro se non quel mondo borghese. Probabilmente sono vere entrambe le asserzioni: non ne era all’altezza perché ne era superiore, non poteva scrivere d’altro perché quel mondo era interessante da descrivere, qualcuno doveva pur raccontarne in maniera impeccabile le storture.

Di Jane Austen si sono divertiti ad attaccare la persona, gli scritti venivano utilizzati per lo stesso scopo. Senza mai considerare che il suo mondo per lei era pura ispirazione, che nulla di quel che accadeva incideva sulla sua persona per davvero, ma le serviva per costruire quel mondo interiore che nessuno, oltre la Woolf, ha saputo studiare.

A volte sembra che Jane Austen crei le sue creature per appagare l’estremo piacere di decapitarle. È soddisfatta, compiaciuta; non torcerebbe un capello a nessuno, o sposterebbe un mattone o un filo d’erba in un mondo che le fornisce un piacere tanto squisito.

Non era una donna incattivita Jane Austen, era semplicemente un’acuta scrittrice. Come ribadisce ancora Virginia Woolf “Sapeva descrivere uno notte incantevole senza menzionare neanche una volta la luna.”

Una donna che capisce un’altra donna, che ne esalta le virtù e le capacità, che coglie quel che gli altri non seppero cogliere. Si può star certi che quella di Virginia Woolf non sia pietà né, tantomeno, solidarietà femminile. Lo si coglie leggendo l’intera opera di Virginia Woolf, di cui è certamente inutile star qui a sottolineare l’oggettività e magnificenza d’intelletto; si nota la necessità da parte di chi di letteratura volle vivere e non seppe fare a meno di far conoscere quel che letteratura fu davvero. C’è voluta Virginia per comprendere Jane perché la Woolf fu quella che andò oltre la lettura superficiale di Orgoglio e Pregiudizio, che colse già in quel romanzo la sua crudezza e comprese quanto di diverso c’era nei romanzi successivi man mano che la sua autrice cresceva. Virginia Woolf è quella critica letteraria che ha scelto di conoscere il momento storico in cui Jane Austen scriveva, di studiarne possibilità e limiti e di collocare la scrittrice in quel tempo, non giudicandone solo gli scritti o solo la vita.

Soltanto Jane Austen ed Emily Bronte ce l’hanno fatta. Un altro fiore, forse il migliore, da aggiungere al loro occhiello. Scrivevano come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini. Fra le migliaia di donne che a quel tempo componevano i romanzi, loro soltanto avevano ignorato le costanti ammonizioni dei sempiterni precettori: scrivete questo, pensate quello.

Non si può scegliere di criticare negativamente Jane Austen senza pensare a quali schemi fu in grado di far fronte nel suo tempo e nella sua società. Soffermarsi sulla storia d’amore significherebbe non capire nulla di ogni sua storia narrata, non comprendere che tutte quelle piccolezze borghesi e amorose erano essenziali per lei perché funzionali ad andare oltre.

Ed ecco come con Persuasione possiamo trovare un’analogia tra Jane Austen ed Anne. Questa ragazza, che cresce in quello stesso ambiente borghese in cui Jane Austen veniva giudicata schiva e antipatica, è il tramite per giungere a quel ”altro” che la scrittrice ha trovato ed esplora, guardandosi dentro e meno attorno. Poi c’è Virginia Woolf, la donna sulle donne, la scrittrice sulle scrittrici, che di quell’andare oltre ha fatto capacità di arrivare dove gli altri non volevano, ne ha fatto arte.

Jane Austen è dunque padrona di emozioni molto più profonde di quanto si creda. Ci esorta ad aggiungere quello che manca.

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