Calvino sovietico, Calvino americano

di Domenico Cerrato


In Perché leggere i classici? Italo Calvino scrive uno dei suoi aforismi più citati: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Teniamolo a mente e rivolgiamo la nostra attenzione a un passo tratto dal primo grande reportage dello scrittore, quello realizzato in Unione Sovietica nel 1952 e pubblicato su L’Unità:

Mosca, giovedì mattina

Andando per le vie del centro vedo una coda di gente ferma sui marciapiedi, davanti a un negozio. Più in là un’altra. Un’altra ancora. Chiedo spiegazioni agli interpreti. «Aspettano l’apertura dei negozi – mi dicono. – Sempre così alla mattina, prima delle 11». «Ah, capisco», dico io, ma continuo a pensarci sopra e non sono soddisfatto. Già l’avevo sentito dire in Italia, di code ai negozi di Mosca, ma pensavo alle solite bugie.

Costretto ad accettare una verità che riteneva pregiudizievolmente falsa e incapace di darsi una spiegazione, lo scrittore esplicita di nuovo i propri dubbi il giorno seguente: “Dites-moi, V. Stepanovic [la guida, ndr], da noi in Italia le code vogliono dire guerra e miseria. Mi dovete spiegare come è possibile che ci siano code in Unione Sovietica”. Incalzato dall’insistenza del visitatore, la guida articola una risposta bizzarra, illustrando il complicatissimo incastro di orari che regola la vita della popolazione russa e asserendo che le code non sono composte da residenti moscoviti, bensì da lavoratori originari delle proprietà agricole collettivizzate in attesa di ripartire per la campagna. Questa volta Calvino, pentito del proprio scetticismo, si mostra sinceramente convinto:

Chiarissimo. Cercavo di trovare una disorganizzazione, una magagna, invece tutto è semplice e naturale. Comincio a orizzontarmi nell’orario quotidiano della vita sovietica, a riconoscere l’aspetto della città nelle varie ore, ad avvicinarmi al loro ritmo.

Il Taccuino di viaggio nell’Unione Sovietica non è invecchiato bene. A tutti gli effetti il reportage di Calvino ha “finito di dire quel che ha da dire”: prova ne è anche il fatto che oggi è editorialmente reperibile soltanto nella raccolta delle opere complete dei Meridiani. E d’altronde sarà Calvino stesso, dopo aver abbandonato il PCI nel ’56 a seguito dell’invasione ungherese ordinata dal segretario Kruscev, a riconoscere – non senza imbarazzo – il proprio abbaglio. In un articolo del ’79 pubblicato su la Repubblica e intitolato Sono stato stalinista anch’io? giudicherà l’atteggiamento tenuto in Unione Sovietica – al pari di quello degli altri intellettuali comunisti italiani – ipocrita, schizofrenico e volto unicamente a presentare “come sereno e sorridente ciò che era dramma e tensione e strazio”.

In Pellegrinaggi politici il sociologo ungherese Paul Hollander riflette sul rapporto intercorso tra intellettuali europei e regimi socialisti durante la seconda metà del Novecento. Hollander mette in rilievo la fascinazione esercitata dall’Unione Sovietica sui comunisti provenienti dai paesi a sinistra della cortina di ferro, evidenziando il doppio standard che gli occidentali adoperano durante le proprie peregrinazioni. Da un lato viene registrata l’estraniazione degli europei dalla propria società, dall’altro l’estrema idealizzazione della nazione visitata. La combinazione di aspettative, pregiudizi e rifiuto del modello sociale di provenienza, unita alle rigide restrizioni cui vengono sottoposti i visitatori stranieri dall’apparato comunista (questi sono costantemente scortati e non possono muoversi autonomamente), segnano la rinascita di un genere letterario originario del Medioevo: gli intellettuali comunisti danno infatti nuova vita alla letteratura di pellegrinaggio, arieggiando i testi cristiani sulle visite in Terrasanta.

