Oltre le pieghe del reale

Philip K. Dick negli anni '60

In copertina: Philip K. Dick nei primi anni ’60. Foto di Arthur Knight (via Wikimedia Commons/Public Domain)

 

Philip K. Dick tra paranoia e sincronicità

di Ludovica Smargiassi


 

Esistono infinite realtà possibili, o esiste una sola realtà fatta di possibilità infinite, e ammesso che ne esista una in assoluto, tale realtà apparirebbe come non è, instabile e deformata, persino paranoide. Queste le conclusioni a cui è arrivato Philip K. Dick nella sua maniacale ricerca di senso. La costruzione di tali dimensioni alternative, lo “sforzo” principale della narrativa di Dick, deve tutto al contesto socio politico in cui ha vissuto lo scrittore – dannato, paranoico, psicotico e psicopatico, fanatico o profeta, qualunque sia il suo volto: l’America degli anni Cinquanta e Sessanta, attraversata dalle lotte per i diritti civili, segnata dalla guerra in Vietnam, immersa nel dibattito sui limiti della democrazia, l’America che vedeva fiorire nella controcultura una forma di contestazione radicale dell’ordine costituito.

Tanto il rifiuto della società oppressiva e consumista, quanto la sfiducia nei media e nelle istituzioni, portano Dick a elaborare la sua indagine sulla fluidità del reale: la standardizzazione, che riduce l’esperienza a una parvenza di autenticità celandone la sostanza; il controllo dell’informazione, che devia la coscienza collettiva verso la manipolazione; il ricorso agli stati psichedelici, come breccia nella quotidianità alienante; la ricerca del trascendente, come possibilità di rivelazioni alternative. La narrativa dickiana combina tutti questi elementi in un intricato ordito concettuale, il cui centro resta la consapevolezza della precarietà del reale e il ruolo che la mente – umana, ma non solo – assume nel determinarne la percezione.

 

“La realtà è ciò che si rifiuta di sparire quando smetti di crederci”, affermava lo scrittore. Vi è in lui l’idea di un reale oggettivo, distinto dall’individuo che lo plasma e lo deforma attraverso costrutti di pensiero. Proprio la gnosi dickiana vuole che vi siano molteplici universi, decostruzioni parallele del mondo attuale, in contrasto tra loro, dove quanto si crede reale altro non è che un’illusione collettiva. Ne L’esegesi  – la corposa raccolta di appunti privati in cui Dick inserisce le sue visioni mistiche all’interno di un sistema gnostico  – lo stesso autore scrive:

 

L’occhio nel cielo, Tempo fuor di Sesto, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Ubik e Labirinto di morte: sono lo stesso romanzo scritto più volte. I personaggi sono tutti freddi e sdraiati insieme al suolo, mentre creano un mondo che è un’allucinazione di massa.

 

Attraverso la percezione di personaggi ben lungi dall’essere eroici e avventurosi, Dick descrive l’alterazione del quotidiano per opera della loro emotività, tipica di chi, impaurito di fronte alla disgregazione del mondo, confuso dall’instabilità che lo circonda, cade in un delirio di allucinazione. 

In questa dimensione, popolata da uomini e donne comuni travolti dal reale illusorio, si colloca Joe Chip, il protagonista di Ubik (1969). Emblema della mediocrità umana, si muove in un mondo ambiguo, una sorta di aldilà sospeso, una realtà deformata, forse una fra le tante, parallele, deviate dalla percezione. Ubik non esclude nessuno dei volti del suo autore, che si mostra in ogni punto della trama.

Dick dannato, immagina il mondo dei semivivi, custoditi nel Moratorium Diletti Fratelli, un universo mutevole dove il tempo si incrina e retrocede, gli oggetti si deteriorano e i defunti conservati in capsule comunicano con i vivi attraverso messaggi enigmatici;

Dick paranoico, descrive l’appartamento in cui abita Joe Chip come un luogo ostile. Ogni oggetto pretende del denaro per essere utilizzato, e il protagonista non manca di litigare con la porta che non vuole aprirsi se non viene pagata. Chip riceve l’incarico di bonificare un’installazione su Luna dal suo capo Glen Runciter, titolare della migliore Agenzia di prudenza sulla Terra che, per proteggere i clienti dalle interferenze psichiche, mette a disposizione gli inerziali – coloro che riescono ad annullare i poteri degli “psi”, ovvero i telepati che leggono nella mente altrui e i precog che prevedono il futuro.

