In copertina: Emily Dickinson, 1847-48, Dagherrotipo originale restaurato e colorato
Sara De Simone e l’arte di restituire Emily Dickinson alla vita
Esistono vite che sembrano destinate a essere fraintese, ridotte a stereotipi che ne tradiscono l’essenza. Emily Dickinson è stata a lungo la vestale bianca della poesia americana, la reclusa di Amherst, l’enigma indecifrabile rinchiuso in una camera da letto, lontana dal mondo e dalla sua carne. Ma cosa accade quando una biografa decide di non accontentarsi della leggenda, quando sceglie invece di scavare sotto la superficie apparentemente tranquilla per scoprire il magma incandescente che vi pulsa sotto? Accade Una tranquilla vita da vulcano di Sara De Simone, pubblicato da Solferino nel 2025, un libro che non si limita a raccontare Emily Dickinson, ma la riporta in vita con un’intensità che attraversa le centosessanta pagine come una corrente elettrica. Il titolo stesso è un manifesto poetico. Contiene un ossimoro deliberato, una contraddizione che si rivela verità profonda: quella tranquillità è solo apparente, quella vita contiene eruzioni di una potenza che ancora oggi ci raggiunge intatta. Sara De Simone, studiosa raffinata di letterature comparate formata alla Scuola Normale Superiore di Pisa, non è nuova a questi attraversamenti biografici al femminile. Ha già restituito voce a Katherine Mansfield e Virginia Woolf, ha tradotto i carteggi brucianti tra Woolf e Vita Sackville-West, ha dimostrato di possedere quella qualità rara che distingue il biografo dallo storico: la capacità di entrare in risonanza con le sue protagoniste, di farsi medium senza mai scomparire del tutto, di illuminare senza invadere.
Ciò che colpisce immediatamente nel libro di De Simone è la scelta stilistica. La sua prosa non è quella della critica accademica, né quella del racconto biografico tradizionale che procede linearmente dalla nascita alla morte, accumulando fatti e date. Si presenta in maniera più sottile e audace come un tentativo di mimesi della voce stessa di Emily Dickinson. Le frasi sono asciutte, aforistiche, cariche della stessa tensione trattenuta che caratterizza i versi della poetessa. Ogni paragrafo contiene più di quanto dica esplicitamente. Rimane nel lettore la sensazione di incompletezza eloquente, tipica del silenzio gravido di significato riconoscibile nei famosi trattini dickinsoniani.
Non è facile raccontare Emily Dickinson, senza scrivere come Emily Dickinson, ma De Simone compie questo miracolo di equilibrio. La sua scrittura evoca senza imitare, risuona senza scimmiottare. È limpida e affettuosa, precisa come un bisturi, mai fredda, sempre animata dal rispetto attivo di chi conosce profondamente il proprio soggetto e sceglie di restituirlo nella sua complessità, rifiutando le semplificazioni consolatorie.
Il merito più grande di questo libro è l’operazione di smantellamento del mito. La Emily che ci viene restituita non è la poetessa esangue e disincarnata dell’immaginario collettivo, quella figura spettrale che aleggia tra le stanze della casa paterna come un fantasma vittoriano. De Simone ci mostra una giovane donna affamata di parole, di conoscenza, di vita, di felicità. Da studentessa alla Amherst Academy che studia con passione la botanica e la geologia; divora Shakespeare e le sorelle Brontë; che è carismatica e popolare tra le compagne, una capobanda naturale, con uno sguardo acuto sul mondo e sulla natura.
Questa Emily è osservatrice precoce e infaticabile. È una donna che inforna pani profumati per i nipoti, che nasconde dolcetti nelle loro tasche con complicità affettuosa. È una zia presente, una figlia devota, una sorella legata ai fratelli da vincoli profondi. È soprattutto una corrispondente instancabile che intrattiene amicizie epistolari intense con donne e uomini del suo tempo, coltivando relazioni che nutre anche quando, poco più che trentenne, compie quella scelta che la storia ha interpretato come fuga: il ritiro dalla vita sociale, quella reclusione volontaria che però, come dimostra De Simone, non fu mai isolamento.
C’è un cuore pulsante in questo libro, è il legame tra Emily e Susan Huntington Gilbert: la musa ispiratrice, la prima vera destinataria della poesia dickinsoniana. La prima poesia di cui si ha traccia risale al 1853 ed è dedicata proprio a lei. È il primo di quasi trecento componimenti che Emily le invierà nell’arco di oltre trent’anni.