La letteratura di pellegrinaggio politica, proprio come quella devozionale, è ricca di suggestioni e descrizioni che si ripetono simili in ogni autore a mo’ di topoi. Prendiamo come riferimento tre “pellegrini” italiani e alcuni luoghi dei loro reportage: Renata Viganò, l’autrice de L’Agnese va a morire, sottolinea la comodità del viaggio in treno verso Mosca, la commozione provata durante la visita al mausoleo di Lenin e la sensazione di appartenere a una grande famiglia; Libero Bigiaretti, altro romanziere, nota con compiaciuto stupore l’impossibilità di identificare la classe sociale dei cittadini sovietici, l’estrema diffusione della cultura e l’attenzione russa alla pedagogia; Egisto Cappellini, partigiano e politico comunista, rimane colpito dalla naturale ospitalità del popolo russo, in particolare da quella delle donne, e sottolinea l’affettuosa devozione della popolazione nei confronti di Stalin. Al netto del meticoloso allestimento dell’apparato sovietico, la meraviglia dei visitatori nasce proprio dalle premesse ideologiche: i pellegrini trovano in Unione Sovietica esattamente quello che si aspettano di trovare e, quando rimangono stupiti, sono stupiti sempre positivamente da qualcosa che supera di gran lunga le loro aspettative. E le aspettative non vengono mai tradite.

Calvino è particolarmente bravo nei quadretti folkloristici. La visita a una proprietà agricola collettivizzata in Azerbaigian ci porta ai confini del realismo magico:

Per la strada, due vecchi dall’aria arzilla stanno a guardare i viavai, sorridendo sopra le bianche barbe a punta e con gli occhi ammiccanti sotto il colbacco. Uno ha 125 anni, – sento dire – l’altro 120. Avevo già sentito parlare della longevità dei contadini caucasici, e non voglio mettere in dubbio l’informazione. A ogni modo ci viene detto: «È inutile che chiedete a loro; rispondono sempre d’avere diciassette o diciotto anni».

“Non voglio mettere in dubbio l’informazione” riassume bene lo spirito dell’intero reportage. “L’esperienza che abbiamo avuto della campagna sovietica, nei semplici e purtroppo rapidi contatti con questa gente, vale più di volumi di dati e statistiche”. Questa sorta di impressionismo irrazionale sorprende in uno scrittore che fa della ragione e dell’analisi la sua base teorica.

La cosa interessante è che, se l’adesione dello scrittore ai valori del comunismo è sempre stata chiara, il rapporto con il PCI non è altrettanto pacifico. Calvino entra nel partito quando questo era ancora clandestino, durante la Resistenza, cui lo scrittore aderisce da giovanissimo. L’esperienza di partigiano fornisce (ed esaurisce) il tema per le primissime pubblicazioni, in particolare per il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno. Ad ogni modo, terminata la fase del neorealismo, Calvino non si configura mai esplicitamente come “scrittore impegnato”. Nel 1952, con la pubblicazione de Il visconte dimezzato, dà invece il via a quella che diventerà la Trilogia dei nostri antenati, serie di romanzi dai toni fantastici che spiazzerà e deluderà i critici schierati e di cui lo stesso autore rifiuterà con fervore ogni interpretazione politica.

Alla complessità della sua posizione sul piano sincronico, si aggiunge quella sul piano diacronico: dobbiamo in poche parole fare i conti con l’esigenza di Calvino, dopo il ’56, di applicare una piccola ma sostanziale revisione alla sua visione dell’Urss: in un’intervista del ’60, l’autore dichiara di aver sempre manifestato verso il mondo sovietico un “armamentario di diffidenze e obiezioni”, si proclama “anarchico” e sostiene di essersi unito ai comunisti durante la guerra soprattutto per ragioni di praticità e di azione. Non si può non diffidare, però, da queste dichiarazioni retroattive nei confronti del totalitarismo stalinista, dichiarazioni che contavano forse sulla speranza che nel ’60 quel manifesto di adesione allo stalinismo non circolasse più in alcuna forma.

Sette anni dopo il viaggio in Unione Sovietica Calvino visita gli Stati Uniti d’America. Il soggiorno, che dura sei mesi a cavallo tra il ’59 e il ’60, è finanziato da una borsa della Ford Foundation riservata ai giovani letterati europei e non prevede limitazioni di sorta. Così, tra convegni letterari e incontri per conto della casa editrice Einaudi, lo scrittore esplora i luoghi più significativi dello sterminato territorio americano, in un viaggio coast to coast da New York a San Francisco. La visita americana è quanto di più distante possa esserci dalla forma ossequiosa del pellegrinaggio politico. Questo non solo perché gli Stati Uniti non rappresentano – a differenza dell’Urss – la patria ideologica dello scrittore, ma soprattutto perché stavolta Calvino non dà spazio ai propri bias di conferma e si misura invece, se necessario, con i propri pregiudizi. L’aria di libertà ideologica che si respira nel resoconto americano è ben rappresentata dai destinatari editoriali: mentre all’esplorazione sovietica corrispondeva lo sbocco unico de L’Unità, il reportage in Usa è trasposto in una molteplicità di riviste quali ABC, Europa Letteraria, L’illustrazione italiana, Tempo presente e Nuovi argomenti.