Dick psicotico nel passaggio al delirio dopo l’esplosione su Luna, quando la realtà collassa e diventa indistinguibile dall’illusione in un terreno che si fa sempre più incerto, evolve in Dick psicopatico nel presentare Jory Miller, un quindicenne paffuto, dai tratti innocui e dal sorriso ingenuo. Si aggira nel limbo dei semi-vivi, è quasi tenero, avvolto da un alone di innocenza. Ma sotto le sue sembianze ingannevoli è condensata l’inquietante ossessione dickiana del reale come illusione persistente. L’instabilità è riflessa in una lingua nervosa, una sorta di compulsività visionaria, un flusso mentale che insegue con affanno la realtà che si sfalda. Con pochi indizi, una scrittura spietata incide nella mente la figura disturbante di Jory: un parassita che divora le coscienze degli altri semi-vivi per prolungare la sua esistenza all’interno di una pseudo realtà indeterminata, della quale lui stesso rappresenta la devoluzione.

Dall’angoscia psicopatica di Jory, emerge poi il lato fanatico di Dick. Come accade spesso nei suoi romanzi, nei quali si presentano figure demiurgiche onnipotenti e manipolatrici – basti pensare alla dottrina del merserianesimo in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? o  Palmer Eldritch con le sue tre stimmate – anche Jory è una creatura di questo tipo. Un’entità maligna, un predatore di anime che Chip si trova a fronteggiare nello pseudo mondo limbico della semivita. In Chip si riflette la  fragilità dell’uomo in assenza di certezze. Ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa, a un Ubik ad esempio. Non conta cosa sia questa sostanza, a volte presente sotto forma di uno spray commerciale, altre di  un deodorante, nessuno sembra chiederselo, l’importante è che salvi dalla regressione di cui è vittima la materia, quel processo che porta un frigorifero a mutare in una ghiacciaia ottocentesca o un’auto moderna a trasformarsi in una Ford del ’29. 

Nel romanzo, l’involuzione degli oggetti corrisponde al decadimento psichico dei personaggi, che scivolano in un vortice di incertezza irrisolta, dove ogni cosa può essere o non essere illusoria. Quando nel mondo di Ubik le sigarette si disgregano, le monete cambiano aspetto o la panna nel caffè si fa acida, allora Joe Chip inizia a dubitare di ciò che lo circonda, nota che le cose iniziano a essere diverse da come le ha conosciute e da qui in lui si pone il problema del reale. 

 

Joe disse: «Guarda questa panna.» Tenne sollevato il bricchetto; il fluido aderiva ai bordi in densi grumi. «Ecco cosa ti danno per un poscredito in una delle città più moderne e tecnologicamente avanzate della Terra. Non me ne andrò di qui finché non ci metteranno rimedio, restituendomi il mio poscredito oppure dandomi in sostituzione un altro bricchetto con della panna fresca, in modo che io possa bere il mio caffè.»

Mettendogli la mano sulla spalla, Al Hammond lo osservò attentamente. «Che ti succede, Joe?»

 «Prima la mia sigaretta» disse Joe. «Poi l’elenco videofonico obsoleto di due anni sulla nave. E ora mi servono la panna di una settimana fa. Non capisco, Al.»

«Bevi il caffè nero» disse Al «e vai all’elicottero, così possono portare Runciter al moratorium. Gli altri aspetteranno il tuo ritorno. E quando sarai tornato, andremo al più vicino ufficio della società e faremo loro un rapporto dettagliato.»

Joe prese la tazza di caffè e scoprì che il caffè era freddo, inerte e vecchio; una muffa schiumosa ne ricopriva la superficie. Rimise giù la tazza con disgusto. Ma che succede? pensò. Cosa mi sta succedendo? Il suo disgusto diventò, tutt’a un tratto, un terrore strano, indefinito. 

 

Ne manca uno. In Dick profeta, la visione del sacro non intende confinare il divino a un regno trascendente. Piuttosto esso interagisce direttamente, in maniera enigmatica, con il mondo circostante. Si diffonde, ovunque, come può disperdersi nell’aria uno spray nebulizzato. Appare come qualcosa di assolutamente comune, che si potrebbe trovare in una farmacia, ma che allo stesso tempo possiede tratti salvifici e sacrali.

Il finale del romanzo è una sorta di slogan commerciale dai connotati spaventosi:

 

“Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno.”

 

Lo spray entità Ubik è una figura divina e il suo messaggio è una fusione di concetti filosofici e religiosi, tratti anche dalle filosofie orientali di cui la controcultura statunitense si interessava e utilizzava come strumenti per una comprensione ulteriore del trascendente. Ubik è il Logos, parola creatrice come nell’idea cristiana (Io sono il verbo), Ubik è il Tao, principio universale e flusso naturale (Prima che l’universo fosse, io ero).

