Il virus e il Dragone

Immagine: dettaglio della copertina di Nella testa del Dragone di Giada Messetti (Mondadori 2020).

di Andrea Antoccia


Non è stato certo lo scoppio della pandemia di COVID-19 a proiettare la Cina al centro del palcoscenico internazionale. Dopo decenni di adesione alla strategia denghista del mantenimento di un basso profilo, negli ultimi anni il paese è stato attraversato da un dinamismo senza precedenti. La rivoluzione politica di Xi Jinping ha sconvolto le narrazioni di Pechino su sé stessa e sul mondo, e il contestuale disimpegno geopolitico degli Stati Uniti sotto l’amministrazione di Donald Trump ne ha favorito la rinnovata assertività; dalle ceneri della vecchia fabbrica del mondo è sorta la seconda potenza economica globale, leader nel settore tecnologico; le tendenze centraliste e autoritarie nella vita del partito e del paese sono prepotentemente tornate ad approfondirsi.

Di queste rapide trasformazioni Giada Messetti è stata a lungo testimone: giornalista, è stata corrispondente per varie testate e coautrice del podcast sulla Cina contemporanea Risciò e ha da poco pubblicato il suo primo libro, Nella testa del Dragone (Mondadori 2020), una valida bussola per orientarsi tra le “identità e ambizioni della nuova Cina”, in un percorso che si dipana tra le vicende personali e politiche del presidente più influente dai tempi di Mao Zedong e l’immaginifico progetto della nuova via della seta, tra la sfida con la superpotenza americana e le periferie riottose del Celeste Impero.

L’ultimo capitolo di Nella testa del Dragone descrive il nuovo coronavirus (emerso quando il libro era pronto ad andare in stampa) come il “cigno nero”, “il granello di sabbia negli ingranaggi della nazione, l’evento imprevisto che, se gestito male, è in grado di mettere irrimediabilmente in discussione la legittimità del partito e il ruolo della sua leadership”. Era la fine di gennaio: la Cina era l’unico paese al mondo ad aver messo in quarantena una parte di popolazione, e i media internazionali più autorevoli mettevano alla sbarra la gestione dell’emergenza da parte del governo cinese. Qualche tempo più tardi, in pieno lockdown globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe lodato pubblicamente le misure di contenimento del contagio implementate dalla Cina, e vari paesi sparsi tra i continenti si sarebbero trovati a dipendere in buona parte dagli aiuti cinesi per far fronte alla fase acuta dell’emergenza. In questa conversazione con Giada Messetti abbiamo cercato di riprendere il filo del discorso avviato nel suo libro, per comprendere come la pandemia – e la sua gestione da parte di Pechino – abbia influito sui processi da lei analizzati.


Mi sembra che il tuo libro sia attraversato da una forte tesi di fondo: la Cina è una potenza globale molto differente da quelle del passato e inafferrabile attraverso le categorie di analisi tradizionali. Piuttosto, la sua ascesa richiede uno sforzo di comprensione di quelle “caratteristiche cinesi” che hanno finito per fungere da attributo di qualunque cosa, dal socialismo alla globalizzazione, da internet a, per l’appunto, la gestione di un’emergenza sanitaria. Cosa c’è stato allora di intrinsecamente cinese nel modello di contenimento del contagio elogiato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da settori più o meno ampi dell’opinione pubblica italiana ed europea, ma anche nei passi falsi commessi a epidemia appena scoppiata?

Nel modello di contenimento del contagio in senso stretto ci sono state due caratteristiche cinesi. La prima è la cultura confuciana, che ha consentito al Partito Comunista di chiedere e ottenere la mobilitazione popolare facendo leva sull’idea, tipicamente orientale e cinese in particolare, che l’individuo sia subordinato al contesto, che faccia parte di un ingranaggio e debba contribuire al suo corretto funzionamento. L’altra caratteristica è il ricorso a una tecnologia molto sviluppata e, ai nostri occhi, molto invasiva: applicazioni come WeChat, attraverso cui da anni viene raccolta un’enorme quantità di dati sulla cittadinanza, durante l’epidemia sono state utilizzate per il tracciamento dei contagi. Questo meccanismo, funzionale a quel sistema di credito sociale da noi percepito come distopico ma accettato di buon grado dai cinesi (in cinese la stessa parola “credito” ha un’accezione positiva, legata alla fiducia e alla sincerità), ha permesso un controllo capillare ed efficiente della diffusione della malattia.