A bordo del transatlantico che lo sta conducendo negli Stati Uniti, Calvino scrive una lettera indirizzata al caporedattore di Einaudi concludendola con il motto “Viva il socialismo. Viva l’aviazione”, come a scagliarsi ironicamente contro la “noia americana” che pervade la nave. Eppure, come espone in una lettera successiva ai coniugi Einaudi, lo scrittore si prefigge di non porsi mai “dal punto di vista dell’antiamericanismo tradizionale” né “della polemica con la cultura industriale di massa” – è pur vero che in seguito dichiarerà di sentirsi soffocato dal sistema di produzione americano in ambito editoriale (“qui le case editrici non hanno un’anima […], sono puri organismi commerciali”). Ad ogni modo, ogni presupposto ideale crolla non appena Calvino sbarca in America, dove rimane immediatamente folgorato da un amore contraddittorio per New York:

Tutti gli americani sanno dirmi perché odiano New York: città di professioni artificiali, di intellettuali industrializzati, di vita sociale intensissima ma senza approfondimento di rapporti umani, città dove tutto si commercializza, città dal ritmo snervante e non concretamente produttiva; città non americana, incapace di creare dal crogiolo di popoli una civiltà propria; città dove si è fermata senza assimilarsi la parte peggiore di tutte le ondate di immigranti; città che più di ogni altra nega e annulla la natura. Che dire? Hanno ragione, New York è così, ed essere così è male. Ma io amo New York e l’amore è cieco.

Lo sviluppo economico della Grande Mela influisce anche sui rapporti di genere. Le donne newyorkesi sono agli occhi di Calvino emancipate e iperattive dal punto di vista sia professionale che sentimentale (“lavorano tutto il giorno, e tutte le sere escono con un cavaliere”). Queste godono di indipedenza ma mantengono al contempo una concretezza più tangibile rispetto alle stereotipate controparti moscovite, le quali erano invece raffigurate come “semplici, non dipinte, allegre”, talvolta tratteggiate secondo fisionomie che rivelavano echi letterari e tradivano l’idealizzazione dello scrittore.

Fuoriuscendo dalla propria comfort zone ideologica, Calvino si trova a operare una ridefinizione originale dei concetti di bene e male. L’analisi delle due categorie passa necessariamente per quella della storia degli Stati Uniti, in cui “vecchio e nuovo sono rami della stessa pianta”. La privazione del passato premoderno e del politeismo greco-romano, secondo lo scrittore, ha reso l’evoluzione spirituale dell’America dipendente dall’autorità della sola Bibbia: l’America, pertanto, non sa pensare se non “per entità assolute, siano pur esse il denaro o il successo” poiché “non ha il senso dell’antitesi se non come contrapposizione tra Dio e Satana”. L’indagine sul significato di bene e male comporta una riflessione politica e ideologica, da cui segue un ovvio confronto tra la società americana e quella sovietica: per Calvino si tratta della prima occasione in cui elaborare in forma scritta riflessioni sull’esperienza pregressa in Urss. L’autore del taccuino sovietico in questo caso non si schiera aprioristicamente a favore di nessuno dei due sistemi, ma li valuta dialetticamente.

Il primo paragone tra Urss e Usa ha per tema il denaro. Mentre per gli americani i moventi economici sono accettati “come la base di tutto, con una sincerità che non ha riscontri in nessun’altra civiltà”, il mondo sovietico “sente […] la necessità di porre in primo piano gli elementi ideali, l’“educazione dei sentimenti” e su questi, quanto e più che sui motivi economici, fa leva per i suoi sforzi collettivi”. Nella “praticità brutale fino al cinismo” degli americani Calvino, scrittore idealmente incline alla chiarezza e alla precisione, legge però un atteggiamento a suo modo morale: “Aver ben chiari quali sono gli interessi che ci muovono è già di per sé una attitudine morale, superiore all’abitudine ipocrita di pretendere per ogni azione motivazioni ideali”.