Quello tra Emily e Susan è un legame che sfida le categorie. Inizia come amicizia adolescenziale, si trasforma in sorellanza elettiva, diventa qualcosa di più complesso e ardente quando Susan sposa Austin, il fratello di Emily, e si trasferisce nella casa accanto. La prossimità fisica amplifica l’’intimità intellettuale ed emotiva, ma introduce anche tensioni e complicazioni. Susan diventa la cognata, la vicina, la confidente privilegiata, la prima lettrice critica dei versi di Emily. È lei che comprende la portata rivoluzionaria di quelle poesie scritte su frammenti di carta, buste riciclate, margini di ricette. È a Susan che Emily affida i suoi vulcani interiori.
Quelli che Emily e Susan si scambiano sono il più delle volte messaggi allusivi, cifrati. Poche parole, accenni, riferimenti letterari o a eventi dell’epoca che che servono a a significare, a condensare in poche immagini, una comunicazione che non spiega, non esplicita, sia perché il grado di intimità è tale da non averne bisogno, sia perché non vuole essere intercettata da terzi, i testimoni per l’appunto.
La riuscita di questo libro sta nella sua capacità di restituire anche al lettore non specialista l’immagine di Emily Dickinson come fenomeno tellurico della letteratura moderna oltre che di grande poetessa. De Simone mostra con chiarezza cristallina come quella vita apparentemente tranquilla abbia prodotto quasi milleottocento poesie, la maggior parte delle quali scoperte solo dopo la morte dell’’autrice nel 1886. Poesie che hanno ridefinito i confini stessi del fare poetico e anticipato le ‘avanguardiea di decenni, al punto di portare il verso inglese in territori inesplorati.
La scrittura di Sara De Simone in questo libro è essa stessa una forma di critica letteraria che non separa mai l’’analisi dall’’empatia, il rigore dalla grazia. Ogni parola sembra meditata, ogni frase ha il ritmo di una conversazione affettuosa tra chi conosce e chi vuole conoscere. Non c’è accademismo arido, non c’è quella distanza di sicurezza che spesso caratterizza gli studi letterari. C’’è una prossimità che non diventa mai invadenza, un’’intimità che mantiene sempre il rispetto.
Questa qualità della scrittura di De Simone deriva probabilmente dalla sua formazione plurale: filologa romanza, comparatista, studiosa di gender studies, traduttrice, curatrice di diari e carteggi. È abituata a maneggiare documenti intimi, a entrare negli spazi privati delle scrittrici senza violarne il segreto. Sa che ogni vita contiene zone d’ombra che vanno rispettate, che non tutto deve o può essere illuminato. Per lei, le grandi scrittrici del passato hanno diritto a essere restituite nella loro complessità e liberate dagli stereotipi che spesso le hanno imprigionate più efficacemente di qualsiasi reclusione fisica.
C’è un passaggio di Emily Dickinson che De Simone non poteva ignorare:
Se provo la sensazione che mi scoperchino la testa, allora so che quella è poesia. Non conosco nessun altro modo di distinguerla. La verità è una cosa così rara che dirla è un piacere: Vivere è estasi. Il solo fatto di essere vivi è una gioia sufficiente.
Queste parole contengono l’intera poetica dickinsoniana in forma aforistica, concentrata, esplosiva. Lo scoperchiamento della testa: quale immagine più violenta, più fisica, più lontana dall’idea edulcorata della poesia come effusione sentimentale? Emily non parla di ispirazione e di muse, ma di un’esperienza somatica, quasi traumatica. La poesia non arriva dolcemente, ma irrompe, squarcia, apre. È l’eruzione del vulcano che solleva il coperchio della crosta terrestre.
De Simone mostra il suo acume critico più fine: questa definizione della poesia non è un’immagine isolata, un’iperbole occasionale, ma la descrizione letterale di ciò che Emily faceva con il linguaggio. I suoi versi “scoperchiano”. Tolgono il tetto alle convenzioni metriche, alla sintassi prevista, al decoro poetico ottocentesco. Lasciano entrare l’’aria, la luce cruda, il vento che scompiglia. Ogni sua poesia è un atto di apertura forzata verso qualcosa di più grande, di più vero, di più essenziale.
Ma è la seconda parte della citazione che rivela il cuore incandescente della visione dickinsoniana: vivere è estasi.
Non diventa estasi in certi momenti privilegiati, non tende all’’estasi come a un ideale lontano. È estasi.