Come sistema che si autogenera senza una causa esterna, il Tao si affianca alla cosmologia quantistica nella concezione dell’uomo partecipe nel determinare il reale attraverso il processo di osservazione. L’esperimento della doppia fenditura chiarisce il concetto per cui soltanto quando la si osserva una particella smette di comportarsi come una funzione d’onda distribuita per collassare in un punto determinato. La realtà non è quindi definita ma varia a seconda della coscienza a cui appare. Il Tao e la funzione d’onda quantistica sono principi di potenzialità. Sfuggono entrambi a qualsiasi tentativo di cristallizzazione e richiedono che sia l’osservatore a farli emergere poiché nessun fenomeno si manifesta senza qualcuno che lo percepisca. In questo scenario, la mente è il terreno su cui prende forma la realtà. 

L’interesse di Philip Dick per la fisica quantistica è evidente. Oltre al principio d’indeterminazione di Heisenberg citato nel racconto L’uomo variabile, il principio scientifico di parità in Un oscuro scrutare, cara a Dick è la teoria della sincronicità elaborata nello scambio epistolare intrattenuto tra il 1932 e il 1957 da Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia del profondo, e Wolfgang Pauli, Nobel per la fisica nel 1945. Il dialogo li portò all’esplorazione del legame tra materia e psiche sulla base della sincronicità, principio che connette l’universo dei simboli interiori con il mondo fenomenico attraverso la connessione tra la ricerca di significati tipica dell’esperienza umana e la razionalità della fisica quantistica.

L’idea per cui quanto accade nel mondo esterno abbia un nesso significativo con un’esperienza interiore implica che psiche e materia non si respingono, ma sono complementari di un ordine unitario. L’esempio riportato da Pauli dell’entanglement – la reazione simultanea a distanza di particelle legate tra loro – corrisponde nel mondo della fisica alla sincronicità della dimensione psichica teorizzata da Jung. Una prospettiva che non intende negare la causalità scientifica ma estenderla al fatto che il senso di alcuni accadimenti si trovi nei legami simbolici tra di essi piuttosto che in meccanismi lineari. La realtà analizzata dalla fisica, scriveva Pauli a Jung, presenta “una sezione unidimensionale di un mondo bidimensionale dotato di senso, la cui seconda dimensione non poteva che essere costituita dall’inconscio e dagli archetipi”.

La duplice dimensione della realtà è percepita dai personaggi di Ubik nel livello ulteriore della semi-vita, negli oggetti che si deteriorano, e nei messaggi criptici che si insinuano nelle insegne, nei pacchetti di sigarette, nelle monete. Le dimensioni si mescolano tra loro all’interno di una facciata di mondo provvisoria, modulata dalla percezione dei personaggi e dalle loro emozioni. 

Dall’interpretazione dei simboli in chiave ontologica segue che la psiche sia un elemento di dialogo attivo con gli strati profondi dell’essere. Per Jung, dunque, comprendere la realtà significa adottare un’interpretazione che riconosca al significato stesso un valore ontologico. La psiche non è un semplice prodotto del cervello, ma un elemento attivo, capace di dialogare con le strutture più profonde dell’essere. Il parallelismo con il Tao diventa evidente: la sincronicità supera la dicotomia tra soggetto e oggetto, mente e mondo, invita a un’esperienza partecipativa del flusso spontaneo del cosmo. Le coincidenze non appaiono come deviazioni, ma come manifestazioni dell’armonia naturale, rivelano connessioni profonde tra gli eventi e il significato che li sottende.

Se si guarda l’indagine di Philip Dick in questi termini, si nota come la prospettiva della mente che plasma il mondo, della psiche collettiva che modella la materia, possa condurre a deformazioni del reale e all’individuazione di significati intrinsechi tra gli eventi che sfuggono alla logica ordinaria. Presa agli estremi, la ricerca di significati nascosti porta in psicopatologia a deliri di ossessione. Gli stessi di Joe Chip, che nel mondo scomposto di Ubik tenta di decifrare scritte ambigue e monete inconsuete, analizza possibili cause, chiede spiegazioni, cerca soluzioni, e quando gli pare di averle trovate ogni cosa si ribalta fino a giungere a un crollo degli eventi. Nel reale assurdo in cui si trova, Chip individua possibili tracce di coerenza. Ma nell’oscillazione tra accettazione e ricerca estenuante di senso l’unico esito sembra essere la paranoia. Dick paranoico, forse tra tutti, svela il suo volto più inquietante. Eppure in lui, il patologico resta indietro. A prevalere è la metafora del reale come incertezza, rappresentazione, partecipazione all’esperienza, ma in ogni caso, del reale che si rivela quando viene osservato e che non è mai assoluto.

Laddove i personaggi sperimentano il collasso dell’ordine della realtà, ogni oggetto che regredisce, ogni messaggio ambiguo, diventa possibile traccia di significato, aperta all’interpretazione di chi osserva. Il reale si manifesta soltanto nell’incontro con la coscienza, e la sua instabilità diventa il luogo stesso dove si apre la più radicale domanda su un senso che non smette di fuggire.

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