La carenza tipicamente statunitense di idealismo è dovuta per l’autore all’assenza di storia: la forma mentis americana non è portata a ragionare in termini storici e pertanto ciò “che la rivoluzione sovietica può rappresentare come apertura di prospettive storiche agli occhi di milioni di uomini, si può dire che sia incomprensibile agli americani”. La posizione di Calvino è comunque conciliativa. Leggendo le riflessioni presenti nel taccuino americano, si avverte finalmente una certa coerenza tra il teorico letterario e il pensatore politico: al pari di quanto avviene nei saggi scritti dall’autore tra gli anni ’50 e ’60 (come Il mare dell’oggettività e La sfida al labirinto), il discorso relativo a Usa e Urss si sviluppa intorno a direzioni e atteggiamenti. Ne vengono individuati due opposti: uno è “quello che ha come punto di partenza interessi costituiti da tutelare”, l’altro è “quello che ha come punto di partenza i problemi da risolvere”. L’eccezionalità sta nel fatto che le due linee per Calvino non corrispondono direttamente a capitalismo e comunismo, ma attraversano i due sistemi: sia Urss che Usa, infatti, si sono mossi talvolta tutelando i propri interessi nel mondo, talvolta predisponendo le nazioni più povere a un miglioramento della loro condizione.

Calvino muore nel 1985, sei anni prima della definitiva disgregazione dell’Unione Sovietica. Nel frattempo, le sue opere che possiamo ascrivere al filone della letteratura di viaggio si indirizzano verso il genere fiction. Né il taccuino sovietico né il diario americano, infatti, raggiungono per lo scrittore la piena dignità letteraria: il primo, come già detto, sarà fonte di imbarazzo; il secondo, sul punto di venire pubblicato come libro unitario, viene accantonato all’ultimo per non “indulgere a un costume di facilità” e uscirà solamente postumo con il titolo Un ottimista in America. Non tutto dell’esperienza americana, però, a livello di temi e contenuti, va perduto.

Nel reportage americano è possibile individuare una matrice oscura, fondata sull’ansia gnoseologica e il terrore dell’estinzione, da cui si dipanano suggestioni che compariranno nelle successive pubblicazioni dell’autore. Mentre visita una metropoli statunitense, Calvino si interroga sul corretto approccio visuale da adottare: “So che quando in pochi giorni ci si è costruita l’immagine d’una città, la sola cosa da fare è partire al più presto, prima che nuove impressioni s’accumulino e smentiscano le prime”. Sono dunque le prime impressioni a contare per lo scrittore; diversamente, “l’occhio” cessa di essere “il re della scoperta” e diventa un mero “strumento di verifica”. “Verificare”, ad esempio, è impossibile a New York, metropoli in cui “il paesaggio urbano cambia con un ritmo tanto veloce che non riesci a legarti se non alla sua capacità di trasformazione, ai segni costanti della sua provvisorietà”. L’esperienza che Calvino ha della città americana è quella di un luogo atomizzato, esploso, polverizzato, che indirizza lo sviluppo verso il futuro mentre distrugge ed espelle il vecchio.

A questa concezione centrifuga si contrappone l’esperienza centripeta del museo: questo ha il compito di aggregare, conservare e rimettere in circolo elementi di antiche tradizioni. Proprio durante la visita a un museo newyorkese che accoglie resti di costruzioni medievali europee l’autore si interroga sul ruolo che avrà la conservazione del passato in un possibile futuro post-terrestre: “Penso ai problemi che avranno su Marte le prime generazioni di coloni che potranno guardarsi intorno in una situazione di benessere: come ricostruiranno una continuità con la storia della Terra, cosa faranno per non lasciare perduti e incomprensibili i secoli passati dai padri nel vecchio pianeta”. Il museo diventa così l’occasione per una riflessione universale sulla storia dell’umanità e la conservazione del sapere. La visita a un altro museo, quello di storia naturale, effettuata approfittando delle strade sgombre a causa della simulazione di un allarme atomico, richiama l’incombenza della catastrofe:

«Via! Dentro! Tutti dentro ai portoni!» urla l’autista. E non solo a noi: nello spazio d’un secondo s’è infilato un bracciale con qualcosa scritto sopra, e s’è trasformato in un capo: inveisce contro i passanti con gesti di comando, facendoli correre dentro le case come se già la nube atomica coprisse la città.

Il genere odeporico raggiungerà la dignità letteraria più avanti, e città e museo saranno i due poli intorno ai quali si svilupperà il filone. Ciò avverrà nei reportage impossibili del Marco Polo delle Città invisibili (le cui descrizioni risentono degli echi delle visite alle grandi metropoli americane), nonché nelle descrizioni-divagazioni relative ai viaggi effettuati dall’autore negli anni Settanta in Iran, Messico e Giappone e raccolte in Collezione di sabbia, compendio saggistico in cui Calvino opera una ridefinizione dell’approccio al mondo, de-antropizzando lo sguardo e accantonando il riferimento diretto alla storia contemporanea.

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