Poi, chiaramente, trattandosi di un regime autoritario è stata possibile, a partire dall’ufficializzazione della trasmissibilità del virus tra esseri umani, una certa velocità nell’assunzione delle decisioni, che ha favorito il contenimento del contagio al di fuori dell’area di Wuhan. Il grave ritardo iniziale, pur ingiustificabile, è imputabile a un difetto di comunicazione tra i funzionari dello Hubei e il governo centrale, dovuto a motivi piuttosto banali: gli amministratori locali, per una questione di reputazione, non amano essere forieri di cattive notizie, tanto più alla vigilia del Capodanno e in piena organizzazione dell’Assemblea del Popolo. D’altra parte, anche molti paesi occidentali, ingenuamente convinti che la COVID-19 avrebbe avuto lo stesso decorso della SARS rimanendo confinato in Cina, hanno accumulato notevoli ritardi. Ma la Cina del 2020 è completamente diversa dalla Cina del 2003: il paese in via di sviluppo di allora è divenuto la seconda potenza mondiale di oggi, con una classe media benestante che viaggia molto, un’economia fortemente interconnessa e una vasta impronta geopolitica.

Con un’espressione molto suggestiva, Simone Pieranni (laltra voce del podcast Risciò) ha scritto sul Manifesto che i cinesi hanno “un’anima taoista e un abito confuciano”. Detto dell’abito, che ne è stato dell’anima?

Non è ancora emersa, ma potrebbe farlo: salute, ambiente e sicurezza alimentare sono questioni sulla cui gestione da parte del governo i cittadini non transigono. Oltretutto, la pandemia ha prodotto il più grave rallentamento dell’economia cinese dal 1976, rischiando di incrinare il patto sociale – garanzia di benessere economico in cambio di rinuncia ad alcune libertà personali – su cui si basa il rapporto tra partito e popolo. Se Xi Jinping non dovesse essere in grado di amministrare questa fase di instabilità economica, potrebbe avere la meglio quell’anima taoista che nel corso della storia cinese ha già portato più volte alla revoca del mandato celeste.

Il progetto politico a uscire più trasformato e rinvigorito dalla pandemia sarà con ogni probabilità la Belt and Road Initiative, la nuova via della seta che pareva giunta a un punto morto tra critiche, resistenze e necessità di ricalibramento. Che ruolo ha giocato in questo senso la diplomazia delle mascherine (e dei respiratori, e dei tamponi), condotta sotto l’insegna della via della seta sanitaria?

Questa trasformazione ha rappresentato soprattutto una grande operazione di propaganda – anche a uso interno – attraverso cui la Cina, una volta messa sotto controllo la situazione sul territorio nazionale, è riuscita a riorientare la narrazione di sé stessa da epicentro dell’epidemia a centro nevralgico degli aiuti, fino quasi a porsi come l’unico paese in grado di guidare un occidente in grande difficoltà e il mondo intero fuori dall’emergenza. L’iniziativa, sebbene avversata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, ha avuto una forte presa su quegli stati dell’Asia meridionale, come il Pakistan e lo Sri Lanka, dove la nuova via della seta stava incontrando i problemi più significativi; il potere contrattuale della Cina nei loro confronti è tornato a crescere, e in futuro sarà più complicato per quei governi recedere dagli accordi bilaterali stipulati in questo quadro.

Perciò la Belt and Road Initiative potrebbe assumere definitivamente la forma di un catalizzatore di progetti di portata ridotta, elaborati in risposta alle specifiche esigenze dei paesi destinatari degli aiuti?

Credo di sì, specialmente perché in questo modo si sta affermando, secondo le intenzioni originarie, come un perfetto veicolo di soft power. Una cosa passata sottotraccia nel racconto della via della seta sanitaria sono stati i tentativi di esportazione della medicina tradizionale, uno dei tratti più identitari della cultura cinese: i carghi che hanno portato in Italia e altrove medici e materiale sanitario dalla Cina contenevano anche farmaci che secondo Pechino sarebbero in grado di curare la COVID-19. L’idea di far uscire la tradizione dai confini nazionali è parte integrante del sogno cinese di Xi Jinping, e se dopo la seconda guerra mondiale si era assistito al trionfo del soft power americano, è probabile che dopo la pandemia sentiremo parlare sempre più spesso di soft power cinese, nonostante il suo fascino sia ancora molto circoscritto.

