La sopravvivenza della poesia

di Alberto Ravani


Mi hanno detto, Eraclito, della tua morte, 

 e ho pianto: ho ricordato quante volte noi due

chiacchierando tramontammo il sole. E tu ora in qualche

luogo,

amico di Alicarnasso, sei cenere antica.

Vivono però i tuoi usignoli, sui quali perfino 

 Ade rapace non spingerà la sua mano.  

(Epigramma 2 Pfeiffer, in Callimaco. Opere. A cura di Giovan Battista D’Alessio, Milano 2015)


Ecco il verso che colpisce di più di tutta la poesia: « Ho ricordato quante volte noi due chiacchierando tramontammo il sole ». Callimaco si chiede infatti qualcosa di tanto concreto quanto sconfinato: quanti soli lui e il suo amico Eraclito abbiano mai « messo a nanna »; così il sapore caldo e famigliare della traduzione di Filippo Maria Pontani che trasporta la frequenzialità dell’avverbio ὁσσάκις (ossákis) nel numero di soli che hanno messo a dormire. Il tempo passa veloce con un amico: le sere arrivano in un attimo e il sole è già tramontato. Questo ci dicono i versi centrali dell’epigramma che, grazie alla sua immediatezza, sembra non scontare i suoi 2.300 anni di età. Il poeta aggiunge, poi, che a causare questo tramonto sono stati lui e il suo amico: la forte unione che lega Eraclito e Callimaco li rende capaci di influenzare la natura e i suoi cicli naturali più consueti. Essi sono infatti il motore che modifica il mondo attorno a loro. Il verbo κατεδύσαμεν ha dunque significato causativo: noi due facemmo tramontare il sole, persi nelle nostre chiacchere. Quest’ultimo dettaglio è dato dalla specificazione ἐν λέσχῃ (en léschē) che, in uno di quegli strani e bizzarri incroci polisemici di cui la lingua greca è ricca, potrebbe anche voler significare “sotto un portico”.  I due amici hanno la forza di alternare la luce e il buio, il giorno e la notte. È chiaro a tutti che quest’iperbole poetica non tratteggia altro se non un’illusione; ma stare insieme a chi vogliamo bene non è sempre un po’ come ballare sul confine fra illusione e realtà?

La natura, però, batte un colpo. Per prima è la distanza a separare i due amici, quindi è la morte a segnarne il definitivo distacco. Eraclito, ormai cenere, torna a far parte della natura inanimata di cui un tempo, forse, si era quasi sentito padrone. Il dolore conseguente alla perdita che Callimaco cerca qui di intrappolare nella sapiente trama di parole che compongono l’epigramma è così forte che deve essere reale. Spinti da questa ragione, infatti, filologi e storici hanno per anni ricercato, fra le pieghe della storia e della tradizione letteraria ellenistica, la presenza di un Eraclito di Alicarnasso vissuto a cavallo fra il IV ed il III secolo a. C., durante il regno dei Tolemei. Dai dati raccolti, parrebbe essere stato un diplomatico che si dilettava con la poesia, come dimostrerebbe un epigramma del settimo libro dell’Antologia Palatina che viene a lui attribuito.

È nello stesso libro dell’Antologia, dedicato agli epigrammi funerari, che si trova questo testo callimacheo che spicca per delicatezza e semplicità.  Se il dolore è espresso da parole apparentemente semplici e spontanee, nulla è però lasciato al caso. Il nome di Eraclito, ad esempio, è al centro del primo verso: è posto lì quasi per riconquistarsi, un’ultima volta, la centralità e l’importanza che aveva avuto nella vita di Callimaco. Dopo la notizia interviene il pianto al quale si sussegue, rapido, il ricordo. La posizione di ogni parola e la metrica del distico elegiaco (con il tipico esametro tripartito callimacheo) sono altamente studiate. Molti sono inoltre i riferimenti letterari presenti: è l’epigramma perfetto.