Presente, semplice, assoluto.
Il solo fatto di essere vivi è gioia sufficiente.
Questa affermazione, nella bocca di una donna che scelse il ritiro, che conobbe lutti e perdite, che visse in una provincia americana ristretta e bigotta, è di una radicalità sconvolgente.
De Simone coglie questo paradosso e lo restituisce in tutta la sua forza: Emily non si ritirò dal mondo perché lo disprezzava o ne aveva paura. Si ritirò per viverlo più intensamente, per distillarne l’essenza senza le mediazioni sociali che ne attutivano la potenza. La sua reclusione fu una forma di concentrazione estrema sull’esistenza stessa, sulla meraviglia nuda dell’essere.
Emily non pubblicò quasi nulla in vita. La sua poesia nacque nella solitudine della camera, ma sempre con l’’idea che ci fosse qualcuno che ascoltava e leggeva, che quelle parole trovassero una destinataria. Questo paradosso della solitudine abitata, della reclusione come spazio di massima libertà creativa, è uno dei temi che De Simone sviluppa con maggiore acume. La scelta di Emily di ritirarsi dal mondo non fu rinuncia ma l’’affermazione del diritto a un tempo e uno spazio propri, sottratti alle convenzioni sociali, dedicati interamente all’arte.
Non conosciamo, e probabilmente non conosceremo mai, tutte le ragioni del ritiro di Emily Dickinson. Quello che sappiamo, e che è importante ricordare, è che non si trattò di un ritiro dalla vita, contro la vita. Ma in ascolto alla vita. La verità è cosa così rara che dirla è un piacere.
Anche qui, troviamo l’etica dickinsoniana in una frase: non c’è dovere morale nella verità, c’è piacere fisico, sensoriale, quasi erotico. Dire la verità, ovvero scrivere secondo Emily; era un atto di godimento intellettuale ed emotivo. Né un compito gravoso, né un sacrificio ascetico, soltanto un piacere simile allo stesso scoperchiamento, terribile e gioioso insieme. Uno degli aspetti più affascinanti del ritratto che De Simone traccia è la dimostrazione di come la vita domestica di Emily non fosse mai separata dalla sua vita poetica. I suoi versi profumano davvero di pane appena sfornato e di giacinti, come se la poetessa avesse trovato il modo di distillare in parole l’essenza stessa della quotidianità trasformandola in trascendenza. Il giardino, la cucina, la stanza da letto: non sono semplici sfondi biografici, ma i luoghi della creazione, gli spazi dove il vulcano erutta in segreto.
Emily scriveva su qualsiasi superficie disponibile, riciclava buste, usava margini di ricette. La sua poesia nasceva dall’’osservazione minuziosa del particolare: un petalo, un insetto, il modo in cui la luce cade su un davanzale. Ma da questo particolare sapeva estrarre l’’universale con una fulminea capacità di sintesi che ancora oggi lascia senza fiato.
L’umanità ha il dovere di vegliare su questa eredità e di custodirla, ma anche di mantenerla viva, di farla circolare, di permettere che continui a parlare alle nuove generazioni con quella voce nitida e luminosa che il tempo non ha affievolito.
Questo libro veglia su Emily con quella particolare forma di attenzione amorosa che non è mai possessiva. La lascia essere contraddittoria, irrisolta, enigmatica dove necessario. Non cerca di spiegare tutto, non pretende di chiudere il cerchio. Sa che le grandi vite, come le grandi opere, resistono alla chiusura interpretativa definitiva. Restano aperte, disponibili a essere rilette, reinterpretate, riscoperte.
Sara De Simone non ha scritto su Emily: ha scritto con lei, per lei, attraverso di lei. E il risultato è un’opera che è al tempo stesso ritratto, omaggio e veglia.
Chiudere questo libro significa provare quella particolare malinconia che accompagna il congedo da un’amica immateriale. Passare del tempo con Emily, ascoltarla, camminare nel suo giardino e guardare il mondo attraverso i suoi occhi significa portare con sé la consapevolezza che quella vita tranquilla conteneva un vulcano rimasto attivo dopo centoquaranta anni dalla morte della sua custode, con la stessa bellezza, poesia, verità.
Sara De Simone ci ricorda che le grandi scrittrici del passato non sono monumenti da osservare con reverenza distaccata, ma presenze vive con cui dialogare, voci che ancora hanno qualcosa di urgente da dirci. E che a volte, per ascoltarle davvero, bisogna avere il coraggio di avvicinarsi.