Quali sono le prospettive della rivalità tra Cina e Stati Uniti, in un contesto in cui Donald Trump, continuando a parlare di “virus cinese”, inasprisce ulteriormente un rapporto già ai minimi storici? È possibile che il settore sanitario (con in ballo questioni cruciali come la ricerca sul vaccino e i rapporti di potere all’interno dell’OMS) si riveli un campo di battaglia tanto rilevante quanto quello tecnologico, a cui hai dedicato un intero capitolo del libro?

Sì, assolutamente. I due paesi sono nel bel mezzo di una guerra di propaganda fondata essenzialmente sulla ricerca di un capro espiatorio: Trump ha avviato la sua campagna elettorale sostenendo di non aver potuto governare l’emergenza perché l’OMS è in mano alla Cina, Pechino ha lanciato la corsa al vaccino e ha pensato bene di difendersi ricordando che nessuno aveva incolpato gli Stati Uniti per lo scoppio dell’epidemia di AIDS. Non si era mai raggiunto un livello tanto basso, dal momento che la Cina aveva sempre cercato di mantenersi fredda e razionale di fronte all’eccentricità del presidente americano, e i toni sono destinati a peggiorare con l’approssimarsi delle elezioni negli Stati Uniti.

Quindi, come da narrazione giornalistica sempre più insistente, il confronto tra le due superpotenze sta prendendo le sembianze di una nuova guerra fredda?

Semplificando un po’, mentre durante la guerra fredda esistevano due blocchi non comunicanti, oggi i mercati globali sono troppo interdipendenti per replicare quello scenario. Paradigmatico è il caso dell’Europa: i governi europei, che secondo lo schema bipolare dovrebbero ricadere sotto la sfera d’influenza americana, non hanno alcuna intenzione di rispettare la richiesta di Trump di non concedere appalti a Huawei. Sicuramente ci sarà bisogno di ripensare il modello e di ristrutturare alcune filiere, ma non mi sembra che la pandemia possa produrre un ritorno all’autarchia.

Già prima della COVID-19, la politica interna cinese aveva trovato ampio spazio sulle prime pagine internazionali per gli sviluppi delle proteste a Hong Kong. Che impatto ha avuto l’emergenza sanitaria sui rapporti di forza nella regione e, nell’insieme, sull’esercizio del potere centrale sulle periferie? 

A Hong Kong la pandemia ha bloccato le manifestazioni e di recente ci sono state delle nuove tornate di arresti: la Cina su Hong Kong non fa passi indietro, rimanendo fedele al principio dell’unità nazionale di cui ho parlato più estesamente nel libro, ed è probabile che il governo centrale uscirà rafforzato dall’emergenza. In un’altra regione critica come lo Xinjiang erano già in funzione apparati di controllo della popolazione molto sviluppati, che in questo contesto immagino abbiano semplicemente reso più agevole il tracciamento dei contagi. Ma i rapporti di forza tra Pechino e le sue province dipendono anche e soprattutto dal ruolo dell’occidente, che per convenienza economica ha completamente rinunciato a chiedere conto alla Cina di certe questioni (di Hong Kong e dello Xinjiang, e prima ancora di Taiwan e del Tibet) e, abdicando a questa funzione, ha creato le condizioni per questa nuova stretta del governo centrale sulle periferie.

Più in generale, l’occidente ha creduto troppo a lungo che prima o poi la Cina si sarebbe democratizzata, ignorando il fatto che la democrazia non fa parte del suo bagaglio filosofico e storico: la Cina ci ha spiazzato perché ci siamo ostinati a guardarla attraverso le nostre lenti mentre lei, in linea con la strategia denghista di “nascondere la propria forza e attendere il proprio tempo” e forte di un’identità culturale plurimillenaria, si impegnava a sinizzare fenomeni politici di matrice occidentale come la globalizzazione e il capitalismo.

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