Le immagini evocate nei primi quattro versi servono a marcare la contrapposizione fra, da un lato, un orizzonte spazio-temporale indefinito e, dall’altro, i riferimenti concreti al rapporto che Callimaco ed Eraclito vissero ad Alessandria. Il nome di Eraclito al v. 1 si oppone a quello agli anonimi informatori e, poi, al v. 3, il solido ricordo del portico e dei pomeriggi passati in chiacchiere si scontra con l’indefinito που (pou) “da qualche parte”, “in un qualche luogo” in cui sono sepolte le ceneri dell’amico. Con questa menzione il poeta svuota l’epigramma funerario del suo significato primario legato alla tomba e al luogo della sepoltura: il legame con gli oggetti è perduto e la poesia assume i tratti indefiniti di un componimento metaletterario.

« Una struttura limpida, essenziale al punto da rivelarsi non sempre traducibile » così Enzo Degani definisce gli epigrammi callimachei nei quali « alla disincantata consapevolezza della natura effimera dei sentimenti, della precarietà della vita umana e dell’inesistenza dell’aldilà fanno da vigoroso contrappeso l’orgoglio di classe, l’alta considerazione del proprio lavoro e del proprio valore ». La polisemanticità del testo originale risulta infatti, anche in questo epigramma, ingabbiata dalle maglie della traduzione: Thompson, ad esempio, suggerisce di intendere il riferimento all’amico nel v. 1, non come il venire a conoscenza della morte, ma semplicemente come una sua fugace menzione. Il verso andrebbe quindi tradotto: « Qualcuno parlò, Eraclito, della tua morte e mi spinse alla lacrime ». Ecco quindi che, con questa interpretazione, il dire assume la più vaga sfumatura del parlare e Callimaco è costretto a ricordare la morte del caro amico. L’interpretazione cambia di conseguenza: la morte di Eraclito è, in questo caso, una ferita già presente dacché in virtù del forte legame fra i due il poeta non la poteva ignorare, ma, riascoltandola, si riapre il vulnus che, doloroso, torna a bruciare.

Una ricca e complessa metafora apre infine gli ultimi due versi, gli unici, di tutto il componimento, che sembrano apparentemente pagare lo scotto di un’età bimillenaria. In un’immagine naturale e variopinta gli usignoli del defunto Eraclito, verosimilmente le sue poesie, continueranno a vivere poiché, dice Callimaco, il dio degli Inferi, « Ade rapace », non riuscirà mai a porre la sua mano su di loro. È un forte messaggio di speranza: nonostante il suo corpo incenerito sia ormai sperduto chissà dove, Callimaco ha bisogno di sapere che una parte di Eraclito è ancora lì con lui, sulla terra.  E ciò che ancora sopravvive non potrà mai essere agguantato dalla morte rapace. Richard Hunter vede però in quest’immagine anche una possibile allusione a un passo delle Opere e i Giorni di Esiodo (vv. 201-10), gettando così un cupo alone sulla speranzosa certezza dell’immortalità.

« Così uno sparviero parlò ad un usignolo dal collo macchiato,

trasportandolo in alto tra le nubi preso dagli artigli;

quello, infilzato dalle unghie ricurve, compassionevolmente

si lamentava, e l’altro, brutale, gli disse:

“Infelice, perché strepiti? Ti possiede ora uno molto più forte di te.

E vai dovunque io ti porti, per cantore che tu sia;

se lo voglio, farò di te il mio pranzo oppure ti lascerò andare.

Senza senno è chi voglia opporsi a chi è più forte di lui:

si priva della vittoria e, oltre all’onta, patisce dolori” ».

(Trad. di Cesare Cassanmagnago)

L’usignolo è, anche in Esiodo, la poesia che, soggetta alle unghie dei prepotenti, potrebbe non sopravvivere. La sopravvivenza si gioca infatti sull’equilibrio fra il noto e il presente, l’hic et nunc dei versi di Eraclito, e l’incertezza di un futuro, vinto dalla prepotenza, in cui la poesia potrebbe, forse, perdere il suo ruolo. Alla luce del passo esiodeo, i versi finali perdono la ieraticità di una lapidaria affermazione assumendo quasi i tratti dello scongiuro.

Resisteranno la poesia, l’intellettuale, o il ricordo sotto le unghie predaci di un prepotente? Il testo non risponde: fra definito e indefinito, memoria e oblio, prepotenza e resilienza la poesia non è altro che un filo teso di cui noi teniamo ancora un capo.

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